I trent’anni di storia italiana che vanno dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi nel dicembre 1993 – quando il padrone della Fininvest lascia tutti di stucco dichiarandosi a favore del segretario missino Gianfranco Fini, nella sfida per la poltrona di sindaco di Roma contro il verde Francesco Rutelli – fino alla sua scomparsa portano, almeno per i primi due decenni, il suo marchio. La guida del governo per quasi dieci anni e la partecipazione del suo partito per altri quattro ne attestano la presenza centrale, per lunghi tratti dominante. L’impronta berlusconiana non si limita al piano politico: si tratta di un’influenza che si estende su molti altri terreni, investe gli atteggiamenti e i valori, la comunicazione, lo stile di leadership – all’interno e all’esterno del proprio partito. In sostanza, la cultura politica in senso lato.

Con l’ingresso in politica di Berlusconi ha preso corpo una cultura politica per certi aspetti inedita, per altri di antiche e solide radici nazionali. La novità sta nella ricezione, anche in Italia, del neoconservatorismo, quella corrente ideologica che ha attraversato l’Occidente a partire dai primi anni Ottanta e che da noi fino a quel momento non aveva trovato interpreti. Berlusconi vi ha dato piena rappresentanza. Innervandola, all’inizio, con componenti autenticamente liberali sul piano economico e, in seguito, con richiami più tradizionalisti e persino clericali. In ogni caso, l’approccio berlusconiano, scrostati gli elementi plebiscitari e populistici legati al narcisismo proiettivo del personaggio, ha introdotto in Italia tematiche e approcci legati a un mainstream internazionale.

Allo stesso tempo, Berlusconi ha però ibridato l’ideologia neoconservatrice con visioni e valori che vengono dal profondo della cultura politica nazionale: familismo e nazionalismo, pulsione anti-istituzionale e ribellismo, appello al popolo e disdegno della legge, chiusura provinciale e delirio di onnipotenza. Il tutto, fasciato dalla esaltazione squisitamente italica per il capo. L’impasto di nuovo e vecchio che ne è risultato ha avvinto pezzi diversi della società italiana, che vanno dalle componenti più marginali e alienate come le casalinghe senza titolo di studio che costituiscono la vera base elettorale del Cavaliere, a quelle più arrembanti e desiderose di affermazione e di prebende. Tutto ciò avvolto in un packaging suadente e brillante da maestro della comunicazione.

Familismo e nazionalismo, pulsione anti-istituzionale e ribellismo, appello al popolo e disdegno della legge, chiusura provinciale e delirio di onnipotenza

Berlusconi si presenta come un Giano bifronte: immerso nelle radici anti-statali e “inciviche” dell’Italia profonda, “con uno sguardo indulgente all’indole dei cittadini”, come Edmondo Berselli ha scritto magistralmente nel suo Postitaliani, e allo stesso tempo proiettato nella post-modernità dell’immateriale e dell’immaginifico, dove i contorni del reale sfumano. Il Cavaliere non rappresenta solo e tanto una versione glamour dell’anti-politica, riattivando una lunga tradizione nazionale di disinteresse e distanza dalla politica, avvinta all’arretratezza, a un conservatorismo piccino e gretto, alla paura di tutto ciò che è nuovo ed estraneo. Certo, di quel piccolo mondo desueto, più che antico, Berlusconi raccoglie l’eredità, anche perché nessuno riesce a reclamarla a pieno titolo, essendo i leghisti troppo “barbari” e localisti, e i nostalgici troppo rigonfi di ardori ideali e pervasi dal fascino del clangore degli scontri fisici. Ma, allo stesso tempo, portandosi sulle spalle quelle eredità che non sarebbe andata oltre la riverniciatura di un benpensantismo da destra clerico-fascista o da maggioranza silenziosa anni Settanta, supera questo schema: sfonda perché è un rivoluzionario non passatista. Perché raccoglie le domande di una società civile in fermento sia sul piano economico-sociale sia su quello politico. Raccoglie ciò che è stato seminato da altri: dal craxismo prima, dai referendari di Mario Segni e da Mani Pulite poi.

