Rivista il mulino

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RAZZISMO
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Marcello Flores, 13 February 2018

Vi sono momenti in cui il dibattito pubblico sulle parole nasconde un problema di contenuti che si fa fatica a fare emergere e ad affrontare con serietà. In questi giorni abbiamo almeno tre esempi diversi, che dovrebbero costringerci a riflettere e non solo farci “prendere posizione”. Due di questi riguardano casa nostra: la parola “razza”, secondo alcuni da abolire anche nella nostra Costituzione; e l’attribuzione del termine “terrorismo” alla violenta azione di Macerata di un neofascista-leghista contro inermi cittadini di colore. 

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Asher Daniel Colombo, 12 February 2018

I terribili fatti di Macerata non hanno solo riportato nel modo peggiore possibile il tema dell’immigrazione al centro del dibattito politico. Hanno anche fatto riemergere il limite ormai cronico del dibattito pubblico sull’immigrazione in Italia

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A proposito del destino dei monumenti americani
Maurizio Vaudagna, 10 November 2017

Nel nostro immaginario la distruzione dei monumenti gode di pessima stampa. Un nuovo regime intollerante distrugge i simboli del suo predecessore altrettanto intollerante. Ci si immagina invece che gli ordini liberali non siano usi alla damnatio memoriae di un passato seppur ostile nei valori,

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Cartolina da Forte dei Marmi
Francescomaria Tedesco, 25 August 2017

C’è un’oscura traccia nascosta nell’indignazione contro l’indignazione per aver scambiato Magic Johnson e Samuel L. Jackson per due “semplici” migranti, con tutto il corredo di oscenità a proposito dei 35 euro giornalieri che i due ritratti nella foto sarebbero stati a godersi

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Raffaella Baritono, 23 August 2017

L’aspro conflitto che sta scuotendo gli Stati Uniti, ancora una volta, rende evidente come vi sia un passato che non passa – lo schiavismo, la guerra civile –, una memoria lacerata che mina nel profondo la coesione sociale, i valori e i principi della democrazia americana, mettendone di nuovo in luce le contraddizioni e i limiti. Dai recessi più o meno profondi della storia, sono riemersi movimenti, pulsioni, gruppi che, apparentemente dati per sconfitti o marginali, dimostrano di essere capaci di incunearsi nelle pieghe della democrazia statunitense e di riaffiorare ogniqualvolta si apra uno spiraglio. Una capacità, tuttavia, è bene ricordarlo, che è stata anche resa possibile dalle scelte della politica, a partire da quelle di un Partito democratico che, egemone per buona parte del Novecento, non ha avuto remore a scendere a compromessi con le forze politiche più retrive. La sua storia, ancor più, forse, di quella del Partito repubblicano, almeno fino agli anni Settanta del secolo scorso, deve fare i conti con le ambivalenze, gli opportunismi che hanno contraddistinto anche le decisioni di chi, come Franklin Delano Roosevelt, ha impresso un impulso riformista. Nel corso degli anni Trenta e Quaranta i liberals del Partito democratico, con poche eccezioni, vennero a patti con i segregazionisti del Sud e con l’ala più conservatrice del partito su questioni come i linciaggi, le discriminazioni dei neri nel mondo del lavoro e nelle forze armate, la privazione dei diritti civili e politici. Ma i liberal vennero a patti con i conservatori anche rispetto al rigurgito di movimenti filo-fascisti e filo nazisti e – con analogie interessanti rispetto al presente – con coloro che, in nome dell’antisemitismo e dell’anticomunismo, si opponevano a politiche di accoglienza nei confronti dei rifugiati ebrei e antifascisti. La tolleranza nei confronti dei democratici del Sud rese possibile, poi, l’attivismo della Commissione Dies che, ancora in quegli anni, era sempre pronta a indagare in nome della sicurezza nazionale tutti coloro che venivano sospettati di essere “pink” – sindacalisti, attivisti dei movimenti giovanili e militanti per i diritti civili – ma, non era altrettanto sollecita nel perseguire i gruppi fascisti e filo-nazisti americani. 

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