Rivista il mulino

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ETICA
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Fabio Corbisiero, 02 November 2017

Farsi un selfie sulla tomba di Jim Morrison nel cimitero parigino di Père-Lachaise è fuori luogo? Recarsi in Thailandia per guardare le «donne giraffa» è deprecabile? Scegliere una meta per turismo sessuale è immorale? Sono solo alcuni degli interrogativi morali che Corrado Del Bò ci propone attraverso la lettura del suo libro Etica del turismo. Responsabilità, sostenibilità, equità (Carocci, 2017).

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Roberto Escobar, 05 December 2011

Accade ogni tanto che un uomo o una donna noti si uccidano, e che molti se ne scandalizzino, nel senso etimologico del verbo. Uno skàndalon, un inciampo dell’opinione pubblica, è stata la morte che Lucio Magri si è dato in una clinica svizzera, assistito da un medico. Un tale inciampo fu un anno fa anche il gesto di Mario Monicelli, che salì all’ultimo piano di un ospedale, si arrampicò a fatica – lui novantacinquenne – sul bordo di una finestra, e si gettò di sotto. Non fossero stati famosi, per loro non ci sarebbe stato rumore mediatico. Certo qualcuno o molti avrebbero sofferto, o avrebbero provato rancore, e forse anche – perché no? – simpatia. Così reagiamo di fronte al suicidio: coinvolgendo noi stessi in quel gesto ultimo, sia che lo si rifiuti con rabbia, sia che lo si accolga con pietà. Invece, non (solo) di coinvolgimento si è trattato, ma (anche) di scandalo per Monicelli e per Magri. E per questo ancor più che per quello. Chissà, forse c’è chi non perdona loro, uomini pubblici, di rendere dolorosamente evidente la più radicale e privata delle questioni: di chi è la mia morte?

A leggere i commenti seguiti al suicidio del fondatore del «manifesto» sembra che proprio la sua privatezza non sia stata rispettata. Contro ogni pur formale pietà, qualcuno si è cimentato in un funereo narcisismo: io avrei fatto, io non avrei fatto…

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Francesco Vella, 12 September 2011

Strano destino, quello del Partito democratico, al centro delle bufere giudiziarie. Torna in scena il rapporto tra etica e politica, solamente che questa volta coinvolge direttamente chi ha fatto della “questione morale” e dell’”etica pubblica” uno dei suoi valori fondanti. E lo ha fatto con merito perché, in un contesto dove moralità, trasparenza e correttezza dell’azione politica sono beni notoriamente in disuso, si è dato da tempo regole interne e principi di comportamento: la sospensione di Filippo Penati ne è la testimonianza.

Ma è inutile nascondersi dietro il classico dito, l’etica è qualcosa in più del semplice rispetto della legge. In altri termini: l’accertamento della responsabilità penale spetta alla magistratura e Penati ha il pieno diritto a tutte le tutele previste dall’ordinamento, con il rispetto che si deve a qualsiasi imputato che, nell’ambito delle procedure, manifesta la propria innocenza. Ma chi ricopre cariche politiche ha una forma di responsabilità diversa che richiede, nella gestione del potere, canoni di particolare rigore personale e di protezione della reputazione del partito che si rappresenta. Sono canoni che vanno scrutinati e verificati con attenzione prima e al di là degli accertamenti giudiziari, anche perché quando le ipotesi di reato emergono, la frittata, anche sul piano mediatico, è ormai fatta.

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Mauro Barberis, 25 July 2011

Hanno qualcosa in comune gli attacchi speculativi ai Paesi deboli dell’area euro e lo scandalo Murdoch? Forse sì; forse entrambi sono manifestazioni di un unico processo, che molti chiamano declino dell’Occidente. Il declino della cultura occidentale è iniziato negli anni Ottanta, quando l’economia ha cominciato a lasciare il posto alla finanza: alla produzione di soldi per mezzo di soldi. Gli imprenditori occidentali hanno cioè smesso di produrre beni durevoli e cominciato a speculare in borsa: investimento che, a breve termine, è sembrato molto più redditizio.

È apparso allora il Casinokapitalismus, che ha arricchito poche persone producendo invece, per tutti gli altri, fallimenti su fallimenti: l’ultimo dei quali con la grande crisi dei mercati immobiliari. In compenso, il capitalismo finanziario è riuscito a cambiare i nostri valori: non più progresso, lavoro, produzione, ma rapido arricchimento, consumo e, per dimenticarsi più facilmente del futuro, tanto intrattenimento. Gli imperi mediatici di tycoon della comunicazione come Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi, così, hanno finito per soppiantare le grandi corporation industriali anche come punti di riferimento della politica.

In questo scorcio d’estate, alcuni di questi nodi stanno venendo al pettine. La speculazione, dopo i Paesi minori dell’area euro, ha cominciato ad attaccare i Paesi maggiori. Ora tocca all’Italia, percepita come politicamente allo sbando; e in effetti è vero che ormai si affida, come unica credenziale di serietà, a un tributarista lombardo, il prof. Giulio Tremonti. Ma soprattutto monta ogni giorno di più, nei Paesi anglosassoni, lo scandalo Murdoch: fra arresti e suicidi di collaboratori, dimissioni dei capi di Scotland Yard e gravi imbarazzi per il leader conservatore inglese David Cameron.

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Carlo Galli, 28 February 2011

Non è la linearità del progetto ma la dimensione trasgressiva, contorta e obliqua, anche se apparentemente orientata al futuro, a dominare la politica italiana. È la trasgressione a regnare sovrana, nel privato e nel pubblico. È vano separare la politica dalla privacy erotica dei politici, se questa si colora di reato, che se commesso da politici ha inevitabilmente una dimensione politica. Come è vano distinguere le cronache politiche dalle cronache rosa, contrapporre serietà ufficiale (che sarebbe salvaguardata) a pornografia ufficiosa (che dovrebbe essere liberalizzata), dato il prorompere inarrestabile di questa, che esonda su quella. È vano anche auspicare che si ritiri dalla politica, dalla scena pubblica, chi (benché innocente fino a prova contraria, anzi fino al terzo grado di giudizio, come del resto gli insegnano i suoi avvocati) si trova in condizioni di minorità morale – dal punto di vista della virtù civica, s’intende – se non altro perché ignora che il peso del potere va portato con disciplina e onore, come recita la Costituzione in  un articolo (il 54, c. 2) fino a oggi incomprensibile (nella sua ovvietà) e sconosciuto, ma riportato a nuova vita e  a piena intelleggibilità dalle cronache dei nostri tempi felici.

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