Rivista il mulino

LIBERALISMO
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Dal numero 2/20
Michele Salvati, 19 May 2020

Questo saggio è il rifacimento di una relazione tenuta nella sesta edizione del Festival di storia del 900 (Forlì, 23-26 ottobre 2019). Il titolo del festival era: «La socialdemocrazia è morta?»; quello della sessione cui ho partecipato: «La Terza Via e i conti con il liberismo». Il primo titolo, se togliamo il punto interrogativo, si riferisce a una notizia «grossolanamente esagerata», avrebbe detto Mark Twain.

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Domenico Melidoro, 24 January 2020

Quando politici e osservatori pensano alla sinistra, alla sua crisi e ai modi per uscirne, ricorrono perlomeno a due strategie. La prima si propone di elaborare una prospettiva post-ideologica e al passo coi tempi, facendo spesso ricorso a concetti e parole d’ordine che un tempo erano utilizzate nel campo avversario.

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Emanuele Felice, 19 July 2019

La terza pagina del "Foglio" di ieri è un ampio articolo (I neoilliberisti, di Luciano Capone e Alberto Mingardi) scritto in risposta al mio ultimo editoriale su "Repubblica" (Putin e un progresso senza diritti, uscito l'8 luglio). Capone e Mingardi contestano la tesi che provo ad argomentare nel mio pezzo, sostenendo che "ciò che unisce Salvini e Putin non è la flat tax, bensì il culto dello Stato". La loro analisi è peraltro piuttosto articolata, e in quanto tale meriterebbe un'ampia discussione. Fin da subito, tuttavia, mi preme segnalare quelli che a mio giudizio sono un paio di problemi piuttosto seri. 

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Rosa Fioravante, 31 October 2018

Come spesso accade, per carpire le dinamiche strutturali dei cambiamenti sociali è utile partire da un paradosso: come mai nel Regno Unito, culla del thatcherismo e del blairismo, esiste oggi il partito della famiglia socialista più forte d’Europa (Brexit o non Brexit) e in Italia, una volta terra del Partito comunista più grande d’Occidente, la sinistra in senso ampio sembra non avere idea di come ricostruirsi in modo efficace?

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A proposito degli entusiasmi per l'affermazione di Macron al primo turno
Mario Ricciardi, 26 April 2017

L’affermazione di Emmanuel Macron nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi è stata salutata con soddisfazione da diversi governi europei, e dai vertici delle istituzioni comunitarie. La convinzione comune è che nelle prossime settimane il giovane ex ministro delle Finanze riuscirà a raccogliere il consenso necessario per battere la candidata della destra estrema, Marine Le Pen, e assicurarsi così l’elezione all’Eliseo. La vittoria di Macron, che buona parte degli osservatori danno oggi come molto probabile, viene interpretata come una sconfitta delle tendenze anti-europee e un segnale di speranza per il futuro. Con lui alla guida del Paese, si dice, il pericolo di una liquefazione del nucleo storico del progetto europeo sarebbe sventato.

Tutto bene dunque? A costo di fare la figura del guastafeste, vorrei manifestare alcune perplessità. Dovute non alla preoccupazione, che pure è stata espressa da qualcuno, che Marine Le Pen riesca a intercettare di qui al secondo turno una quantità di voti tale da battere Macron. Per quanto non impossibile, l’ipotesi della rimonta mi sembra infatti poco probabile. A moderare il mio entusiasmo sono piuttosto alcuni elementi di fondo della situazione politica francese, e più in generale europea, che mi fanno dubitare che un eventuale successo del candidato pro-europeo alle elezioni presidenziali francesi possa segnare l’inizio della fine di questa lunga «stagione del nostro scontento». Un prima ragione di perplessità viene dal fatto che la vittoria di Macron è resa possibile anche dalla crisi profonda, forse finale, del Partito socialista, e dalle difficoltà incontrate dalla principale formazione moderata, i Repubblicani, a trovare un candidato fino in fondo credibile. Pur essendo stato ministro in un governo a guida socialista, e avendo dato il proprio nome a provvedimenti importanti, come la legge sul mercato del lavoro, egli ha scommesso sulla disarticolazione dello schema intorno al quale ha ruotato la politica francese negli ultimi decenni. Fondando un proprio movimento, i cui contorni culturali sono peraltro piuttosto vaghi, ma sembrano collocarlo comunque nella tradizione del neo-liberalismo, Macron ha deciso di assecondare le richieste di rinnovamento della politica. Rimane da vedere se questa promessa sarà mantenuta nell’ultima fase della campagna elettorale, e poi, in caso di sua ascesa alla presidenza, nella battaglia decisiva delle elezioni politiche. Qualche segnale emerso in queste ore spinge a dubitarne. Se i Socialisti sembrano allo sbando, i Repubblicani hanno invece, in modo netto e convinto, deciso di appoggiare la sua battaglia. Qualora tale sostegno prendesse le forme di una vera e propria alleanza politica, Macron potrebbe perdere una parte dell’attrattiva che nel primo turno gli veniva dall’essere un candidato fuori dal sistema dei partiti

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