Il rapimento dei tre "trampim". Sta facendo salire la pressione nei rapporti tra israeliani e palestinesi la scomparsa di tre ragazzi ebrei, Naftali Frankel, Gilad Shàer (entrambi di sedici anni) e Eyal Yifrach (di 19), studenti di una scuola religiosa e residenti nell'insediamento di Gush Etzion, un complesso di diciotto comunità situate tra Gerusalemme ed Hebron, con una popolazione locale stimata intorno ai quarantamila elementi. È oramai certo che siano stati rapiti mentre facevano autostop. Anche loro sono «trampim», abituati a chiedere un passaggio alle tante macchine che si muovono nelle ampie e trafficatissime ramificazioni stradali che attraversano Israele e i Territori palestinesi.

Già da tempo le autorità avevano vietato ai militari in divisa di proseguire in questa pratica, peraltro molto diffusa. Il timore che potessero finire in mano a quanti li avrebbero poi usati come “merce” di scambio, era e rimane diffusissimo.  Il caso di Gilad Shalit, la cui prigionia durò ben cinque anni, è impressa nella mente dei più. Peraltro, la premessa di questa pratica, molto comune tra le fazioni del fondamentalismo musulmano, sta nei rapimenti succedutisi durante gli anni della guerra civile in Libano. Non di meno, con i civili, malgrado i consigli rivolti ad evitare queste pericolose trappole, era e rimane impossibile ottenere la desistenza da una prassi molto diffusa, quella di muoversi liberamente anche in luoghi potenzialmente ostili. E che ha a che fare anche con quell'idea di territorio, e della sua praticabilità, condivisa da molti israeliani. Il deflettere da tale abitudine, infatti, sarebbe da non pochi vissuta come una concessione al clima di angoscia che invece gli avversari dello Stato d'Israele vorrebbero alimentare. Non di meno, nel gioco rovesciato delle immagini e delle aspettative, per una parte del mondo palestinese la libertà con la quale gli israeliani si muovono viene elaborata come il segno inequivocabile della vocazione egemonica di questi ultimi sulle loro terre.

Sta di fatto che il rapimento si verifica a poche settimane dalla visita di Papa Francesco nei territori «contesi», dopo la preghiera di pace in comune con Shimon Peres, Abu Mazen e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo nonché la formazione di un governo di «transizione» tra Hamas e Fatah, a seguito di anni di conflitti anche armati tra le due formazioni. Una cornice, in buona sostanza, segnata da alcuni atti di apparente pacificazione, o comunque di moderazione, a forte impatto mediatico, ma destinati ad incidere marginalmente sullo stallo che da molto tempo contraddistingue la negoziazione politica del conflitto tra i due popoli. Che comunque vi siano coloro che da ciò ritengano di non avere altro da ricavare che non siano costi, è più che ovvio. In quest'ottica, l'attenzione d'Israele si è da subito rivolta verso Hamas. Per meglio dire, nei confronti del pulviscolo di gruppi che, pur ruotando intorno all'organizzazione islamista, di fatto intrattengono con essa un rapporto competitivo.

Da tenere in considerazione, infatti, che in queste settimane l'offensiva dell'Isis, l'organizzazione sunnita che in Iraq (e nella Siria) intende sostituire al governo in carica un califfato, sta progressivamente segnando gli equilibri geopolitici, presenti e a venire, della regione. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, parlando alla nazione, ha minacciato «gravi conseguenze» per le autorità palestinesi, ritenendole comunque corresponsabili di quanto sta avvenendo. E a fronte delle numerose iniziative messe in campo dalla società civile, come la campagna «Bring Back Our Boys», che ricorda quella in corso per le ragazze nigeriane trattenute anche in questo caso dagli islamisti, ma del Boko Haram, si susseguono i controlli a tappeto, le perquisizioni e gli arresti nei confronti dei sospetti. L'obiettivo israeliano è di tenere sotto pressione l'intera regione cisgiordana impedendo che i tre giovani vengano eventualmente trasferiti a Gaza, dove tutto si farebbe più complicato. Malgrado le dichiarazioni di principio e la perdurante conflittualità verbale con Gerusalemme, i servizi di sicurezza palestinesi collaborano nelle ricerche.

Per Abu Mazen, alla ricerca di nuovo consenso, soprattutto sul proscenio internazionale, la questione è altamente problematica. Poiché rivela la sua debolezza politica, anche se per il tramite dei suoi portavoce ha ribadito che la vicenda del sequestro è avvenuta in un'area sotto il «completo controllo israeliano». In buona sostanza, l'intera questione si sta trasformando in un banco di prova dei rapporti, di per sé già tormentati, non solo tra Israele e l'Autorità nazionale palestinese ma all'interno dello stesso mondo palestinese, dove gli echi delle vicende in corso in Iraq, che potrebbero vedere coinvolta, prima o poi, anche la Giordania, stanno ridefinendo alleanze, profili politici e condotte di vecchi e nuovi protagonisti.