Benché poi Berlusconi venga investito e rincorso dalle inchieste, al suo primo apparire si fa paladino di una società civile sana, opposta a una classe politica marcia e corrotta. L’immagine di uomo d’impresa prestato alla politica gli ha consentito di mantenersi in equilibrio tra società e Palazzo, e di non essere percepito come un esponente della casta. Il linguaggio, così accuratamente analizzato – come dimostra una gran quantità di studi –, le simbologie adottate, l’irritualità dei comportamenti e infine la stessa politica del corpo sono serviti a tracciare una linea divisoria tra Berlusconi e tutti gli altri politici di lungo corso. Questa differenziazione, necessaria per poter essere più libero dai condizionamenti della politica in senso lato – prassi, istituzioni, regole, aspettative di ruolo – è stata perseguita con determinazione e grande efficacia nel corso degli anni. E si è trattato di una scelta rivoluzionaria, trasgressiva: in fondo, anche al placido pubblico casalingo televisivizzato di Silvio un fremito di trasgressione piace.

Oltre a ciò, Berlusconi si muove fuori dagli schemi perché interpreta una società prima insofferente e volitiva, poi andata “fuori squadra”, come ha scritto Arnaldo Bagnasco. All’inizio il Cavaliere è il calco perfetto di quel mondo vitale e operoso, insofferente di lacci e lacciuoli di ogni tipo, in cui l’individualità sfonda gli argini delle costrizioni collettive sia in senso post-materialista e libertario sia in senso economico-acquisitivo, per far soldi e salire ai piani alti della scala sociale. Quella società che arriva a piena maturazione negli anni Ottanta chiede di essere rappresentata da uno di loro. Craxi non era uno di loro, né li capiva fino in fondo, immerso com’era ancora in una cultura politica da civiltà delle macchine, della Milano fumosa di stabilimenti, cantieri e opifici. Berlusconi invece li capisce benissimo, anche meglio di Bossi, troppo chiuso nei suoi masi montani e nelle sue corti padane per poter andare oltre l’espressione di un urlo di rabbia.

Berlusconi non vuole conservare nulla, anzi. È figlio, oltre che del craxismo arrembante, della rivoluzione di Mani Pulite, per quanto poi negata e insultata. Non riporta indietro le lancette della storia. Quando lo fa, come nella rievocazione del 18 aprile 1948 durante il I Congresso di Forza Italia (1998), è per trovare un riferimento ideale, per legittimarsi come erede di una grande tradizione e per rilanciare la politica anticomunista. Per il resto, il suo, inizialmente, è un progetto di cambiamento e di modernizzazione. Si potrà irridere ai disegni sulle infrastrutture da creare lungo la penisola presentati nel compiacente salotto di Bruno Vespa prima delle elezioni del 2001; andrebbe invece riconosciuto che quelle scene rappresentano plasticamente uno dei tanti messaggi di innovazione e modernità che Berlusconi ha trasmesso – veri o farlocchi, poco importa. Siamo agli antipodi del quieto e tranquillo conservatorismo, del ritorno a un buon tempo antico. Grazie alle note capacità comunicative e all’unicità di mezzi, Berlusconi è riuscito a imporre una visione dinamica del futuro a una constituency moderata-conservatrice e a indicare grandi obiettivi mobilitanti: modernizzare il Paese, creare un'ampia formazione moderata per ricacciare nell’angolo i comunisti, dar vita a “un nuovo miracolo italiano”, come scandiva il suo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. E infine, la più ambiziosa di tutte: una rivoluzione liberale – con il povero Gobetti che si rivoltava nella tomba. Queste sono state le sfide del ventennio di potere berlusconiano. Tutte perse.

Berlusconi è riuscito a imporre una visione dinamica del futuro a una constituency moderata-conservatrice e a mobilitarla per i propri obiettivi

La parabola del berlusconismo si chiude infatti su una serie di sconfitte. Non c’è un solo risultato positivo in questi trent’anni. Non c’è una riforma che qualcuno ricordi se non un picconamento furioso contro le capacità estrattive dello Stato, tanto da aver imposto, nel suo ritorno al governo, nel 2013, in formato grande coalizione, il pratico azzeramento dell’imposta di successione e l’eliminazione della tassa sulla casa, reintrodotta dal governo Monti. Due misure che esistono in tutte le economie avanzate. Ma che erano indigeste per un popolo di piccoli e meno piccoli proprietari, nonché di accaniti familisti.

