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Note
Indietro non si torna
L’imperativo della sicurezza post-11 settembre ha
appiattito la politica occidentale verso i Paesi musulmani sulla
lotta al terrorismo. Questa distorsione ottica, oltre ad avere
impoverito la nostra conoscenza dei Paesi che si affacciano sul
Mediterraneo, ha reso i governi occidentali corresponsabili della
sopravvivenza di regimi autoritari, sostenuti senza troppi patemi
per contenere il fondamentalismo islamico.
E' stato commesso, sostanzialmente, lo stesso errore di
Realpolitik di bassa lega degli anni Sessanta-Settanta,
quando gli Stati Uniti e, con minore o maggiore riluttanza, i suoi
alleati appoggiavano feroci dittature militari al solo scopo di
arginare il comunismo. Quella scelta è costata moltissimo in
termini di credibilità: i valori sbandierati dai Paesi
occidentali non venivano presi sul serio e prevaleva
l’immagine “reazionaria” e amica dei
dittatori. Solo con la presidenza di Jimmy Carter, alla fine
degli anni Settanta, e l’affermarsi di governi socialisti in
molti Paesi europei – in particolare in Germania con Willy
Brandt e Helmut Schmidt e in Francia con François Mitterrand
– si sono in qualche modo riequilibrate le dichiarazioni di
principio con le scelte di politica internazionale.
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Se il made in Italy mette in crisi il boia
Non è solo vergogna quella che ci tocca provare nei
confronti del mondo, in questi giorni ancor più assurdi che
tristi. Non è solo il grottesco tenutario di Villa Arzilla
– e di tanto altro, nel nostro povero Paese –, non
è solo lui, dunque, il made in Italy di cui ci si
occupa al di là della frontiera di Chiasso. Nascosta tra le
pagine dei quotidiani, confusa nella miriade di supposizioni
erotico-penali, una notizia confortante riesce tuttavia a filtrare.
Il boia è in crisi. E boia qui non vale come sacrosanta
invettiva, né come metafora. In crisi è proprio il
sordido figuro che si guadagna il pane ammazzando uomini e donne,
per ordine d’un tribunale e per volontà del
popolo.
Ecco il fatto: negli Usa scarseggia il cocktail di veleni con
cui, per lo più, si esegue l’omicidio di Stato.
Meglio: degli ingredienti di quel cocktail scarseggia il Pentotal.
Che cosa sia e a che cosa serva, non a tutti è noto. Si
tratta di un analgesico potente. In dosi massicce, tende ad
annullare l’autocontrollo della persona cui è
somministrato. È conosciuto anche come siero della
verità. E poi, dulcis in fundo, in dosi ancor
più massicce porta all’incoscienza. È questo,
per legge, il suo compito nel cocktail della morte: portare un uomo
o una donna a non saper più d’essere un uomo o una
donna, in modo da non crear fastidi, neanche psicologici, a chi lo
o la uccide.
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La grande slavina, atto secondo
Per certi aspetti le nuove e gravissime accuse rivolte al
presidente del Consiglio e al suo entourage ricordano la
rivelazione degli scandali di Tangentopoli. Tutti sapevano, alcuni
episodi erano già divenuti di dominio pubblico, qualche
pesce piccolo era stato preso con le mani nel sacco. Eppure si
andava avanti come se niente fosse. Questo sino a che la misura non
è diventata colma, ed è partita “la grande
slavina”. Oggi siamo a questo punto limite. La sconcezza di
un presidente del Consiglio che partecipa – e chiede ai suoi
accoliti di organizzare – festini con ragazze retribuite e
tenute a disposizione, inclusa una minorenne, impongono una presa
di posizione netta sul piano politico e sul piano morale. Chi
scrive, in anni lontanissimi è stato a fianco del movimento
di liberazione sessuale, ivi compreso quello omosessuale, quando il
solo parlare di omosessualità suscitava ribrezzo e sarcasmo
nell’opinione pubblica. Riteniamo che le preferenze affettive
e sessuali siano un affare personale insindacabile e non avremmo
alcun problema, né ci permetteremmo alcuna critica, di
fronte alla vita privata libertina di chiunque, anche di chi ci
governa. (Certo, se poi lo stesso partecipa entusiasta alle
manifestazioni in difesa della famiglia, qualche piccolo problema
di coerenza esiste, anche tra chi lo accoglie in tali
manifestazioni.)
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Tunisia-Italia 1 a 0
A Capodanno sono stato in Tunisia. L’agenzia di viaggio ci
ha portato in un hotel faraonico poco fuori Hammamet: cinque stelle
per avere i servizi di un due stelle italiano. La tv locale
sembrava quella italiana: parlava d’altro. Non si riusciva ad
avere neanche i giornali tunisini in francese e in arabo, tutti
controllati dal governo, figurarsi quelli italiani; quando chiedevo
alla reception, i portieri cadevano dalle nuvole. Eppure, alcune
cose non si poteva fare a meno di notarle. Le gigantografie del
presidente Ben Alì in doppiopetto, ad esempio: da chi
avrà imparato? Ma anche il consiglio ai turisti di girare in
gruppo. Per paura della malavita? Macché, della polizia.
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Mirafiori e Dongguan
Ridurre la pausa da 40 a 30 minuti è davvero così
inaccettabile, se in mezzo c’è il rischio di perdere
il posto di lavoro? Messa così la domanda, la risposta
è ovvia. Questo non è il ragionamento di Marchionne,
che, da un suo solido punto di forza, semplicemente pone
l’alternativa, ma di gran parte dei politici, di destra e di
sinistra, della Confindustria, di gran parte del
sindacato e dei giornalisti più autorevoli della
stampa che conta. Vale a dire delle persone che in assenza di una
consultazione diretta dei cittadini interpretano sulla base
di mandati diversi e più o meno robusti il sentire della
maggioranza della nostra società. In realtà
la domanda mi pare ponga un’alternativa in modo scorretto. Si
potrebbe infatti rispondere che di questo passo si arriva alle
condizioni di lavoro del Quangdong (in
proposito, per rendersene conto, consiglio la lettura di
Operaie, di Leslie Chang). Alla luce di questa giusta
replica, che ricorre allo strumento retorico di portare
l’argomento all’estremo, il problema mi pare debba
essere posto in termini diversi. In Europa (in Italia, in Germania)
e negli Stati Uniti (anche se in misura minore che in Europa), il
lavoratori, in alcuni casi anche attraverso la sanzione di leggi,
hanno ottenuto che il lavoro debba essere espletato nel rispetto di
certe condizioni di tutela dell’integrità personale,
della dignità del modo di espletarlo e di remuneralo;
condizioni che oggi i lavoratori cinesi e polacchi non
hanno.
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