Rivista il mulino

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ITALIA
Silvia Giannini, 08 August 2011

Questa estate non sarà una estate tranquilla e serena per chi ha a cuore le sorti del nostro Paese e quelle del mondo intero. Basterebbe ricordare le carestie che stanno drammaticamente colpendo intere popolazioni dell’Africa troppo trascurate dai media e dalle tv, anche quella di Stato, che non è più da tempo servizio pubblico. Oppure i massacri che stanno avvenendo in Siria, relegati in pagine interne e con scarso rilievo nei giornali e telegiornali nazionali. O, ancora, quanto sta accadendo sulle nostre coste, dove gli sbarchi degli immigrati continuano a rendere evidente, anche con morti, più o meno giovani, nascosti nelle stive di imbarcazioni persino inadatte a galleggiare, il dramma di intere popolazioni e di umanità disperate.

Se la parte povera del mondo è in difficoltà, anche quella ricca, a partire da chi da tempo ne detiene la leadership, gli Stati Uniti, sta dando segni crescenti di debolezza.

Nel nostro Paese la consapevolezza sembra ancora scarsa, relativamente alla gravità dei problemi, nati da una preoccupante congiunzione di crisi economica, perdita di credibilità politico-istituzionale e vero e proprio malaffare. Torna alla mente il 1991-92 con l’ultimo governo Andreotti (insediatosi il 12 aprile 1991, si dimise il 24 aprile 1992) incapace di ogni iniziativa a fronte di un debito pubblico che viaggiava verso il 110% del Pil ed uno spread tra Bund tedesco e Btp decennale prossimo ai 500 punti base. Nacque allora anche Tangentopoli.

L’atteso discorso del premier Berlusconi di mercoledì 3 agosto, dopo un lungo periodo di assenza e silenzio, avrebbe dovuto e potuto portare segnali di fiducia e soprattutto azioni concrete a sostengo della necessaria inversione di rotta. Ma è vero che la sfiducia di fatto di Berlusconi nei confronti del suo ministro del tesoro Tremonti ha accresciuto la sfiducia dei mercati finanziari internazionali sulla capacità del governo di affrontare la crisi.

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Bruno Simili, 04 July 2011

Un enorme camion articolato si è incastrato in un piccolo parcheggio condominiale. Sta tentando una manovra impossibile. È, appunto, la “manovra”, il tentativo di far quadrare i conti del condominio Italia: un colpo di qua e un colpo di là, un assegno postdatato a te e un altro a lui, una batostina a quelli e un rimbrotto a quegli altri. Mentre sulle scrivanie si accumulano i report che rappresentano l’evoluzione inesorabile del disastro, una robusta opera di taglia e cuci economico tenta faticosamente di accreditarsi. Grazie alla sua presentabilità rispetto al resto della compagine di governo, il ministro Tremonti accelera la corsa, aumenta il distacco sui compagni di partito e di coalizione e lavora, calcolatrice alla mano, nello sforzo di far quadrare almeno un po’ i conti. Impresa titanica, a fronte della indisponibilità di una intera classe politica, con poche e poco evidenti eccezioni, a farsi carico del problema.

“Il” problema. Data per certa la sofferenza seguita alla grande crisi, e tutt’altro che risolta la questione che ruota intorno all’interrogativo centrale dei pessimisti cronici (“E a noi quando tocca?”), restano, nero su bianco, i numeri che illustrano un quadro assai poco rassicurante. Come quelli che descrivono la disoccupazione giovanile (i minori di 25 anni) ormai al 30%. Da anni si celebra il rito del pianto lagnoso per le nuove generazioni: che non hanno possibilità di crescita, che soffrono la ridotta mobilità sociale, che si barcamenano in un difficile equilibrio tra lavori pagati male e sempre più spesso a termine. Quei precari con cui il ministro Brunetta si esprime a malintesi. Che capitano a tutti, certo, anche se da un ministro ci si aspetterebbe un po’ di attenzione in più.

