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Note
Disoccupati e pellegrini
Sui giornali italiani di domani, martedì 3 maggio, la
vera notizia non sarà l’uccisione di Osama bin Laden,
a dieci anni da quell’11 settembre. No, l’attenzione
dei lettori sarà tutta rivolta all’esito della
querelle negozi aperti vs. negozi chiusi,
domenica primo maggio. Com’è andata? Un tema davvero
appassionante che ci obbliga a riflettere sul lavoro in Italia, a
dispetto dei grandi eventi che hanno accompagnato quest’anno
la ricorrenza, distraendo un poco l’attenzione dalla festa
dei lavoratori. A cominciare dai postumi della sbornia dei coniugi
Middleton, cui è andato, unanime, il riconoscimento da parte
delle Trade Unions britanniche per avere opportunamente evitato
questa particolare domenica per il matrimonio del secolo.
Proseguendo con la cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo
II, oltre un milione di pellegrini a Roma, che secondo la Santa
Sede, al contrario, doveva tenersi assolutamente questa
domenica.
Se in giro per il mondo la giornata di ieri è stata segnata
da numerose
manifestazioni di protesta (spesso sfociate in scontri) verso
l’incapacità dei governi di gestire la crisi economica
globale, in Italia ci si è molto occupati, appunto,
dell’apertura-chiusura degli esercizi commerciali. Questo
mentre il Paese assiste al progressivo e inesorabile processo di
smantellamento di quel che resta dell’unità
sindacale.
[...]
Oltre il populismo
Il 25 aprile del 1951, scegliendo una data simbolo della nuova
Italia repubblicana e democratica, un gruppo di giovani pubblica il
primo numero della rivista “il Mulino”.
L’obiettivo è chiaro: disporre di una sede dove
riflettere e discutere sull’Italia e sul mondo al di
là dei rigidi steccati ideologici del tempo e attraverso gli
strumenti conoscitivi forniti dalle scienze sociali. Parafrasando
il celebre motto di Luigi Einaudi, la rivista voleva
“conoscere per discutere”. Ma l’analisi e
l’approfondimento erano orientati a uno scopo
“politico” – non per nulla la rivista si
autodefinisce “di politica e di cultura”.
L’intendimento politico è netto fin da subito e
consiste nel rafforzare l’area politico-culturale democratica
articolata nei suoi tre tronconi storici: liberale, socialista e
cattolico. La peculiarità del “Mulino” di quel
periodo consiste nel far dialogare cattolici e laici, un dialogo
che abbatte le idiosincrasie reciproche, al punto da arrivare al
riconoscimento da parte dei laici dell’impatto epocale del
Concilio Vaticano II e da parte dei cattolici del diritto civile al
divorzio con la clamorosa
iniziativa del manifesto dei cattolici del No patrocinato da
Luigi Pedrazzi e Pietro Scoppola. Ma oltre a questo obiettivo,
perfettamente raggiunto all’interno dell’area
democratico-liberale tanto che i laici a 24 carati sono più
in sintonia con i cattolici conciliari che con i pallidi laici, i
giovani fondatori della rivista hanno un intendimento di lungo
periodo: in un lungo editoriale manifesto pubblicato nel 1957,
Nicola Matteucci e Luigi Pedrazzi si propongono di muoversi verso
il post-fascismo. A dieci anni dalla fine della guerra, scrivevano,
bisogna andare oltre la divisione che ha lacerato l’Italia e
guardare avanti.
[...]
Una Europa sempre più in crisi
Le recenti polemiche tra Italia, da un lato, e,
dall’altro, Francia, Germania, Austria, Gran Bretagna e
infine l’Unione europea sull’arrivo dei migranti dalla
riva sud del Mediterraneo sono state particolarmente accese. Il
ministro dell’Interno Roberto Maroni è arrivato a
porre la questione della possibile uscita dell’Italia
dall’Europa, il che ha provocato non solo le reazioni da
parte del presidente della Repubblica e dell’opposizione, ma
anche di alcuni rappresentanti del governo e della maggioranza. Dal
canto suo, la Lega Nord ha invitato al boicottaggio dei prodotti
francesi, come il camembert e lo champagne. Questi fatti insoliti
in un Paese che per ragioni storiche e strategiche è stato a
lungo uno dei pilastri della costruzione europea sono indice di
almeno due grandi cambiamenti in atto.
