Per oltre un mese l’informazione italiana ha avuto un solo tema: cosa farà Silvio Berlusconi dopo la sentenza della Cassazione sull’ unico processo a suo carico arrivato al termine senza leggi ad hoc e prescrizioni varie? Fin da prima della fatidica data del 30 luglio l’unico argomento di cui discutere riguardava le reazioni del Cavaliere ad una eventuale sentenza di condanna. La sentenza di condanna è arrivata e dalle file berlusconiane è partita sia la caccia al cavillo, all’interpretazione autentica della legge Severino, ai possibili ricorsi alla Corte costituzionale e via disquisendo, che le pressioni verso avversari (il Pd) ed arbitri (il Presidente Giorgio Napolitano) affinché intervengano in qualche modo in soccorso del Cavaliere. Le sfumature di grigio dei sostenitori della necessità di salvaguardare almeno “l’agibilità politica” di Berlusconi vanno dall’osceno spinto dei falchi che non ammettono che “l’unto del Signore” possa essere considerato colpevole e trattato come tutti gli altri, al porno soft dei difensori della stabilità e della governabilità che invitano il Pd ad un gesto di “responsabilità”. A nessuno viene in mente che chi ha una lista così lunga di pendenze con la giustizia per reati acclarati nei processi - arrivati a sentenza definitiva o no grazie alle leggi ad personam poco importa – da tempo avrebbe dovuto farsi da parte. Ma quando si dispone di denaro a fiumi e di un impero mediatico queste cose semplici fanno presto a ingarbugliarsi.

La semplice realtà dei fatti - una colossale truffa ai danni degli azionisti Mediaset e dello Stato e la costituzione di una provvista di fondi neri di 270 milioni – svapora.  Chi parla del reato? L’assordante rumore di una informazione viziata dalle frasi ad effetto dei vari leader e leaderini nasconde l’esistenza del malloppo, la crudezza e, al limite, la volgarità del reato. Il nostro costume nazionale non è nuovo a queste torsioni orwelliane in cui il vero è falso e il falso è vero. Le abbiamo viste anche ai tempi del terrorismo, con i “compagni che sbagliavano” e l’invocazione di “soluzioni politiche” alla lotta armata. Anche allora circolava un atteggiamento di comprensione, un sottofondo accomodante e transigente, retaggio di un habitus mentale lassista-paternalista clericale più che cattolico. La nostra cultura politica, in sintonia perfetta con quella della società civile, non prevede la sanzione e la punizione. Preferisce la rimozione o una frettolosa assoluzione. Le intimazioni al salvataggio “doveroso e giusto” di Berlusconi originano da  questo impianto etico-morale. Il legno storto della nostra vicenda nazionale sta proprio nella irrilevanza delle regole e del diritto, nella torsione familista e acquiescente delle responsabilità, nella protervia dell’impunità dovuta ai potenti. L’arroganza del denaro non trova argini qui da noi. Non c’è vergogna nel lucrare sui posti all’asilo o sulle esenzioni dai ticket grazie alla propria evasione fiscale: figurarsi ad usarlo per difendersi.

Il ventennio berlusconiano si è innestato su queste deficienze nazionali di lunga data e le ha blandite al punto da farne una icona dei comportamenti collettivi. È per questo che oggi viene messo in discussione anche l’abc del vivere civile, quello che ci avevano insegnato da bambini, e cioè che chi ruba va in galera.