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Il caso Diciotti, i tweet, l’Albania
Nicola Pedrazzi, 31 August 2018

“Il ministro degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi ringrazia l’Albania per la decisione di accogliere 20 profughi della nave Diciotti. Un segnale di grande solidarietà e amicizia molto apprezzato dall’Italia”. È cominciato così, con un cinguettio della Farnesina

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Valeria Ottonelli, 27 November 2017

Si è accesa in questi giorni anche in Italia la polemica sulle fake news diffuse in Rete e sui social media, e su quanto sia importante la loro influenza sulla politica e sugli esiti elettorali. La questione ha attraversato e scosso diverse democrazie occidentali negli ultimi tempi. È stata ed è ancora dibattuta negli Stati Uniti dopo le ultime elezioni presidenziali, è stata sollevata in Gran Bretagna nel dopo-Brexit e in occasione dell’ultima tornata elettorale, è emersa di recente in Spagna dopo gli incresciosi fatti catalani. In tutti questi casi la preoccupazione esplicita è che la Rete e i social siano campo di manovra per speculazioni mediatiche che diffondono ad arte, e con tecniche sempre più raffinate, notizie false mirate a influenzare pesantemente l’orientamento e i sentimenti del pubblico democratico, condizionando così l’esito delle consultazioni elettorali e il clima politico e sociale dei Paesi colpiti. L’effetto delle fake news, infatti, non sarebbe solo quello di influenzare il voto, ma anche di fomentare l’odio e il conflitto sociale, portando a una destabilizzazione del sistema politico. Su tutti questi sospetti aleggia l’ombra dei “russi”, e della loro pluridecennale tradizione di disinformatzia come tecnica di sfiancamento delle democrazie occidentali.

In realtà, a ben vedere, per spiegare le fake news non ci sarebbe bisogno di alcun complotto del governo russo, dal momento che a quanto pare si tratta di un’industria decisamente redditizia, nella quale peraltro giocare fuori casa può essere più remunerativo e sicuro che farlo nel proprio Paese. Ma questo, in un certo senso, rende il problema solo più preoccupante e spinoso.

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Luisa Leonini, 06 November 2017

Pochi giorni fa gli avvocati di Facebook, Twitter e Google sono stati interrogati dal Senato degli Stati Uniti per spiegare come abbiano potuto non accorgersi della presenza sulle loro piattaforme di propaganda politica occulta. Quella, in particolare, che sembra essere stata finanziata da account russi durante la campagna per le elezioni presidenziali del 2016 che, giusto un anno fa, ha portato alla vittoria di Donald Trump.

Un nuovo capitolo del cosiddetto «Russiagate» si è così aperto. Facebook, infatti, avrebbe ricavato una cifra superiore ai 100.000 dollari dalla vendita di spazi pubblicitari ad account fake legati a server russi. Il periodo interessato è quello che va dalla discesa in campo di Trump (maggio 2015) al maggio di quest’anno. Gli account coinvolti avrebbero pubblicato post che, pur non riferendosi in maniera esplicita al voto, trattavano, orientando l’opinione del lettore, contenuti oggetto della campagna elettorale: omofobia, xenofobia e politiche migratorie, diritto a possedere armi per difendersi da sé.

Stando a quanto pubblicato dal “New York Times”, oltre 3.000 spazi pubblicitari sulle bacheche degli utenti di Facebook sarebbero stati acquistati da account fake legati alla Russia, raggiungendo 126 milioni di utenti del social di Mark Zuckerberg. A questi andrebbero aggiunti oltre 131.000 messaggi su Twitter e più di 1.000 video caricati su YouTube. Dietro questa vera e propria campagna si celerebbero organizzazioni riconducibili alla Internet Research Agency di San Pietroburgo.

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Un caso studio a partire dall’analisi di una settimana su Twitter
Manuela Malchiodi, 29 July 2016

Il fenomeno della radicalizzazione e del terrorismo islamico esercita effetti preoccupanti sulla percezione dell’islam e sulle relazioni con i cittadini di religione islamica residenti o

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Tra conformismo gregario, ostracismo ed esclusione sociale
Loredana Sciolla, 03 June 2013

La lettera scarlatta, opera di Nathaniel Hawthorne pubblicata con grande successo nel 1850, inizia con una scena sconvolgente. Hester, la giovane donna protagonista del romanzo, viene mostrata al popolo di Boston su un patibolo. Qual è la sua colpa? Aver dato alla luce una bambina, commettendo adulterio per amore di un uomo di cui non vuole rivelare il nome. Hester finirà per subire l’ostracismo sociale, isolata ed emarginata dalla sua comunità, portando cucito sul petto il marchio della vergogna: una "A", scarlatta, come "adultera". Intorno a lei si formerà così un vuoto fatto di parole e di discorsi denigratori: le chiacchiere delle comari, per le quali l’ostracismo non è una pena sufficiente e vorrebbero che Hester venisse uccisa o indotta al suicidio.

L’io narrante, che ritrova i documenti e le testimonianze di questa storia, dice che quando toccò la "A" ricamata, nascosta tra le carte, provò "un calore bruciante... come se la lettera non fosse di panno rosso, ma di ferro arroventato fino a diventare rosso". Che cosa c’entrano il bigottismo e la rigidità di una comunità puritana del Seicento con il nostro oggi permissivo, sessualmente emancipato, individualizzato nelle scelte morali e affettive? C’entrano eccome.

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