Rivista il mulino

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LOBBY
Paolo Pombeni, 11 April 2016

Le recenti vicende giudiziarie hanno riportato di nuovo in primo piano la questione del lobbismo. Non sono mancate di nuovo le riflessioni politicamente corrette sulla necessità di regolamentare il lobbismo, sulla distinzione fra un lobbismo buono ed uno cattivo. E via dicendo. Non molte le riflessioni che prendono il toro per le corna, vale a dire che trattano dell’inevitabile rapporto fra decisione politica e politica degli interessi.

La cosa dovrebbe apparire strana dopo che qualche decennio or sono era stata molto di modo la discussione sulla società “corporata”. Si partiva da una constatazione banale, tuttora assolutamente valida, e che cioè viviamo in sistemi in cui pullulano gli interessi organizzati, ciascuno dei quali fa a gara a pretendere di essere preso in considerazione ogni volta che il potere politico sia chiamato a prendere una decisione che li coinvolge. Impossibile tornare indietro, ma difficile anche stabilire i confini entro cui una realtà divenuta norma diffusa deve esser contenuta per evitare che si trasformi in un esercizio di pressioni corruttrici.

Il fatto è che la legge da sola è piuttosto inadeguata a venire a capo del fenomeno. La recente normativa sul “traffico di influenze” è giudicata ambigua dai tecnici del diritto e lo si può ben capire. Il richiamarsi alla “posizione” di qualcuno per ottenere ascolto presso qualcun altro è un fenomeno vecchio come il mondo.

Si potrebbe aggiungere, più in generale, che l’interazione nella progettazione legislativa fra i rappresentanti politici destinati ad agire nei consessi dove si decide (che non è solo quello parlamentare) e coloro che saranno poi i destinatari delle prescrizioni è una dinamica continuamente richiamata. I magistrati vogliono dire la loro quando si legifera di giustizia, professori, studenti e magari genitori quando lo si fa per la scuola; per non dire di artigiani, industriali, chiese, cooperative, banchieri, giornalisti e avanti in un elenco che è quasi infinito.

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