Rivista il mulino

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ITALIA
Valentina Lo Surdo, 17 February 2012

Marino danza. Ha l’oro nei capelli ricci e il sorriso bello dei vent’anni. Impugna il violino come per giocare, lancia sguardi verdi ai suoi compagni con cui suona sul serio, tutti in piedi, le Quattro Stagioni di Vivaldi. Così sono più liberi di esprimere, anche con il corpo, la gioia e la grinta della musica; così ha insegnato loro Judith Hamza, la violinista di origini rumene che in un giorno di giugno del 2007 ha creato gli Archi del Cherubino. È la prima sera del 2012 nella Collegiata di San Leonardo, a San Casciano dei Bagni. La chiesa è illuminata da centinaia di candele, una penombra occupata da un pubblico silenzioso e dai suoi pensieri, lasciati galleggiare nella festa della musica di questi ragazzi.

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Roberto Escobar, 13 February 2012

Sono le 22 e 25 del 13 gennaio scorso. Nella plancia della grande nave ferita un gruppo di ufficiali è alle prese con l’emergenza. Parola tra le più in voga, emergenza. Il suo etimo rimanda a qualcosa che, nascosto sott’acqua, inatteso e improvviso si mostri in superficie. E certo qualcosa si è mostrato, quella notte, nelle acque del Giglio. Non si tratta solo dello scoglio contro cui il comandante Francesco Schettino ha condotto la Costa Concordia. Quello contro cui siamo stati portati a schiantarci tutti insieme è anche una metafora. Lo conferma un filmato, più o meno anonimo, che nei giorni scorsi è emer-so, anch’esso, nel mare della nostra povera pubblica opinione. Che cosa si vede e che cosa si sente in quel filmato? Mentre la Costa Concordia va alla deriva, incapace di essere governata, in plancia c’è una calma strana. A più di mezz’ora dall’impatto, ancora non è stato dato l’ordine di abbandonare la nave. E alle 22 e 25, appunto, qualcuno avvisa Schettino: «Comandante, i passeggeri stanno cominciando a entrare da soli sulle lance». E lui: «Vabbuò, vabbuò… jà». Ci vogliono altri sei o sette minuti perché l’ordine sia dato, e altri venti circa perché le scialuppe comincino a esser calate. In fondo, tutto questo è noto. Tutto, tranne quell’imbelle, stupido «Vabbuò, vabbuò… jà». È questa la metafora contro cui abbiamo fatto naufragio. E poiché le metafore per loro natura tendono a uscir da sé e a portare ad altro, lasciamo il comandante della Costa Concordia alla sua paura e alla sua coscienza, e guardiamoci attorno. Viene fin troppo facile, ora, pensare al vabbuò interminabile del governo Berlusconi, e alle scialuppe di salvataggio mai messe in acqua. Di scogli, di falle, di motori in panne, di catastrofe neppure si voleva parlare, nella plancia del Paese. Ma, appunto, qui la metafora si applica fin troppo facilmente. Con la differenza non da poco, rispetto alla Costa Concordia, che nessun comandante sarà chiamato a render conto davanti a un giudice.

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Gianfranco Viesti, 06 February 2012

In Italia si torna a parlare di università. Non è difficile capire perché, con il cambio di ministro che c’è stato. E’ un buon segno. Ma non sarebbe certo male se riuscissimo a migliorare anche la qualità della discussione, che oggi appare ancora dominata da facili slogan: basterebbe davvero abolire il valore legale dei titoli di studio per risolvere tutti i problemi? Forse si possono proporre alcuni elementi di un’agenda un po’ più completa per la discussione. Proviamo a farlo mettendo in luce cinque punti almeno (per cominciare).
Innanzitutto, all’Italia servono molti più laureati. Viaggiamo nella parte bassa della classifica dell’Unione europea a 27, e rischiamo nei prossimi anni di scivolare ancora più basso. Un elevato numero di laureati, soprattutto in discipline scientifiche, può favorire il rilancio competitivo del Paese. Le imprese che esistono hanno bisogno delle nuove conoscenze tecniche e creative, di cui sono portatori giovani ad alta qualifica; e tutti noi abbiamo bisogno che una parte di questi giovani crei nuove imprese, per mettere a profitto quelle conoscenze e creare nuovo lavoro. E’ un tassello di un possibile rilancio; non l’unico, naturalmente. Ma rassegnarsi a mantenere costante, o addirittura a ridurre il numero di laureati, in base all’attuale richiesta delle imprese (in un momento di grave crisi) certamente aiuta il declino.

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Carlo Trigilia, 30 January 2012

La scorsa settimana è stata segnata da un’esplosione di protesta che dalla Sicilia è risalita verso il Nord. Protagonisti indiscussi gli autotrasportatori, ma nell’Isola ad essi si sono affiancati altri lavoratori autonomi: agricoltori e pescatori che animano il "movimento dei forconi". Le principali rivendicazioni riguardano la riduzione del prezzo della benzina e del gasolio, esenzioni fiscali e rateizzazioni dei pagamenti richiesti dal fisco, protezione dei prodotti agricoli con misure più severe sulla tracciabilità e la contraffazione, modifica di regolamenti Ue sulla pesca ritenuti troppo penalizzanti. Al di là delle richieste specifiche, la cifra complessiva del movimento è contraddistinta dalla forte polemica nei riguardi dello Stato centrale, ritenuto il principale responsabile del disagio, e dall’altrettanto netta condanna della classe politica in tutte le sue articolazioni. Nelle manifestazioni si sono anche viste bandiere della Trinacria, ma l’impressione è che i riferimenti all’indipendentismo siano rimasti tutto sommato molto marginali rispetto agli slogan antistatalisti e antipolitici. Di fronte alla portata del fenomeno, che ha coinvolto per diversi giorni molte decine di migliaia di manifestanti - con conseguenze pesanti per l’economia e per la popolazione, specie in Sicilia - è difficile non chiedersi se stiamo assistendo al battesimo di un nuovo leghismo del Sud. Ma in questo caso di che leghismo si tratterebbe? In che misura potrebbe essere simile a quello sperimentato nel Nord?

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Giuseppe Marotta, 25 January 2012

Gli economisti non sono dottori, ricordava la scorsa settimana "The Economist". Pur se possono fare la diagnosi (sperabilmente corretta) di una malattia e indicare le cure, non possono tuttavia attendersi che queste saranno seguite dal malato.

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