Rivista il mulino

NAZIONALISMO
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Tiziano Bonazzi, 11 January 2021

Che bei tempi i miei tempi! Si, lo dico come ogni vecchio che rivanga i tempi della giovinezza. Quelli erano gli anni meravigliosi della piena Guerra fredda e l’America era una, un diamante infrangibile, una come la ferrea Statua della libertà. O eri pro o eri contro, non c’era da avere patemi d’animo. Da giovanissimo comunista lessi un giorno sull’Unità che in America furoreggiava una musica che stava distruggendo la mente dei giovani americani, si chiamava rock and roll. Mi fissai bene in testa il nome di quel frutto perverso dell’ideologia imperialista; ma ero un po’ confuso, lo ammetto. Nella guerra di Corea ero per gli americani, forse perché nordcoreani e cinesi mi ricordavano i musi gialli, i jap che crollavano a mucchi nei tanti film di guerra al cinema Roma o al Cristallo all’aperto. Però nei film di Peppone e Don Camillo ero tutto per Peppone capopopolo e non per Don Camillo, che vinceva perché aveva il soccorso degli alieni. Ero confuso. Smettere di esser comunista non mi aiutò affatto; ma era un problema mio, l’America era una allora.

Sono quasi vent’anni che dico e scrivo che l’America è divisa, addirittura  frantumata e lo dico non perché ho cambiato idea o sono bravo, ma perché leggiucchio robe d’oltreatlantico che mi parlano della delegittimazione reciproca fra le due principali tribù politiche, della distanza siderale creata fra gli americani dalle echo chambers dei social media in cui ci si barrica fra simili escludendo i dissimili, della cancel culture professionista della damnatio memoriae, delle enormi e crescenti diseguaglianze sociali e chi più ne ha più ne mettaOggi, dopo l’assalto al Campidoglio di Washington, leggo che: «Esperti cinesi dicono che questo fatto senza precedenti segna la fine del "faro della democrazia" [...] Osservatori cinesi dicono che questa è la "Waterloo dell’immagine internazionale degli Stati Uniti" e che gli Stati Uniti hanno perso ogni titolo e legittimità per interferire negli affari interni degli altri paesi con la scusa della democrazia». È il «Global Times», il giornale in inglese di Pechino, del 7 gennaio, che continua sparando a palle incatenate sulla pretesa americana di interferire negli affari interni della Cina a Hong Kong nel nome della democrazia e aggiunge che il Professor Shen Yi dell’Università Fudan di Shanghai afferma che quanto è avvenuto «buca la grande bolla dei valori universali costruita dagli Stati Uniti» e scrive anche che «la retorica bella della "Città sulla collina" sta per morire».

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Federico Finchelstein, 04 February 2020

C'è stato un tempo in cui i fascisti non facevamo mistero di essere fascisti. Era l’epoca del fascismo che sino al 1945 ha governato una parte non piccola del mondo. La settimana che si è appena conclusa ha segnato il 75° anniversario dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, l’“opera” più nota di quella stagione terribile, e dovrebbe indicare la nostra lontananza da quei tempi. Eppure il fascismo è ancora in mezzo a noi.

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Elena Pirazzoli, 23 December 2019

Heimat è una parola difficile da tradurre. Spesso viene resa come patria, ossia “casa dei padri”, significato in realtà espresso da Vaterland. Il senso di “casa” – Heim – contenuto dal termine indica piuttosto il legame tra l’individuo e il luogo – inteso come paesaggio e cultura – in cui è nato e cresciuto. Evoca così un sentimento di appartenenza velato di nostalgia

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Quando i linguaggi identitari prendono il posto di un’immagine condivisa di comunità
Maurizio Ridolfi, 31 May 2018

Viviamo un’età di contraddizioni e paradossi, come in passato era accaduto soprattutto in momenti di profonde transizioni, negli assetti geo-politici come nelle mentalità diffuse

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Bruno Simili, 16 October 2017

Poteva andare peggio. Poteva piovere. Così, parafrasando Mel Brooks, si potrebbe commentare il risultato uscito dalle urne per il rinnovo del Parlamento autriaco. Perché rispetto alla vigilia (e al primo exitpoll) i socialdemocratici di Christian Kern sono andati meglio, tenendo la posizione e conquistando la seconda piazza, dietro alla Övp guidata dal trentunenne Sebastian Kurz - il leader popolare dalle idee assai poco moderate, prossimo cancelliere austriaco - ma davanti all’ultradestra di Heinz-Christian Strache (26% dei consensi, più 5% rispetto alle precedenti elezioni).

L’Austria, che dopo vari tentativi aveva eletto presidente il professore verde ed europeista Van der Bellen, ieri ha premiato la destra (e punito duramente i Verdi, che rischiano di restare fuori dal Parlamento, ma manca ancora lo spoglio del voto postale e i dati non possono essere considerati definitivi). Le posizioni prese dal futuro cancelliere durante la campagna elettorale gli hanno garantito popolarità e consensi; ma si tratta di posizioni dichiaratamente di destra, che in gran parte condivide con il Partito delle libertà di Strache. L’uno e l’altro sfiorano il 60% dei consensi. Laddove non era riuscito il candidato xenofobo che aveva tentato di conquistare la presidenza della Repubblica austriaca il dicembre scorso (si votò la stessa domenica del referendum costituzionale italiano), Norbert Hofer, sono riusciti Strache e Kurz. Gran parte dei sei milioni e mezzo di austriaci che ieri si sono espressi hanno detto chiaramente di condividere politiche anti-immigrazione, in buona parte anche anti-europeiste

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