La disubbidienza fiscale, elevata a diritto civile, trovava ampia rispondenza nel largo pubblico e veniva magnificamente esemplificata da una battuta iconica come “il mettere le mani nelle tasche degli italiani”: un’espressione che evocava una intromissione inammissibile da parte di un’entità maligna e proterva – che, però, era lo Stato. In realtà basterebbe questo, al di là della deriva sguaiata delle cosiddette “cene eleganti” e dell’irrefrenabile satirismo degli ultimi anni di potere, per definire devastante l’irruzione del berlusconismo: colpi di maglio su un già gracile spirito civico nazionale.

Poi c’è il declino post-2013. Berlusconi sopravvive coltivando alcune illusioni, ma sfumano tutte. Riesce a tornare centrale dopo la catastrofe bersaniana e l’invito del riconfermato presidente Napolitano a fermare il populismo grillino [sic!], partecipando a un governo di grande coalizione con il Pd, ma per poco. La condanna per frode fiscale e la conseguente estromissione dal Senato a fine 2013 lo indeboliscono al punto da assistere alla fuga dei suoi ministri, guidati da uno dei tanti delfini detronizzati, Angelino Alfano. Per fortuna, il nuovo, arrembante segretario del Pd, Matteo Renzi, desideroso di rompere gli schemi e scandalizzare, lo riporta agli onori del mondo, invitandolo dopo pochi mesi al Nazareno per discutere di riforme istituzionali. Ma il fiorentino ha uno stiletto nella manica, e al momento dell’elezione del presidente della Repubblica lo estrae, infilzando il Cavaliere, escludendolo così dalla trattativa per non rischiare una rivolta interna con esiti simil-bersaniani.

Il declino politico di Berlusconi si incrocia con il sorgere della stella salviniana: per la prima volta, dalle urne del 2018 Forza Italia non esce primo partito del centrodestra. E Salvini fa gioco solitario: rompe il sodalizio e va al governo da solo. Il ritorno di Forza Italia nell’esecutivo diretto da Mario Draghi nel 2021 offre un'ultima chance a Berlusconi, che l’ormai anziano politico-imprenditore coltiva ossessivamente, e contro ogni evidenza, come risarcimento finale: l’ingresso al Quirinale. Il Cavaliere viene indicato da tutti i partiti del centrodestra ma non arriva nemmeno al voto. Ogni residuo sogno di gloria sfuma. Irrilevante la partecipazione al governo Meloni come terza forza della coalizione. Tutte le chance di un rientro in grande stile dopo il 2011, fatti salvi i primi mesi del governo Letta, saltano. Per il Cavaliere, e per il suo ruolo nella politica e nella società italiana, è il momento del bilancio finale.

L’uomo della comunicazione televisiva non ha retto al declino del suo medium principe. L’irruzione di Internet, e di chi se ne è impossessato per primo, Beppe Grillo, lo ha scalzato dalla centralità

L’uomo della comunicazione televisiva non ha retto al declino del suo medium principe. L’irruzione di Internet, e di chi se ne è impossessato per primo, Beppe Grillo, lo ha scalzato dalla centralità. C’è un passaggio implicito ma coerente tra il Cavaliere e il comico genovese: non riguarda solo il cambio di tecnologia, che pure ha una importanza decisiva, ma anche e soprattutto la retorica populista e antipolitica. Troppo a lungo al potere, al vertice delle istituzioni, Berlusconi per interpretare ancora credibilmente il sentimento antipartitico che tracima dalla società all’inizio degli anni 2010. È l’arrivo sulla scena politica dei 5 Stelle e del suo trascinante leader, unico a riempire le piazze anche sotto la neve, a eclissare definitivamente Berlusconi, che non ha più il tocco per raccogliere quell’elettorato mugugnante e iroso allo stesso tempo che lo aveva seguito così a lungo. Anche perché allora sognava un futuro migliore sulla scia del suo mentore e ora, atterrito e atterrato dalla crisi economica, schiuma solo di rabbia contro il sistema. Il populismo in doppio petto non poteva che ingaglioffirsi di fronte al mutato contesto socio-economico. L’eclisse berlusconiana è certo dovuta all’esaurimento della forza propulsiva del suo messaggio scintillante e illusorio e alla mancanza di successi tangibili dei suoi governi, nonché a un declino morale insostenibile; allo stesso tempo, si incrocia con l’emergere di un nuovo attore politico che gli sottrae la retorica antiestablishment. Sotto il populismo non c’era nulla del berlusconismo di potere.

 

[Questo articolo richiama in alcune parti il capitolo finale di P. Ignazi, Vent’anni dopo. La parabola del berlusconismo, Il Mulino, 2014.]