Rivista il mulino

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PROFUGHI
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Francesco Palermo, 31 January 2019

La Costituzione è il perimetro entro il quale la politica si muove, o meglio, si dovrebbe muovere, con le proprie scelte discrezionali. È il ring nel quale il legittimo conflitto di idee si svolge, o si dovrebbe svolgere, secondo regole prestabilite, la cui interpretazione è affidata ad arbitri, a organismi super partes, i più importanti dei quali sono la Corte costituzionale e il presidente della Repubblica

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Enrica Morlicchio, 20 November 2017

Al centro dell’immagine diramata a inizio novembre dall’agenzia Reuters vi è una profuga Rohingya, in fuga dalle persecuzioni birmane, che tenta di attraversare il fiume Naf, al confine tra Myanmar e Bangladesh. In basso a sinistra s’intravede una macchina fotografica appoggiata a terra. E un braccio possente di colore bianco in mezzo a un groviglio di esili braccia scure che tentano di tirare la donna fuori dal fango che sta per inghiottirla. La macchina fotografica e il braccio sono di un fotografo che in quella circostanza ha ritenuto più urgente e utile aiutare la donna, al limite delle sue forze, anziché documentarne la probabile morte. Grazie a una schiera di fotografi e fotografe appassionati e coraggiosi, in questi anni di grandi migrazioni forzate è stato possibile raccontare l’indicibile.

Il piccolo Alan Kurdi riverso senza vita sulla spiaggia, gli orfani nigeriani sopravvissuti al naufragio che si stringono in un abbraccio disperato, il giovane uomo che tenta di mettere in salvo il figlio attraverso il filo spinato sono protagonisti di immagini che sono possenti non solo per il turbamento che trasmettono, ma anche per la qualità dell’inquadratura. Chiamano in causa l’umanità del fotografo, ma anche la sua professionalità. Eppure, ci dice quel braccio che tira fuori la donna, in alcune circostanze essere testimoni del nostro tempo è un compito eticamente molto più complesso, che non riguarda solo il nostro modo di osservare gli avvenimenti e la nostra abilità nel descriverli, ma anche di viverli. 

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Antonio Mutti, 14 February 2017

L’idea di costruire corridoi umanitari per sottrarre i migranti allo sfruttamento dei trafficanti di uomini e della criminalità organizzata è evocata con una certa insistenza in molte analisi sul governo delle migrazioni internazionali.

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La drammatica situazione del campo di Kelebija, ai confini tra Ungheria e Serbia
Marzia Bona, 23 September 2016

Da aprile 2016, la presenza di migranti in transito in Serbia è passata da 1600 a quasi 5000 persone: numeri in costante aumento che mettono alla prova le capacità di

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A volte si pensa di difendere i migranti, ma in realtà non li si aiuta affatto
Valeria Ottonelli, 06 June 2016

Come ormai di rito, alle ultime dichiarazioni di Monsignor Galantino, che ha richiamato ancora una volta al dovere di accogliere i profughi e i rifugiati in viaggio verso l’Europa, hanno fatto seguito le proteste di chi sostiene che l’accoglienza non è possibile per tutti. E anche questa volta, in soccorso della tesi a favore dell’accoglienza, sono arrivate le voci di chi ci ha ricordato che queste nuove ondate migratorie, lungi dall’essere una disgrazia, sono per noi un’«opportunità» e una «risorsa». L’Europa, si sa, sta subendo un rapido e preoccupante processo di senescenza. Fra pochi anni, lo squilibrio demografico produrrà il collasso dei sistemi pensionistici e del Welfare. I rifugiati, si dice, sono in grado di infondere nuova linfa vitale a questo continente che non è più in grado di riprodurre le condizioni della propria sopravvivenza sociale ed economica.

Questi discorsi sono certamente animati dalle migliori intenzioni e possono apparire come un utile antidoto allo scomposto catastrofismo che anima molti dibattiti sull’emergenza rifugiati. Tuttavia, dovrebbero essere fatti con una certa cautela. Il rischio è che portino a una fallace equiparazione fra rifugiati e migranti economici. Si tratta di un assunto non solo errato dal punto di vista morale, ma anche controverso dal punto di vista empirico.

Parlare di «opportunità» e di «risorsa» può avere senso quando si invita all’accoglienza di chi si sposta in cerca di un lavoro; se riferito a chi sta fuggendo da catastrofi umanitarie immani, suona ‒ anzi è ‒ irrimediabilmente cinico.

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