Rivista il mulino

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FISCO
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Silvia Giannini, 10 October 2011

In attesa (quando?) del “decreto sviluppo” (supposta madre del rilancio economico) le agenzie internazionali si sono tutte allineate nel declassare il rating del Paese. Trovandosi disoccupata, la maggioranza litiga su chi dovrà sostituire Draghi al governo della Banca d’Italia, mentre il premier si preoccupa, con il ricorso all’abituale linguaggio da trivio, di come ridenominare il suo Partito delle Libertà.

Nel frattempo, a fianco dell’ipotesi di vendere nel brevissimo periodo il patrimonio immobiliare pubblico, è rispuntata persino l’ipotesi di condono (fiscale e edilizio per non scontentare nessuno). Ma lo stesso Tremonti, padre dei megacondoni del passato e di ben tre scudi fiscali, sembra avere finalmente capito (esibendo tuttavia una buona dose di impudicizia intellettuale) che i condoni sono l’opposto di ciò che serve per contrastare efficacemente l’evasione fiscale e il rispetto del territorio. In realtà il ministro farebbe bene a reintrodurre la Dual Income Tax, da lui inopinatamente abolita, che favoriva la capitalizzazione delle imprese di cui queste hanno disperato bisogno per reggere alla crisi. In verità, una sua riedizione pudicamente ridenominata Aiuto per la Crescita Economica è riapparsa nella delega fiscale: una buona idea, che però rischia di cadere nel dimenticatoio.

I decreti di luglio e agosto sono stati un’occasione persa. I costi della politica e il federalismo fiscale sono rimasti un genere letterario abusato da tutte le parti sociali. Il salvataggio delle provincie si è accompagnato a nuovi oneri insostenibili per governi locali, che (come richiede un federalismo intelligente e non fatto di avariata pasta leghista) sono i più vicini ai cittadini e in prima linea a dover rispondere alle crescenti esigenze di chi è davvero colpito dalla crisi: percentuali crescenti di giovani che non studiano, né lavorano, imprese che chiudono, disagi e bisogni crescenti, che stanno alimentando tensioni sociali, che potrebbero facilmente esplodere e divenire difficilmente controllabili.

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Silvia Giannini, 06 December 2010

La legge di stabilità sta concludendo il suo iter parlamentare. Nonostante le proteste, per ora sembra essere confermato il drastico taglio, da 400 a 100 milioni di euro, del 5 per mille a favore di volontariato e ricerca. Tremonti, in ogni caso, rassicura: i 400 milioni del 5 per mille verranno reintegrati. Rivendicando orgogliosamente la paternità del 5 per mille, lo stesso ministro ricorda l’intervista al "Corriere della Sera" del 9 novembre 2004, dove presentò l’idea, definita “rivoluzionaria, non tanto perché ibrida nuovo e vecchio, filantropia e sussidiarietà, quanto perché rompe il monopolio della politica, trasferendo quote di potere e responsabilità dallo Stato alla società”.

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Cominciare dalle famiglie numerose e più povere
Silvia Giannini, 11 October 2010

La riforma fiscale è uno dei cinque punti su cui il presidente del Consiglio ha recentemente chiesto la fiducia in Parlamento ed è tra le priorità indicate nel confronto sulla crescita avviato fra le parti sociali la scorsa settimana. C’è da augurarsi che sia la volta buona, perché di tanto in tanto, come un fiume carsico, il tema del fisco riappare nell’agenda politica, con tanto di  annunci e promesse di un’ampia consultazione nel Paese, salvo poi scomparire subito dopo.
Nella pratica, fino ad ora da parte del governo non sono venute proposte. Quelle poche che man mano sono emerse sono deludenti: a partire dalla cedolare sugli affitti, che premia i proprietari di immobili, o dalla detassazione di alcune componenti del salario, tra cui i premi di risultato e il lavoro notturno, che rischia di segmentare i lavoratori ed erode ulteriormente la base imponibile dell’Irpef, più che stimolare la crescita della produttività. Oltre a interventi sporadici e discutibili di questo tipo, altri si presentano di difficile o impossibile attuazione, ad esempio la riduzione dell’Irap, con onere a carico delle Regioni (a cui intanto si tagliano i fondi), o il tentativo di attrarre le multinazionali a investire nel nostro Paese consentendo loro di adottare il sistema tributario che preferiscono (tra quelli vigenti in uno dei 27 Paesi dell'Unione europea).

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Silvia Giannini, 31 May 2010

Dopo una settimana di ipotesi, voci, smentite e “conti in tasca” sembra che il governo abbia alla fine deciso le misure per affrontare l’emergenza conti pubblici. Il testo definitivo del decreto ancora non è noto, ma a quanto si sa consente  comunque  qualche primo  commento.
Che vi fosse  bisogno di intervenire per correggere i conti pubblici è certo, e anzi meravigliavano certi ottimistici commenti, reiterati, fino a poco tempo fa, dal nostro premier. Era sufficiente leggere i programmi di stabilità per la Commissione europea o la Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza Pubblica (ma chi conosce questi documenti, oltre ai pochi addetti ai lavori?) per sapere che il governo si era già impegnato,

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Roberto Escobar, 24 May 2010

In questi giorni c’è chi si sta facendo e rifacendo i conti in tasca. I dirigenti statali, per esempio, e poi i magistrati e i professori universitari. Pare, sembra, si dice… Anzi è certo, se nel frattempo non è stato smentito. Per farla breve: chi tra di loro guadagna più di 80.000 euro lordi l’anno, dovrà lasciare allo stato il 10 per cento della parte eccedente. Se provano a piangersi addosso, pensino non ai milioni di concussi e concussori, corrotti e corruttori, evasi ed evasori, ma ai milioni di disoccupati, mai stati occupati, quasi occupati, male occupati e lì lì per non essere più occupati, che di “eccedente” hanno solo il rosso del conto in banca. Anzi, che spesso non ce l’hanno neppure, un conto, e tanto meno una banca. E poi, annuncia maschio il Calderoli, anche i parlamentari parteciperanno allo sforzo “greco” caldeggiato dal Tremonti. Lo faranno (forse) con un 5 per cento del loro compenso, non si sa bene come conteggiato. Vien da compiangerli. Ma tant’è. Devono dare il buon esempio (e non molto di più).

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