Fine anno. Approfittando delle feste, il governatore siciliano decide di fare il rimpasto per accordi tra i partiti che lo sostengono, sostituisce due assessori, tra cui l’unica donna presente nella giunta, per dare due posti da assessore ai partiti.

La sorpresa e le critiche conseguenti sarebbero rimaste confinate nel recinto degli addetti ai lavori se, a difesa della scelta di Musumeci, un deputato regionale della Lega non avesse dichiarato «Giunta di soli uomini? Non importa cosa hanno in mezzo alle gambe». Facendo saltare un tappo.

Un passaparola di messaggi di rabbia che vola da telefono a telefono, che facciamo? Se lo chiedono tante, sigle sindacali, partiti, donne e uomini comuni. Ce lo chiediamo noi, il 31 dicembre, qualcuna decide di scrivere una lettera e ci ritroviamo in nove in una chat dal nome irripetibile. Ci scambiamo a pezzi le frasi, scriviamo questo, e questo, e questo! La facciamo firmare a 100 donne! Facciamola girare prima tra le conoscenti, con l’intento di arrivare a 100 firme e poi fare un comunicato il 2 gennaio. Ma il primo gennaio, a cavallo tra due decenni eravamo già a più di 500 firme. Mettiamolo su una pagina Facebook, come la chiamiamo? E come la vuoi chiamare? Siciliane.

Mille, duemila, oltre quattromila, non riusciamo più a contarle, che non solo aderiscono all’appello ma chiedono conto, ragione, presenza e azione. Che facciamo? Arrivano i giornali, la tv. I commenti che arrivano, i messaggi, il sostegno, le parole delle donne ci spiazzano, le storie, le rabbie, le vite. Le donne. Ma anche gli uomini, la fame di parola, di politica. È tutta indignazione? È facile sulle emozioni raccogliere i numeri, calma. Ma qualcosa la dobbiamo fare, un’assemblea? Sì, facciamo decidere le donne, ascoltiamoci. E domenica così è stato, pensavamo di essere poche, raccolte negli spazi della riflessione, degli sguardi, «quelle che siamo, siamo, per guardarci in faccia, per chiederci: cosa vogliamo fare?». Quarantacinquemila contatti, cinquanta interventi, punte di settecento collegamenti a turnazione. E la sera ce lo siamo chiesto di nuovo: che facciamo, con questa cosa sul tavolo che è la rabbia delle donne che ci sono, non l’astratto, ma il concreto delle donne che ci sono.

Di che cosa stiamo parlando? In termini di rappresentanza femminile, dal 1947 sono state appena 46 le donne elette nel Parlamento siciliano su un totale di 811 deputati eletti all’Assemblea, poco più del 5%. Se la rappresentanza la riferiamo ai temi e alle politiche, la Sicilia è ultima su scala europea, per occupazione femminile, solo il 19,9% delle donne lavorano, dati al settembre 2020, seppur l’isola registri un maggior numero di donne laureate e diplomate rispetto ai coetanei uomini. Alcuni interventi sottolineavano di tener conto del nero e altre replicavano: certo il nero, il lavoro sottopagato, non qualificato, privo di tutele. La povertà, la disoccupazione, la subalternità che non si tollera. Donna e coraggio in Sicilia vanno insieme, come possiamo rassegnarci e non lottare?

Se i diritti delle donne non sono mai definitivamente acquisiti, in Sicilia sono proprio negati. Per questo a indignarci è la volontà ripetuta a ogni occasione, questa come le altre, di voler spazzare via secoli di lotte per l’emancipazione, per la parità, per l’accesso ai diritti negati e per la possibilità di poter contribuire al bene comune. «L’arroganza al potere. L'arroganza, l'avidità e l'ignoranza di chi si crede impune. Ma noi non ci stiamo. Mai smetteremo di lottare, mai ci ridurremo al silenzio e mai faremo un passo indietro rispetto alle nostre convinzioni»: è l’incipit dell’appello ad aver suonato la raccolta. Che sottintende una politica differente, non spartitoria, di cariche, di potere, di affari, ma di governo dei problemi. E più Musumeci e altri uomini di potere reiterano sotto gli occhi di tutti, come se fossero indisturbati, la politica come potere fine a se stesso, più gli interventi si appellano a una Politica che si fa tale nelle politiche per le persone, che sono poi quelle richieste dalle donne. Perché le condizioni in cui quel gioco lascia le persone sono ormai scoperte, con i problemi non dico risolti, manco affrontati, negati, ignorati, derisi, per le siciliane soprattutto.