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Marc Lazar, 20 June 2011

La maggior parte dei commentatori, italiani e stranieri, sta celebrando il miracolo di un Paese che, improvvisamente, pare uscito dal torpore televisivo nel quale era immerso. Un Paese che, ridestatosi, si preparerebbe a relegare un indebolito Silvio Berlusconi nel dimenticatoio della storia. In breve, in Italia sarebbe in corso una di quelle svolte di cui la storia italiana trabocca, un nuovo episodio della versatilità per cui è noto il suo popolo. Non si tratta che di cliché, nient’altro che di cliché che fanno pensare ad altre idee preconfezionate assai diffuse, secondo cui gli italiani, tutti fascisti, nell’estate del 1943 decisero tutti da un giorno all’altro di passare dall’altra parte. In effetti, viene da pensare che un miracolo si sia repentinamente prodotto, se si considera che l’Italia dal 1994 è diventata un regime, una telecrazia che stabilisce un totalitarismo sottile, una tirannia della maggioranza, e che Berlusconi rappresenta alla perfezione lo stato d’animo immutevole degli italiani: poco istruiti, senza senso civico, ottenebrati dalla televisione, preoccupati unicamente di soddisfare i propri interessi e quelli delle loro famiglie. A dispetto delle due sconfitte subite da Berlusconi, sino a pochissimo tempo fa siffatte analisi erano molto diffuse, tanto diffuse da alimentare la favola di una maledizione strutturale della democrazia italiana.

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Alberto Casadei, 21 April 2011

Nell’ambito delle varie celebrazioni per il centocinquantenario dell’Unità italiana, sarebbe importante riscoprire opere nate con l’intento di raccontare la parabola storica del nostro Paese in un’ottica precisa ma non ristretta, locale ma non avulsa da un contesto più generale: opere "epiche", spesso dimenticate, nel senso che a questa categoria si può assegnare dopo la diffusione del grandioso modello di romanzo-epos, rappresentato in primis da Guerra e pace. Una di queste opere è sicuramente Il Mulino del Po di Riccardo BacchelliUna grande epopea padana che ebbe per i fondatori del "Mulino" un ruolo centrale.

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Marc Lazar, 18 April 2011

Le recenti polemiche tra Italia, da un lato, e, dall’altro, Francia, Germania, Austria, Gran Bretagna e infine l’Unione europea sull’arrivo dei migranti dalla riva sud del Mediterraneo sono state particolarmente accese. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni è arrivato a porre la questione della possibile uscita dell’Italia dall’Europa, il che ha provocato non solo le reazioni da parte del presidente della Repubblica e dell’opposizione, ma anche di alcuni rappresentanti del governo e della maggioranza. Dal canto suo, la Lega Nord ha invitato al boicottaggio dei prodotti francesi, come il camembert e lo champagne. Questi fatti insoliti in un Paese che per ragioni storiche e strategiche è stato a lungo uno dei pilastri della costruzione europea sono indice di almeno due grandi cambiamenti in atto.

Il primo riguarda l’Italia e rivela tre dimensioni principali. I governi di centrodestra si sono sempre mostrati meno europeisti di quelli di centrosinistra. In questo modo hanno rotto platealmente con la politica tradizionale della Prima Repubblica, quella voluta dai democristiani o dai federalisti alla Altiero Spinelli, che aveva progressivamente raccolto consensi. A ciò si aggiunga che a questi stessi governi manca la necessaria credibilità politica a livello europeo e internazionale, il che ostacola i rappresentanti italiani allorché, come è costume e regola, tentano di promuovere i dossier italiani nei negoziati con i loro interlocutori. Infine, l’opinione pubblica italiana ha modificato il proprio atteggiamento nei confronti dell’euro: si mostra meno entusiasta dell’idea stessa di Europa, dando prova di un certo euroscetticismo cui si accompagna una propensione al ripiegamento sulla dimensione locale-regionale.

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