Basterebbe guardare un video a caso fra le migliaia di “reaction” di spettatori internazionali che vengono pubblicate ogni anno, subito a ridosso della proclamazione della canzone vincitrice del Festival di Sanremo, per avere un’idea precisa, per quanto stereotipata, di cosa il pubblico internazionale si aspetti dalla musica italiana e, per sineddoche, dalla cultura italiana contemporanea in generale. Sanremo è un ottimo indicatore, infatti, per capire – al di là di qualsiasi giudizio di valore, che qui non interessa – quello che la modernità italiana sa fare: preservare la tradizione in un contesto pop. Qual è, dunque, la nota distintiva che subito colpisce qualsiasi osservatore internazionale del Festival? Sicuramente la presenza di una vera e propria orchestra. I fantasmi della musica classica, della lirica, la tradizione del bel canto, dell’operetta, sono tutti riattivati da questo semplice gesto distintivo che noi abbiamo ormai naturalizzato quasi fino a considerarlo kitsch, ma che la maggior parte degli spettatori non italiani percepisce come incantevole, proprio perché estraniante. Quasi fosse la presenza scenica di strumentisti classici, con tanto di direttore d’orchestra, una sorta di ritorno del rimosso musicale nell’era dell’autotune e della musica campionata; di fatto, un’inconsueta sopravvivenza del non-contemporaneo difficilmente trovabile altrove.

Va detto che difficilmente, negli scorsi anni, avremmo mai pensato che il Festival di Sanremo potesse suscitare attenzione al di là dei confini nazionali, eccetto che per quella parte di pubblico europeo dell’Est Europa che ha sempre tributato un’enigmatica fedeltà al nostro ingombrante rituale identitario. Qualcosa però inizia a cambiare a partire dal 2011, quando l’Italia rientra in competizione all’Eurovision Song Contest, dopo quasi quindici anni di assenza. Quindici anni durante i quali la competizione europea si è trasformata in uno degli show mediatici più seguiti al mondo. L’interesse internazionale per Sanremo si intensifica proprio quando inizia a essere chiaro al pubblico internazionale che è la canzone vincitrice del Festival quella che rappresenta l’Italia all’Eurosong.

Nel 2021, il gruppo romano Måneskin ha vinto l’edizione dell’Eurovision Song Contest con un brano di musica rock intitolato Zitti e buoni. Nel giro di pochi mesi, dopo l’incoronazione europea, il brano aveva superato la quota di 300 milioni di streaming sulla piattaforma Spotify. Apparentemente un brano di rottura con la tradizione del bel canto sanremese, in realtà ulteriore conferma di un’intelligente strategia di mercato che seduce l’immaginario internazionale proprio perché sa dosare iper-modernità e tradizione. Per essere subito chiari: l’iper-modernità dei Måneskin sta tutta nel packaging dei quattro interpreti romani, che è stato perfezionato da Gucci e da quello che fu, fino all’anno scorso, il suo geniale art director: Alessandro Michele. La bandè composta da quattro musicisti giovanissimi: un vocalist – Damiano David – con voce potente (da bel canto tradizionale) e una teatralità volutamente sensuale con ammiccamenti queer; la seconda è una bassista italo-danese – Victoria de Angelis – che occupa il ruolo tradizionalmente maschile del basso, ricodificandolo con postura nordeuropea e una gestualità giocosamente disinibita; infine, abbiamo chitarra – Thomas Raggi – e batteria – Ethan Torchio – entrambi in seconda fila, ma allineati, invece, su un comune denominatore vintage, da estetica rock anni Ottanta di provincia. La combinazione dei quattro funziona proprio nel bilanciamento fra presente e passato, fra sapore cosmopolita e provincialismo rassicurante; per un verso, celebrando alcune caratteristiche verosimili della generazione Z – la fluidità di genere, la queerness, la gestualità infantilmente disinibita; per un altro, fortificando una più composta atmosfera vinile, tradizionale e innocua, in qualche modo classica e provinciale.

L’iper-modernità dei Måneskin sta tutta nel packaging dei quattro interpreti romani, che è stato perfezionato da Gucci e da quello che fu, fino all’anno scorso, il suo geniale art director: Alessandro Michele

Per quanto riguarda, invece, lo stile musicale, si può notare subito che il suono dei Måneskin è costruito su un orchestrato semplice, raw, neo-artigianale. La musica è, in sostanza, quella dei tre strumentisti: basso, batteria e chitarra. La scelta estetica voluta è quella di riprodurre una sonorità live, scarna ed elementare, senza distorsioni o effetti sintetici da post-produzione digitale. Musica semplice, dunque; non campionata, ma costruita sul rapporto diretto fra corpo e strumento. Niente di più. Nella stessa direzione va il cantato di Damiano David, che – oggi in forte controtendenza – lavora sugli accenti prosodici in modo classico, senza alterazione alcuna. L’effetto complessivo è quello di una musica rock artigianale, suonata, semplice, a tratti elementare; e dal vago gusto rétro. E forse non è un caso che questa miscela funzioni benissimo proprio in un anno molto strano: il 2021. È il primo anno, infatti, probabilmente da secoli – probabilmente dalle chiusure delle città durante le epidemie di peste medievali –, che in Europa vengono completamente sospesi, causa pandemia Covid-19, gli spettacoli di musica dal vivo. Il successo anzitutto europeo dei Måneskin, forse, potrebbe anche essere letto come compensazione simbolica di una mancanza radicale. Quasi la loro orchestrazione live lenisse la nostalgia per quello che i concerti dal vivo ritualmente celebrano: la possibilità per una comunità di riunirsi in pubblico insieme.