Il primo riguarda l’Italia e rivela tre dimensioni
principali. I governi di centrodestra si sono sempre mostrati meno
europeisti di quelli di centrosinistra. In questo modo hanno rotto
platealmente con la politica tradizionale della Prima Repubblica,
quella voluta dai democristiani o dai federalisti alla Altiero
Spinelli, che aveva progressivamente raccolto consensi. A
ciò si aggiunga che a questi stessi governi manca la
necessaria credibilità politica a livello europeo e
internazionale, il che ostacola i rappresentanti italiani
allorché, come è costume e regola, tentano di
promuovere i dossier italiani nei negoziati con i loro
interlocutori. Infine, l’opinione pubblica italiana ha
modificato il proprio atteggiamento nei confronti dell’euro:
si mostra meno entusiasta dell’idea stessa di Europa, dando
prova di un certo euroscetticismo cui si accompagna una propensione
al ripiegamento sulla dimensione locale-regionale.
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Un governo di dilettanti
Una volta di più, il governo italiano sta dando pessima
prova di sé sul piano internazionale. Del resto, è
quando si passa dall’ordinaria amministrazione alle
situazioni di crisi che emergono le carenze. Sia quelle
strutturali, ereditate dal passato, sia quelle contingenti, frutto
dell'impreparazione, del dilettantismo e del provincialismo dei
governanti.
La primavera araba è il fatto nuovo positivo che
contrassegna questo decennio: così come l’11 settembre
e suoi postumi aveva marchiato in maniera macabra e terribilmente
nefasta il primo decennio del nuovo secolo, così questo
risveglio democratico delle opinioni pubbliche del Mediterraneo e
del Medioriente sembra destinato a influire per il meglio su molti
versanti, da quello dell’espansione della democrazia a quello
di nuove relazioni tra le sponde del Mediterraneo, fino a incidere,
in prospettiva, sulla questione israelo-palestinese.
Di fronte a una tale situazione, la politica italiana è
stata risucchiata in una serie di azioni-reazioni tipiche di un
Paese piccolo.
Il Primo ministro e il ministro degli Interni, in
particolare, seguiti a ruota da quello della Difesa, hanno commesso
una serie impressionante di gaffes e di passi falsi, tutti
all’insegna del provincialismo. Vale a dire
dell’assenza di un rapporto reale con le classi dirigenti
europee e internazionali (fanno eccezione le “intese
cordiali” con personaggi quali Putin, Nazarbaiev, Lukaschenko
e Gheddafi) e di confidenza con gli organismi internazionali, a
cominciare dall’Unione europea.
[...]
Lo ha detto la televisione
Sempre più la dimensione pubblica appare caratterizzata
da una sorta di agitazione continua, cui non fa seguito, se non
raramente, alcun segnale di cambiamento reale e di innovazione.
«Faccio cose, vedo gente», sembra essere il motto
dominante. Una sensazione sgradevole, opprimente, che caratterizza
innanzitutto le istituzioni che dovrebbero garantire il buon
funzionamento del sistema Paese. Se ne è avuta una
dimostrazione anche nei giorni scorsi proprio all’interno del
Parlamento, dove il gran movimento iconizzato meravigliosamente nel
voto in corsa dell’onorevole Scilipoti si è tradotto
in uno spettacolare e terribile vilipendio delle istituzioni. Di
fatto, la conferma della paralisi. La conferma
dell’impossibilità per le Camere di svolgere il ruolo
legislativo loro assegnato dalla Carta costituzionale. Gli stessi
moniti di Giorgio Napolitano hanno evidenziato questa sorta di
immobilismo rissoso. E secondo molti gli incontri con i capigruppo
altro non sono se non l’annuncio che il Parlamento può
essere sciolto da un momento all’altro. Prerogativa del Capo
dello Stato, non a caso.
Nel frattempo la cultura fasulla del «governo del
fare» continua a mietere vittime. Mercoledì 6 aprile
saranno trascorsi due anni dal terremoto abruzzese. Due anni
durante i quali è iniziata a emergere una parte delle
responsabilità. La Procura della Repubblica
dell’Aquila ha aperto 215 fascicoli, di cui 15 sono
procedimenti in corso che andranno a processo. Oltre alle inchieste
che hanno coinvolto i vertici della Protezione Civile e
dell’Istituto Nazionale di Vulcanologia e a quelle sulle
infiltrazioni mafiose negli appalti per la ricostruzione.
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