Rivista il mulino

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ITALIA
Se il legislatore è criptico e la Gazzetta Ufficiale è introvabile
Alessandro Monti, 06 March 2012

Non brilla per chiarezza il recente decreto-legge in materia di semplificazione e di sviluppo (9 febbraio 2012, n.5). Nonostante l’abile assemblaggio della Presidenza del Consiglio, l’eterogeneità delle proposte di ben 10 ministeri (4 proponenti e 6 concertanti: 10 uffici legislativi in azione),

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Luigi Bobbio, 06 March 2012

Quello che è sfuggito alla maggior parte dei commentatori che in questi giorni sono intervenuti sugli scontri in valle di Susa è che la Tav di cui oggi si parla è una cosa molto diversa dalla Tav contro cui la valle insorse nel 2005. Allora si trattava di un’opera imposta senza alcun confronto con i territori interessati, oggi invece siamo di fronte a un progetto che è stato ridiscusso punto per punto per ben cinque anni tra tecnici di fiducia di tutte le parti coinvolte compresi i sindaci della valle.

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Un prerequisito per qualsiasi governo
Michele Salvati, 05 March 2012

Nella classifica di Transparency International, Singapore, a pari merito con Danimarca e Nuova Zelanda, risultava nel 2010 il Paese meno corrotto al mondo. La presenza al vertice di Danimarca e Nuova Zelanda non sorprende: i Paesi nordici e le ex-colonie britanniche sono sempre stati poco corrotti. Sorprende invece trovare Singapore (e Hong Kong, poco più sotto in classifica), Paesi nei quali fino a quarant’anni fa il fenomeno dilagava. La corruzione non è dunque un destino segnato dalla storia, al quale ci si deve rassegnare. Si può combattere e vincere in tempi relativamente brevi – trenta/quarant’anni sono tempi storicamente brevi, meno di due generazioni - se si adottano misure adeguate.

Anche per queste ragioni abbiamo chiesto a Claudio Landi un articolo sul successo di Singapore nella lotta alla corruzione (l’articolo uscirà sul «Mulino», n. 2/2012). Ci pare che comprendere come un Paese quale Singapore sia stato in grado di far fronte al fenomeno sia utile per varie ragioni. Lo è innanzitutto perché il nostro è un Paese molto corrotto (un po’ meno della Grecia tra i Paesi europei, ma più di molti Paesi in via di sviluppo: di gran lunga il più corrotto nella sua classe di reddito pro-capite). Lo è perché la corruzione, e più in generale l’illegalità, la criminalità e l’inefficienza amministrativa –fenomeni strettamente collegati - sono ostacoli formidabili alla crescita economica e al benessere della popolazione, oltre che una grave lesione alla qualità della democrazia e della convivenza civile. Si tratta di un fenomeno italiano di antica data, con radici culturali profonde, ma che da Mani Pulite in poi, con qualche oscillazione, è sempre stato al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. È un fenomeno che ha stimolato studi buoni e numerosi (la sintesi migliore per un lettore non specialista è quella di D. della Porta e A. Vannucci). Le iniziative politiche di contrasto che la corruzione ha suscitato sono state molteplici, ma tutte caratterizzate da scarso successo.

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Redazione, 29 February 2012

Nel primo numero del 2006, questa rivista dedicò una intera sezione monografica a un tema cruciale. La intitolammo "Ideologia e prassi delle grandi opere".

Risulta davvero sorprendente rileggere quegli articoli a sei anni di distanza: non solo per la bravura degli autori, che seppero individuare le questioni cruciali mentre era in atto un dibattito molto acceso sulla Tav in val di Susa, ma anche per l'assoluta immobilità italiana che l'attualità di quegli articoli riletti oggi mette in chiara evidenza.

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Marc Lazar, 27 February 2012

La coincidenza dell’agenda politica italiana e di quella francese invita più che mai al confronto. Silvio Berlusconi ha dovuto lasciare lo scorso novembre, mentre in Francia Nicolas Sarkozy si è impegnato in una campagna elettorale dall’esito incerto.

Il contrasto con la situazione di qualche anno fa è sorprendente. Nel 2007 Sarkozy batteva nettamente la sua rivale, Ségolène Royal; un anno più tardi, Berlusconi riconquistava il potere per la terza volta, sconfiggendo il centrosinistra. Il mondo sembrava sorridere a questi due leader dai tanti tratti comuni, al punto che si è parlato, ma a nostro avviso a torto, di sarko-berlusconismo. È pur vero che entrambi hanno saputo imporsi come leader indiscussi nei loro campi e come virtuosi della comunicazione, stabilendo una forma di egemonia culturale grazie all’associazione di valori antagonisti: liberalismo e protezionismo, tradizione e modernità, nazionalismo e europeismo. Sono riusciti a costruire intorno a sé un blocco sociale composito ma solido, sostenuto da professioni liberali e indipendenti, classe media, frazioni significative delle classi popolari, pensionati, cattolici praticanti. Occupavano un ampio spettro politico, che andava dai confini della destra estrema ai moderati del centro. Hanno inoltre tentato di forgiare un partito che unificasse le sensibilità di destra.

Certo, le differenze ci sono state eccome. Sarkozy non si è dovuto difendere dall’accusa di conflitto d’interesse, ed è un vero professionista della politica, erede lontano del gollismo e del bonapartismo. Per di più, le istituzioni, le leggi elettorali, la storia politica dei due Paesi erano e restano molto diverse. Nondimeno, le vittorie dei due leader sembrano aver confermato la tesi ampiamente diffusa secondo cui ormai, in Europa, la destra era e sarà dominante per ragioni profonde e durature, di natura quasi antropologica.

Che cosa è successo, dunque, nel giro di qualche anno? Le crisi economico-finanziarie hanno provocato i loro effetti destabilizzanti: disoccupazione, perdita in termini di potere d’acquisto, maggiori diseguaglianze. I due leader hanno perduto il loro charme e la loro aura poiché non hanno mantenuto le promesse, suscitando disincanto e disillusione.

Dovremmo dedurne che stiamo voltando pagina? Conviene essere molto cauti.

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