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OPINIONE PUBBLICA
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Valeria Ottonelli, 27 November 2017

Si è accesa in questi giorni anche in Italia la polemica sulle fake news diffuse in Rete e sui social media, e su quanto sia importante la loro influenza sulla politica e sugli esiti elettorali. La questione ha attraversato e scosso diverse democrazie occidentali negli ultimi tempi. È stata ed è ancora dibattuta negli Stati Uniti dopo le ultime elezioni presidenziali, è stata sollevata in Gran Bretagna nel dopo-Brexit e in occasione dell’ultima tornata elettorale, è emersa di recente in Spagna dopo gli incresciosi fatti catalani. In tutti questi casi la preoccupazione esplicita è che la Rete e i social siano campo di manovra per speculazioni mediatiche che diffondono ad arte, e con tecniche sempre più raffinate, notizie false mirate a influenzare pesantemente l’orientamento e i sentimenti del pubblico democratico, condizionando così l’esito delle consultazioni elettorali e il clima politico e sociale dei Paesi colpiti. L’effetto delle fake news, infatti, non sarebbe solo quello di influenzare il voto, ma anche di fomentare l’odio e il conflitto sociale, portando a una destabilizzazione del sistema politico. Su tutti questi sospetti aleggia l’ombra dei “russi”, e della loro pluridecennale tradizione di disinformatzia come tecnica di sfiancamento delle democrazie occidentali.

In realtà, a ben vedere, per spiegare le fake news non ci sarebbe bisogno di alcun complotto del governo russo, dal momento che a quanto pare si tratta di un’industria decisamente redditizia, nella quale peraltro giocare fuori casa può essere più remunerativo e sicuro che farlo nel proprio Paese. Ma questo, in un certo senso, rende il problema solo più preoccupante e spinoso.

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Pierluigi Contucci, 19 April 2017

«L’opinione espressa da chi ha competenza in un certo campo, quando essa è stata acquisita con decenni di studi ed esperienza, ha più valore e pesa di più di quella di altri che in quel campo non ne hanno». Questa affermazione, sebbene così ovvia da sfiorare il lapalissiano, è sempre più controversa nel dibattito pubblico

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Paolo Pombeni, 18 April 2017

È tornata in campo, tiepidamente, la storia della contrapposizione fra politici e tecnici, a volte con la solita citazione della frase attribuita a De Gasperi: «Il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni». A prescindere dal fatto che in quella frase si parla di statisti e non di tecnici, in tutto questo dibattito c’è una bella quota di ipocrisia (e passi), ma soprattutto una sottovalutazione dei termini complessivi del problema.

Partiamo da una constatazione semplice: lo statista guarderà senz’altro al futuro, ma se poi perde le elezioni non lo costruisce. De Gasperi ne era perfettamente consapevole e infatti fece molte azioni anche decisamente «politiche» per non perdere l’amplissimo consenso che si era costruito con un partito come la Dc postbellica, che volle, nonostante opposizioni interne, un partito pigliatutto.

Il problema, allora, non è la presunta contrapposizione che esisterebbe fra politici (leggasi: uomini di partito) e tecnici (leggasi: persone che antepongono o dovrebbero anteporre la loro credibilità professionale alla ricerca del consenso). Ciò che divide le due categorie non è una diversa logica, ma un diverso percorso di analisi dei problemi in campo. Parliamo naturalmente del caso in cui da una parte e dall’altra ci siano gli strumenti e le capacità per affrontare questi percorsi, il che, nell’uno e nell’altro caso, spesso non succede.

La questione di fondo è la possibilità o meno di mettere il Paese davanti alle responsabilità che derivano dalla situazione in cui si trova. Il cosiddetto tecnico pensa in genere che sia poco sensato mistificare la durezza dei problemi, visto che prima o poi essa si imporrà da sola. Il cosiddetto politico pensa invece che la pubblica opinione in generale non sia in grado di misurarsi con una realtà sgradevole e che dunque sia opportuno fargliela accettare come la famosa pillola, cioè rivestita di un bel po' di zucchero.

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