Rientrano in queste considerazioni le disponibilità dei posti agli asili nido, per i quali la Sicilia si colloca al penultimo posto, con meno di 10 posti ogni 100 bambini e al tempo pieno nelle scuole primarie, quasi assente con circa 5 posti su 100 bambini. La scarsa assistenza agli anziani e ai disabili, il disinteresse per azioni sistemiche e non discontinue e assistenziali riguardo al lavoro giovanile, e tra quei giovani la maggioranza sono donne a rimanere fuori. In una parola manca lo Stato, da nessuna parte così lontano quando la politica diventa assistenzialismo o, per dirla nobile, post redistribuzione, a scapito dell’offerta di servizi che sono diritti di cittadinanza. Quando quei servizi si caricano tutti sulle spalle delle donne accade che basta una frase infelicemente sessista per dire: sai che c’è, adesso basta.

Le donne in Sicilia più che altrove sono prive da sempre dei supporti fondamentali che permetterebbero alle donne di poter dedicare più tempo alle attività non familiari in generale, in primis al lavoro. Una mancanza che pagano le donne, ma che diventa una fetta consistente dei motivi dell’atavico ritardo economico e sociale, oltre che culturale, dell’isola. Mai è stato affrontato da questo punto di vista. L’assenza della rappresentanza femminile, la lontananza dal luogo della vita politica fa il paio con l’assenza del welfare, assolto dalle donne. E quando arrivano a Roma le proposte per i progetti da realizzare col Recovery Plan la Regione vi inserisce l’atavico Ponte di Messina e il Comune di Palermo le colonnine elettriche. Ignorando totalmente le emergenze di sopra. Dando ragione a chi di noi sostiene che proprio non hanno capito nulla dei motivi dei ritardi e che uno dei più grossi freni allo sviluppo dell’isola è stato nella sua classe dirigente, sostanzialmente maschile.

Si è parlato molto nel 2020 di she-cession, la crisi conseguente ai lockdown e alla pandemia che ha interessato ogni Paese e che è caratterizzata dal crollo del lavoro femminile, sia perché i settori particolarmente colpiti dalla crisi sono stati quelli occupati dalle donne, sia per la chiusura dei servizi di cura. Sono 470 mila le donne che in Italia hanno perso il lavoro nel 2020. Nelle analisi (ne cito una per tutte, quella a firma Alon et al. comparsa su VoxEu) si sottolinea la pericolosità di tale crisi: il crollo del lavoro femminile, specie nel caso riguardi le madri, genera un crollo maggiore dei consumi interni, trascina con sé altri posti di lavoro in meno in misura molto maggiore della perdita di posti di lavoro maschili. Propaga ad altri ambiti e diventa recessione economica più velocemente. L’economista Giovanna Badalassi l’ha definita la crisi della cura.

Ecco perché la battaglia avvenuta da luglio 2020 per chiedere l’utilizzo adeguato dei fondi del Next Generation EU nelle politiche di genere e nelle infrastrutture sociali: per una questione di diritti, certo, ma anche perché sono interventi moltiplicatori, che vanno ad aggredire in modo mirato gli ambiti colpiti maggiormente dalla crisi, e dunque capaci di accelerare la ripresa. Altri studi chiariscono definitivamente come gli investimenti fatti in ambiti connessi al sostegno alla persona, istruzione, sociale, sanità hanno ritorno economico maggiore rispetto persino agli investimenti in edilizia, da sempre considerato il settore trainante nei casi di crisi.

Militando in questi movimenti, riflettendo sulle analisi, non è difficile fare due più due e affermare che in Sicilia siamo in she-cession da settant’anni e più e che la questione meridionale può osservarsi anche da questo punto di vista. Il punto di vista delle donne. Appunto.

«Cosa siete, un movimento?» Chiedono alle Siciliane. «Ancora non lo sappiamo». «Vi candidate?». «Candidiamo i temi». «Come proseguirete?». «In qualche modo. È solo l'inizio».