Rivista il mulino

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FINANZA
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Il dibattito sulle sorti del Paese è pressoché assente, sostituito da molto rumore di fondo
Antonio Banfi, 30 July 2019

Straniamento: forse non c’è una parola più adatta per descrivere la sensazione che si prova osservando ciò che sta accadendo in queste settimane nel nostro Paese. Il dibattito pubblico è prevalentemente assorbito da questioni poco serie, o – per meglio dire – da questioni la cui gravità deriva più dal coinvolgimento che tali questioni generano piuttosto che dalla loro effettiva rilevanza. Detto in altri termini, il dibattito politico (se ancora così lo si può definire) è ormai appiattito su faccende di corto respiro

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Marco Leonardi, 12 April 2019

Bisogna riconoscere che il Def presenta numeri veritieri. E non era affatto scontato, vista la comunicazione pubblica del governo improntata all’ottimismo a oltranza. Anzi, ci si sarebbe potuto aspettare la scelta di sfidare i mercati e l’Europa con stime di crescita ben più alte, dell’ordine di 0,5/0,6%.

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L'approvazione del Def 2017
Gustavo Piga, 14 April 2017

Il Documento di economia e finanza (Def) non è la stessa cosa della Legge di stabilità. Questa traccia le decisioni del governo su spese e tasse per l’anno a venire; quello, così voluto dall’Europa, nasce per indicare a imprese e famiglie il contesto economico di medio termine

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Perché non bisogna liquidare su due piedi la proposta di una moneta complementare avanzata dalla candidata M5S a Roma
Laura Sartori, Paolo Dini, 07 June 2016

Qualche giorno prima di risultare nettamente vincente al primo turno delle elezioni comunali romane, la candidata del M5S Virginia Raggi ha parlato di moneta

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Gianfranco Viesti, 12 August 2013

L’avvio della procedura di fallimento della città di Detroit non ha suscitato in Italia particolare interesse, a parte qualche consueto e acido commento del “Corriere della Sera” (21 luglio) sulla circostanza che una simile procedura dovrebbe essere applicata anche a Napoli. E invece quella di Detroit, a parte l’interesse in sé, è una metafora straordinaria di due interessanti temi nelle società contemporanee: le conseguenze del liberismo estremo; le mutevoli e differenti sorti dei ricchi e dei poveri.
La causa prima del fallimento di Detroit, al netto di episodi di malgoverno e di malaffare che non sono certo limitati a quella esperienza, è nell’effetto delle migrazioni come soluzione ai problemi di disparità geografica nello sviluppo. Detroit è il caso estremo, avendo perso due terzi della sua popolazione: ma casi comunque preoccupanti, ci sono anche in Europa e in Italia. Da tempo molti economisti e istituzioni prestigiose come la Banca Mondiale (si veda ad esempio il World Development Report del 2009, “Reshaping economic geography” ) sostengono che le migrazioni sono la migliore soluzione ai problemi di disparità: ciò che conta è offrire lavoro alle persone, indipendentemente dai luoghi.
Un economista autorevole nel dibattito europeo come Daniel Gros, ha recentemente riproposto migrazioni di massa, specie dei giovani qualificati come soluzione alla disoccupazione nei paesi del Sud Europa (Ceps Policy Brief del 26 giugno). Poi arriva Detroit. E ci ricorda la differenza fra l’economia dei teorici astratti e un po’ dogmatici e quella delle persone in carne e ossa. Che succede, infatti, ai luoghi dai quali fuoriescono in massa le persone più qualificate in cerca di lavoro? Questi luoghi muoiono, perché i residenti, il loro reddito e il loro gettito fiscale non sono più in grado di sostenere neanche i minimi servizi indispensabili, e ancor meno far fronte a servizi giustamente progettati su una scala molto più ampia. Non è difficile argomentare che il costo collettivo di un luogo che “muore” è assai superiore al beneficio privato di chi è emigrato

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