Rivista il mulino

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FORMAZIONE
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Nell’università, una mentalità aziendale diseduca gli studenti
Edoardo Lombardi Vallauri, 28 April 2016

Nell’anno accademico italiano, a seconda dei corsi è possibile dare un esame dalle sei alle dodici volte in ciascun anno, per quanti anni si vuole. Questo non è lo standard nelle università del mondo; anzi.

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Claudio Giunta, 12 June 2012

Si è discusso, in queste settimane, di quanto sia difficile far tradurre i saggi italiani all’estero (La Porta, Luzzatto e Firpo sul “Sole 24 ore”) e della possibilità di tenere una parte dei corsi universitari in lingua inglese anche nelle facoltà umanistiche (Gregory e Segre sul “Corriere della Sera”). Le due questioni sono distinte ma la domanda che sta a monte è simile: in che modo comunicare, oggi, il sapere umanistico?

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Alessandro Della Corte, 15 November 2011

Sono i vincenti, si sa, che scrivono la storia. Non solo i vincenti sul campo di battaglia: anche nel mondo della ricerca, nell’arte e nel mercato sono quasi sempre i vincenti a raccontare come le cose sono andate.

Il 12 giugno 2005 un vincente per antonomasia, Steve Jobs, pronunciò di fronte ai laureandi di Stanford un discorso

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Claudio Giunta, 29 March 2011

Molti degli studenti che s’iscrivono alle facoltà umanistiche hanno serie difficoltà a esprimersi oralmente e per iscritto. Avere serie difficoltà significa: sbagliare i verbi, sbagliare l’ortografia, usare le parole a casaccio. È un po’ come se alla facoltà di Matematica si iscrivessero in massa ragazzi che non sanno fare le quattro operazioni, o come se le aule di Medicina fossero invase da studenti che hanno il terrore del sangue.

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Loredana Sciolla, 02 November 2010

Sappiamo da molti anni, e  molte ricerche lo confermano, che la maledizione dell’Italia di oggi è la carenza o addirittura l’assenza di ceti dirigenti all’altezza del loro compito. Mentre i vizi sono sotto gli occhi di tutti, più difficile sembra – almeno a giudicare dal livello del dibattito pubblico – dire quali siano le qualità richieste. È sotto gli occhi di tutti l’incapacità di gran parte dei ceti dirigenti a risolvere “emergenze” che durano da decenni. È solo per una sorta di amore del paradosso che possono ancora essere chiamate così: se si ripresentano con sistematica regolarità sono infatti “emergenze normali”, mentre il termine dovrebbe indicare l’eccezionalità e/o imprevedibilità del fenomeno. Un po’ come il “precario stabile” che contraddistingue lo stile italiano del lavoro pubblico. Sono tornati ancora una volta alla ribalta, in questi giorni, i problemi gravissimi della “monnezza” in Campania, dopo che si era gridato al miracolo della sua risoluzione… Ma la stessa considerazione vale per i disastri annunciati di frane, alluvioni, esondazioni che, in un paese ad altissimo rischio idrogeologico, si ripresentano regolarmente dopo ogni pioggia prolungata, in zone ad alto tasso di abusivismo edilizio, con strutture abitative non adeguate. Queste “emergenze”, più della quotidiana negligenza, squarciano il velo sulla stoffa di chi dovrebbe governare e risolvere i problemi reali dell’Italia.

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