Rivista il mulino

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UNIONE EUROPEA
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Alessandro Pellegata, 16 November 2017

Il voto con cui la maggioranza dei britannici ha deciso l'uscita dall’Unione europea è l’ultimo di una lunga lista di consultazioni popolari che, a partire dal 1972, ha avuto l’Ue come oggetto del contendere.

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È l’Ue che ha tenuto a galla gli Stati nazionali, ma ora deve ripensarsi
Alessandro Cavalli, 06 November 2017

Il caso catalano mi rafforza nella convinzione che l’Unione europea è una struttura (o una sovra-struttura) istituzionale creata dai governi degli Stati nazionali per garantire la sopravvivenza degli Stati stessi. Detto altrimenti, senza l’Ue gli Stati nazionali avrebbero avuto vita grama.

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Chiara Favilli, 19 October 2017

Divisi nell’adozione delle decisioni sulla ricollocazione e da un mancato accordo su una riforma ambiziosa del Sistema europeo comune di asilo, gli Stati dell’Unione hanno ritrovato coesione nel persuadere i Paesi terzi a trattenere e/o rimpatriare i propri cittadini e i migranti in transito nel loro territorio, inclusi i richiedenti asilo.

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Antonio Mutti, 19 October 2017

La complessa azione di governo delle migrazioni dal Nord Africa verso l’Italia, messa in campo dal ministro dell’Interno Marco Minniti, ha sollevato un vespaio di consensi e dissensi sia a destra sia a sinistra. Si è trattato di un buon termometro della delicatezza del problema migratorio e delle difficoltà cui vanno incontro le politiche che cercano di governarlo.

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Dopo il voto tedesco il cammino dell’Unione si fa sempre più tortuoso
Mario Ricciardi, 25 September 2017

L’avevano descritta come «l’elezione più noiosa del mondo». Già questo avrebbe dovuto metterci sull’avviso. Da qualche tempo, infatti, le Moire si divertono a spiazzare il senso comune con risultati elettorali che sono stati di volta in volta descritti come «impossibili», «impensabili», «irrazionali» o «folli». Non si può affermare che il successo elettorale della AfD nelle elezioni per il rinnovo del Bundestag sia paragonabile alla vittoria del «sì» al referendum per la Brexit, o a quella di Donald Trump nelle presidenziali statunitensi. Non c’è dubbio, tuttavia, che l’ingresso di 94 parlamentari di una forza politica di destra, nazionalista, che mette in discussione i dogmi su cui si è costruita l’identità politica della Germania nel secondo dopoguerra, potrebbe avere conseguenze storiche. Certo, la Cdu-Csu rimane il primo partito, ma perde 65 seggi, scendendo al 33% dei consensi, suo peggior risultato di sempre. Mai così male anche la Spd, la socialdemocrazia tedesca, che perde 40 seggi, scendendo a un livello di consenso che non ha paragoni nella storia recente del partito, ed evoca per la più grande forza della sinistra tedesca i momenti drammatici degli anni precedenti all’ultima guerra.

Uno smottamento così importante avrà certamente conseguenze significative negli equilibri politici tedeschi. Un primo segnale di turbolenza c’è stato già nelle prime ore con l’annuncio, da parte del candidato socialdemocratico alla cancelleria Martin Schulz, che il suo partito non prenderà più parte a una grande coalizione guidata da Angela Merkel. Possiamo immaginare che, a caldo, abbia prevalso tra i dirigenti l’opinione per cui il calo dei consensi della Spd sia dovuto essenzialmente al fatto che il partito sarebbe apparso al proprio elettorato di riferimento come troppo appiattito sulle posizioni politiche, e in particolare sulla linea economica, dei cristianodemocratici. Se questa lettura del voto si affermasse, potrebbe condurre a un ripensamento della piattaforma programmatica del partito, e forse anche all’apertura di un rapporto di collaborazione con la sinistra radicale della Linke, che in questa elezione ha guadagnato consensi (5 seggi in più rispetto alla precedente legislatura). Anche in Germania, quindi, potrebbe esserci un fenomeno paragonabile a quello cui abbiamo assistito nel Regno Unito: un partito della sinistra storica spinto da una serie di sconfitte elettorali a rimettere in discussione gli orientamenti degli ultimi decenni per avviarsi verso posizioni più radicali.

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