Rivista il mulino

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CRISI
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Mario Ricciardi, 21 August 2019

Un terremoto è un’esperienza che non si dimentica. Gli esseri umani dipendono in modo essenziale dal terreno su cui poggiano i piedi: per muoversi, esplorare le aree circostanti, spostare oggetti. Non è un mero accidente che qualunque progetto – e in generale la nostra capacità di pensare al futuro – richiami naturalmente l’immagine di un percorso: il progresso in uno spazio tridimensionale, il cui caso paradigmatico è costituito da un essere umano che cammina, saggiando la stabilità del terreno cui affida la propria sicurezza mano a mano che procede verso l’incognito. Ecco perché la sensazione di chi sente che gli manca la terra sotto i piedi è tra quelle che più rapidamente ci disorientano, innescando il panico. Credo che questa breve premessa sia utile per comprendere lo stato d’animo dello strano tempo che stiamo vivendo. Una fase in cui buona parte delle assunzioni condivise che hanno dato una relativa stabilità alla nostra vita quotidiana ha iniziato a vacillare, poi a mostrare crepe sempre più profonde, infine ha cominciato a sgretolarsi. Come se una sequenza di scosse telluriche – alcune meno violente, altre dagli effetti distruttivi – avessero cambiato il panorama del mondo in cui viviamo, provocando un senso di incertezza riguardo al futuro.

Anche se da principio abbiamo preso consapevolezza di tale fenomeno nel settore economico, per via degli effetti della “lunga crisi” (per riprendere l’espressione usata da Francesco Saraceno nel numero 1/2019), è chiaro che nessun aspetto della società ne è immune e che le cause della “grande trasformazione” in corso sono da cercare molto più indietro nel tempo rispetto al 2008. Alcuni, con qualche plausibilità, indicano il 1989 come l’anno in cui abbiamo cominciato a perdere l’equilibrio. Altri, anche in questo caso con buone ragioni, interpretano il crollo del muro di Berlino e la fine della Guerra fredda come un passaggio di un processo di cambiamento globale iniziato ancora prima, con la fine della stabilità garantita dagli accordi di Bretton Woods dopo la Seconda guerra mondiale. Quel che è certo è che nel giro di qualche decennio mutano i modi di produzione e di accumulazione della ricchezza, cambia la politica, si trasformano le forme della vita in comune, gli stili di pensiero e le sensibilità degli esseri umani. Come è accaduto altre volte nel corso della storia, il nuovo non sostituisce del tutto il vecchio – l’economia finanziaria non rende obsoleta la proprietà immobiliare – ma lo affianca, rimodellandone funzioni e scopi. Avanzare un’ipotesi sulla direzione complessiva di tale cambiamento è reso molto difficile dal fatto che tutti questi mutamenti non si lasciano ricondurre senza residuo sotto l’ambito d’applicazione di concetti “chiari e distinti”. La diseguaglianza, ad esempio, diminuisce su scala globale, ma è aumentata sensibilmente per alcune fasce sociali di quelli che un tempo, con qualche compiacimento, chiamavamo i “Paesi avanzati”.

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Marco Leonardi, 12 April 2019

Bisogna riconoscere che il Def presenta numeri veritieri. E non era affatto scontato, vista la comunicazione pubblica del governo improntata all’ottimismo a oltranza. Anzi, ci si sarebbe potuto aspettare la scelta di sfidare i mercati e l’Europa con stime di crescita ben più alte, dell’ordine di 0,5/0,6%.

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Fernanda Lopez Aguilar, 03 April 2019

L’Honduras tra dittatura ed esodo di massa. Sono trascorsi tre anni da quando, il 2 marzo 2016, Berta Isabel Cáceres Flores, figura di primo piano nella storia dei diritti civili in Honduras, fu assassinata a sangue freddo. Questa donna di poco più di quarant’anni si era affermata come femminista in un Paese dove più del 90% dei femminicidi non vengono perseguiti;

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Tiziano Breda, 29 August 2018

Un problema nazionale, regionale, globale. Il Venezuela sta vivendo ormai da anni quella che sembra una crisi prossima alla sua risoluzione: l’implosione.

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Investimenti pubblici, debito e crescita
Francesco Saraceno, 07 August 2018

Qualche giorno fa Carlo Cottarelli e Giampaolo Galli hanno scritto per il "Corriere della Sera" un interessante editoriale volto a confutare la tesi che per ridurre il rapporto tra debito e Pil italiano, e quindi rendere più sostenibili le finanze pubbliche,

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