A questo va aggiunto il fatto che, proprio negli anni della pandemia, BaRT (Bandits for Recommendations as Treatments, l’algoritmo di Spotify prodotto dalla Echo Nest nel 2014 per modificare, editorialmente, l’interazione con gli utenti della piattaforma) ha potenziato al massimo la direzione editoriale della piattaforma, promuovendo, a livello mondiale, brani di autori emergenti nelle Discovery List settimanali. In questo modo, la piattaforma riesce a sfruttare il desiderio di novità, di esotico e di fuga dei suoi utenti, sicuramente acuito negli anni della forzata clausura pandemica. Sta qui la ragione per cui un evento come l’Eurosong contest diventa un’occasione di rimbalzo algoritmico straordinario, portando una canzone sanremese rock, cantata in italiano da un gruppo ancora sconosciuto, a superare, rapidamente, la quota di 300 milioni di ascolto in streaming.

La combinazione di questi due fattori contestuali (estetica live e nuova direzione editoriale algoritmica) ha sicuramente amplificato il successo europeo dei Måneskin, rendendo la loro miscela di semplice – e però sensuale – iper-modernità antimoderna, particolarmente adatta a intercettare quel desiderio di rottura e di presenza che la clausura pandemica interdiceva. Nello stesso tempo, però, i Måneskin funzionano anche perché nella loro estetica complessiva il marchio Made in Italy è molto riconoscibile. Come abbiamo visto, la loro musica è un prodotto volutamente neo-artigianale, orientato a produrre una sonorità derivativa (il rock anni Settanta) dal sapore classico, e dall’estetica incarnata, attraverso la ricerca dell’effetto live, raw, senza post-produzione. Il tutto, però, riscritto seguendo il codice simbolico con cui la moda contemporanea veste l’identità della generazione Z. Ed è infatti il packaging (lo stile Gucci, fatto di disinibizione innocua e fluidità di genere) a rendere verosimile, soprattutto di fronte al pubblico dei loro coetanei, la sostanziale modernità anti-moderna, di fatto sanremese, della loro musica.

Manca tuttavia un ultimo tassello per capire il successo mondiale della band romana: la consacrazione statunitense. Come sappiamo, è un fenomeno rarissimo, essendo il mercato musicale americano quasi del tutto impermeabile alle produzioni europee, soprattutto latine. E qui entra in gioco, però, la genialità dei due nuovi produttori a cui il gruppo si affida, subito dopo aver vinto l’Eurosong: Marica Casalinuovo e Fabrizio Ferraguzzo. La scelta è precisa e si rivelerà vincente: i Måneskin, per riuscire a entrare nel mercato americano, devono innestare la loro estetica vintage su un orizzonte musicale yankee che permetta, però, di far risaltare, contrastivamente, la loro nuova italianità. Che deve essere sì percepibile, ma come se provenisse dagli stessi States; dunque, come ponte con una lontananza storica, non geografica.

Con la cover di Begging del gruppo italo-americano Four Seasons, i Måneskin conquistano il mercato statunitense; in poche settimane, il brano supera il miliardo di streaming sulla piattaforma Spotify

La scelta cade su un brano famosissimo del 1967 già suonato dal gruppo durante il loro apprendistato a X Factor, Begging, del gruppo italo-americano Four Seasons. Ed è subito scacco matto: con questa cover i Måneskin, supportati dal rimbalzo algoritmico derivante dalla vittoria all’Eurosong, conquistano il mercato statunitense; in poche settimane, il brano supera il miliardo di streaming sulla piattaforma Spotify e due mostri sacri della cultura rock, come Mick Jagger e Iggy Pop, li riconoscono come propri eredi. Vale a dire, li riconoscono come loro contemporanei, nel passato. La scelta di produrre una cover di Begging ha permesso dunque ai Måneskin di essere percepiti, dentro il mercato musicale degli States, come un gruppo derivativo, che riscrive, in una cornice iper-moderna, il passato sixities del rock americano; per di più, in questo caso, di un rock suonato da immigrati di origine italiana. E così il cerchio si chiude. Va aggiunto, infine, che essere percepiti negli States come eredi dei Four Seasons ha permesso ai Måneskin di sfruttare anche a proprio vantaggio l’effetto nostalgia che accomuna tanto la percezione americana della vita in Italia; quanto gli ancora innocui e semplici anni Sessanta che la storia del successo di quel gruppo ha incarnato, soprattutto in questi ultimi anni. Basti pensare al film che ne racconta la storia, Jersey Boys, girato nel 2014 da Clint Eastwood e che, a sua volta, è un adattamento del pluripremiato musical omonimo, scritto da Marshall Brickman e Rick Elice, e messo in scena per la prima volta a Broadway, nel 2005, con la regia di Des McAnuff.

Il 7 ottobre del 2022, i Måneskin escono con un nuovo brano, cantato in inglese e intitolato The Lonliest. È un prodotto musicale che questa volta allude al rock melodico statunitense anni Novanta, con sonorità giocate tra i Radiohead e gli Hot Chilli Pepper; ma con un assolo di chitarra alla Led Zeppelin che non si sentiva, suonato così, dagli anni Settanta. The Lonliest sarà nel suo weekend di debutto il brano più ascoltato al mondo negli streaming della piattaforma Spotify.

 

[Un grande aiuto nel comprendere lo stile produttivo Måneskin, lo devo a Rocco Centrella, attuale Music Supervisor Amazon Italia, che qui ringrazio. Una versione più lunga di questo testo sta per essere pubblicata nel prossimo numero sulla rivista “Vesper”, dell’Università Iuav di Venezia].