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Note
Guerra, il ritorno del rimosso
Come siamo impreparati di fronte alla guerra, noi che leggiamo i
giornali e ci informiamo religiosamente su internet, e ogni volta,
benché democratici, magari di sinistra, ripetiamo le stesse
fesserie a distanza di dieci, venti o cent’anni, come se la
storia non insegnasse nulla, e ogni volta si dovesse capire tutto
daccapo. La trama sembrava già scritta, dopo la Tunisia
l’Egitto, dopo l’Egitto la Libia, e poi, perché
no?, l’Italia, magari la primavera maghrebina sarebbe
arrivata anche da noi… E invece no, il Fiero Beduino, il
Cattivo Selvaggio di Tripoli si è messo in mezzo, ci ha
guastato l’happy end, mostrando quanto contino, ancora e
sempre, i soldi, la forza, e un’assoluta mancanza di
scrupoli.
Certo, si rischia di provare ammirazione per il boia libico, se
si confronta l’apocalisse scatenata a centocinquanta
chilometri dalle nostre coste con le piccole battaglie private
ingaggiate sull’argomento dal popolo del web, militarmente
schierato dinanzi al proprio computer. E qui bisognerebbe aprire un
ampio ed elevato dibattito su tutta la gente come voi e me
– nos semblables, nos frères – che
invece di scazzottarsi sanamente nelle osterie, come una volta, lo
fa on line, spesso al riparo di uno pseudonimo dietro al quale
stanno talvolta autentici mercenari, proprio come quelli libici,
solo che questi non sparano Scud, sparano altre cose, che non si
possono dire su un sito perbene.
[...]
Un popolo di patrioti?
Che succede, insomma? Dobbiamo sentirci italiani? Non dobbiamo
sentirci italiani? Perché sono questi, in definitiva, gli
interrogativi che la celebrazione del centocinquantesimo
dell’Unità pone. Francamente penso che ci siano ottimi
motivi per sentirsi parte di una comunità politica italiana.
E penso anche che quegli ottimi motivi dovremmo andarli a cercare
in prima istanza nella Costituzione della Repubblica, che è
il patto fondativo che ci lega davvero. Lì, nella prima
parte, nella sezione dei valori, così come nella seconda,
quella relativa all’architettura costituzionale, possiamo
trovare seri motivi di orgoglio, poiché si tratta di una
Costituzione nel suo complesso molto bella, e tale da aver
garantito le libertà di tutti (sottolineo: assolutamente
tutti) dal 1948 a oggi.
Dopodiché è anche giusto che per un anno, e in
occasione del 150o, si celebri la data del 17 marzo
considerandola festa nazionale. Ma solo per un anno. Perché
la Repubblica italiana le sue feste di fondazione le ha già,
e sono il 25 luglio e il 2 giugno. Eventi molto belli da ricordare:
la Liberazione, la Repubblica, l’elezione
dell’Assemblea Costituente a suffragio universale sono
evidentemente momenti importanti, carichi di una grande
quantità di valori positivi: la fine di una dittatura; la
fine di una guerra e di una minacciosa occupazione straniera;
l’inizio di una lunga stagione di piena e larga
libertà.
[...]
In Italia abbiamo troppi laureati?
Non pochi, anche per giustificare le manovre finanziarie
(Tremonti) e legislative (Gelmini) sull’università,
sostengono con sempre maggiore convinzione che all’Italia
tanti laureati, in fondo, non servono. Guardiamo i numeri e
confrontiamoci a livello regionale con l’Europa. Partiamo dal
dato che fotografa la storia più lontana e indica la
necessità di recupero nel tempo lungo: la quota dei laureati
sulla popolazione fra i 25 e i 64 anni. Vale a dire l’effetto
delle scelte e dei risultati educativi degli ultimi quattro
decenni. La media europea è del 24,3%; quindi un europeo
“adulto” su quattro è laureato. Le regioni
europee dove questo valore è massimo, il che non sorprende,
sono quelle del Nord. In particolare quelle britanniche (la prima
in assoluto in graduatoria è Londra, con il 48,3%), e quelle
di Olanda, Belgio, Danimarca e Paesi scandinavi. Ma ci sono molte
delle regioni delle capitali europee. Inoltre, cosa interessante,
si trovano anche regioni spagnole: i Paesi baschi, Madrid, la
Navarra sono molto in alto in graduatoria. Le regioni italiane non
sono messe bene: la prima è il Lazio (ma 178ma su 267
regioni) con il 19,6% di laureati sulla popolazione
“adulta”; un valore che è metà di quello
di Madrid. Fra le prime regioni italiane c’è anche
l’Abruzzo, che ha una percentuale più alta di quasi
tutte le regioni del Nord (e non a caso è una regione che
è cresciuta molto).
[...]
Due modi per festeggiare l’8 marzo
Domani è la festa delle donne, che molti si
sforzano di celebrare sfuggendo alla retorica delle sole mimose per
cogliere invece i significati profondi di una ricorrenza che mai, e
quello che succede in Italia ne è la più triste
testimonianza, perde di attualità.
Una celebrazione decisamente originale e ricchissima
di implicazioni l’ha scelta la Corte di giustizia europea con
una sentenza del primo marzo, destinata a far discutere e
riflettere. I giudici comunitari hanno invalidato un articolo di
una direttiva, già applicata in molti Paesi, che consente
alle imprese di assicurazioni di differenziare il pagamento dei
premi in base al sesso delle persone. La norma, secondo i giudici,
contrasta con il principio di parità di trattamento
garantito dall’Unione europea.
La cosa potrebbe apparire, a prima vista, scontata,
ma così non è, poiché siamo in presenza di una
sacrosanta forma di equiparazione che questa volta, tuttavia, si
risolve in penalizzazione.
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Lo strazio pubblico
Non è la linearità del progetto ma la dimensione
trasgressiva, contorta e obliqua, anche se apparentemente orientata
al futuro, a dominare la politica italiana. È la
trasgressione a regnare sovrana, nel privato e nel pubblico.
È vano separare la politica dalla privacy erotica
dei politici, se questa si colora di reato, che se commesso da
politici ha inevitabilmente una dimensione politica. Come è
vano distinguere le cronache politiche dalle cronache rosa,
contrapporre serietà ufficiale (che sarebbe salvaguardata) a
pornografia ufficiosa (che dovrebbe essere liberalizzata), dato il
prorompere inarrestabile di questa, che esonda su quella. È
vano anche auspicare che si ritiri dalla politica, dalla scena
pubblica, chi (benché innocente fino a prova contraria, anzi
fino al terzo grado di giudizio, come del resto gli insegnano i
suoi avvocati) si trova in condizioni di minorità morale
– dal punto di vista della virtù civica,
s’intende – se non altro perché ignora che il
peso del potere va portato con disciplina e onore, come recita la
Costituzione in un articolo (il 54, c. 2) fino a oggi
incomprensibile (nella sua ovvietà) e sconosciuto, ma
riportato a nuova vita e a piena intelleggibilità
dalle cronache dei nostri tempi felici.
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