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FEDERALISMO
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Da «il Mulino», n. 4/2009
> >, 04 December 2017

Nelle compagnie di amici c’è sempre quello che si crede simpatico e a un certo punto, dopo aver chiesto silenzio tintinnando col coltello sul bicchiere, si alza ed esclama la fatidica frase: «Sentite questa».

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Un ricordo di Piero S. Graglia (dal n. 6/2010 della rivista)
Redazione, 23 May 2016

A tre anni dall’avvio delle celebrazioni per il centenario della nascita di Altiero Spinelli (nato a Roma il 31 agosto 1907), si può provare a fare un bilancio non tanto

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Gianfranco Viesti, 04 February 2013

Come al solito la reazione prevalente è quella di ignorare la questione, di alzare le spalle; di richiamare i luoghi comuni secondo i quali i leghisti gridano tanto ma in fondo sono dei bravi ragazzi.

Errore grave: la proposta (per quanto vaga) di lasciare a ciascuna regione il 75% del gettito fiscale totale raccolto nel suo territorio è importante e grave; andrebbe discussa con attenzione. Prima di tutto nei suoi risvolti di tattica politica. Perché la Lega da sempre usa questo sistema: tirare molto alto – senza suscitare grandi reazioni – per poi apparire persino moderata nel richiedere concreti risultati riducendo le proprie pretese. E perché questa stessa proposta è stata fatta propria da un grande partito nazionale (il Popolo della Libertà), assumendo una rilevanza che va ben al di là della rivendicazione localistica. Il silenzio dei pidiellini è clamoroso.

Poi per i motivi di fondo. È costituzionalmente eversiva. La Costituzione è chiara: la tassazione è individuale, ed è progressiva in base al reddito. Anche i diritti di cittadinanza (istruzione, salute) sono personali, e sono indipendenti dal reddito. Per questo la politica economica nazionale svolge un fondamentale ruolo redistributivo: indirizza una parte delle tasse pagate dai più ricchi al finanziamento dei servizi per i più poveri, ovunque essi vivano. Come ovunque in Europa, come negli Stati Uniti, svolge un fondamentale ruolo politico: riduce le disuguaglianze, offre opportunità a chi ha meno. Un principio liberale, su cui si fondano le basi del nostro Stato democratico, che sarebbe stravolto dalla proposta Lega-Pdl: i principi dell’azione pubblica diventerebbero territoriali e non individuali.

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Carlo Trigilia, 23 July 2012

Nei giorni scorsi si è diffusa la preoccupazione per un rischio di default della Regione Sicilia. Si tratta di un problema particolare o siamo di fronte a un fenomeno ben più vasto? In realtà la questione va ben al di là del caso Sicilia. Se infatti non si tiene solo conto del debito regionale in senso stretto, ma dei trasferimenti netti a favore delle regioni e degli enti locali del Sud, siamo in presenza di un deficit strutturale del Mezzogiorno stimato dalla Banca d’Italia in circa 60 miliardi all’anno (lo Stato incassa molto meno di quello che spende). Valori simili riguardano i trasferimenti realizzati nell’ultimo sessantennio.

Certo, questi trasferimenti servono per garantire l’accesso ai servizi fondamentali dei cittadini meridionali secondo il dettato della nostra Costituzione, e servono per promuovere lo sviluppo economico. Ma dopo sessant’anni è evidente che essi alimentano un’offerta di servizi e infrastrutture gravemente inefficiente, e non sono stati in grado di innescare uno sviluppo economico autonomo nel Sud, mentre gravano pesantemente sulle finanze pubbliche. È altrettanto chiaro che i vincoli posti dalla globalizzazione dell’economia e dall’integrazione europea non consentono più di continuare su questa strada, come le vicende della crisi in corso mostrano ampiamente. Una svolta è indispensabile.

La Sicilia, come Regione statuto speciale, ha avuto più trasferimenti e più autonomia nell’impiego delle risorse. Avrebbe dovuto crescere di più, e invece ha speso di più e si è sviluppata meno delle stesse regioni meridionali.

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Gianfranco Viesti, 19 September 2011

Più d’uno, nelle scorse settimane, ha sostenuto la fine del progetto federalista in Italia. Affermare che il processo di costruzione del “federalismo fiscale” si sia già arenato o stia comunque per arenarsi si fonda su due ottimi motivi.

Il primo è di carattere economico-finanziario. Nella zigzagante e un po’ imbarazzante costruzione delle diverse versioni delle manovre finanziarie, questo governo ha tenuto sempre un punto fermo. Scaricare il grosso delle riduzioni della spesa su regioni ed enti locali. Il motivo attiene alla comunicazione politica. Quando, progressivamente, se ne vedranno gli effetti (sui servizi comunali, sul Welfare, sul trasporto pubblico locale) l’ira dei cittadini si scaricherà sulle regioni e sugli enti locali; non sarà semplice comunicare che l’asilo è chiuso, o che le rette si impennano, per decisione di Tremonti. Il costo di queste non proprio coraggiosissime scelte rischia però di essere sensibile: la costruzione di un diverso sistema di finanziamento dei livelli periferici di governo per il futuro si scontra con l’assoluta carenza di risorse per le funzioni di base per il presente. Difficile fare patti chiari in questa situazione.

Il secondo è di carattere tutto politico. Come noto, in Italia c’è un partito secessionista. Le sue proposte sono fuori dal dettato costituzionale; ma, per le vicende politiche nostrane, non solo quel partito fa parte pienamente del gioco politico, ma è anche al governo; ed è anche quello che ha in mano la partita del federalismo fiscale.

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