Rivista il mulino

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ITALIA
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Marco Percoco, 18 January 2018

L’intervento del ministro Calenda e del segretario della Cisl Bentivogli sul «Sole - 24 Ore» del 12 gennaio scorso sta stimolando una viva discussione circa le politiche industriali. Gran parte di quanto proposto è condivisibile, almeno rispetto agli interventi per l’innovazione tecnologica, l’internazionalizzazione delle imprese e la concorrenza nei servizi,

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L’Italia e gli indici internazionali di corruzione
Piergiorgio Corbetta, 18 December 2017

In un recente e quanto mai opportuno articolo sul «Corriere della Sera» Sabino Cassese – all’interno di un articolato ragionamento sulle Strategie anti-corruzione da ripensare – richiama l’attenzione sull’affermazione secondo la quale nel nostro Paese il costo relativo alla corruzione «sarebbe di 60 miliardi all’anno, pari alla metà del costo della corruzione di tutti i Paesi dell’Unione europea messi assieme». Notizia, ricorda Cassese, totalmente priva di fondamento, la cui genesi è stata ricostruita con ironia da Luca Ricolfi e Caterina Guidoni (in Il pregiudizio universale, Laterza, 2016).

Ma è opportuno andare oltre questa specifica «falsa notizia». La principale fonte alla quale attingono i sostenitori di quello che ormai sembra diventato un «luogo comune», e cioè del fatto che saremmo uno dei Paesi più corrotti del mondo, è rappresentata dall’Indice della percezione della corruzione (Cpi – Global corruption perception index) stilato ogni anno dall’associazione non governativa contro la corruzione Transparency International. Secondo l’ultima emissione dell’Indice (rilevazione del 2016, pubblicazione nel gennaio 2017), che riguarda 176 Paesi di tutto il mondo e che vede al primo posto Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia e Svezia, l’Italia si collocherebbe al 60° posto, dopo Buthan, Emirati Arabi, Botswana, Georgia, Namibia, Malta, seguita fra le nazioni dell’Unione europea, solo da Grecia e Bulgaria (la Francia è al 23° posto).

Ma questa è la corruzione «percepita», come peraltro viene esplicitamente menzionato nel nome stesso dell’Indice. E la percezione è un concetto quanto mai ambiguo e scivoloso, che andrebbe sempre evitato in un ragionamento non dico scientifico ma quanto meno oggettivo.

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Mario Ricciardi, 04 December 2017

Nel suo editoriale di ieri, Ferruccio de Bortoli richiama le forze politiche al vincolo della responsabilità. Per de Bortoli è pericoloso «evadere dalla realtà, rimuovendo la forza delle cose e l’amarezza stringente di un elevato indebitamento. Basta ingannare gli elettori illudendoli che vi sia una torta da dividere. Non c’è più da tempo. E non è detto che proposte serie, circostanziate e credibili, non raccolgano più consenso dei giochi di prestigio programmatici». L’occasione di questo accorato appello è l’approvazione al Senato della legge di bilancio, con la gran quantità di piccoli provvedimenti di spesa che essa contiene. In assenza di una credibile strategia di lungo periodo per far fronte alla vera emergenza costituita dal debito pubblico, questa disponibilità a venire incontro alle richieste di intervento pubblico che provengono da ogni parte del Paese – per cause di ogni genere, più o meno degne di attenzione e appoggio – appare irresponsabile. Semplicemente una tattica per guadagnar tempo, e per non perdere consenso.

Un appello che ci sentiamo di condividere. A maggior ragione in un momento in cui, stando alle previsioni, il Paese si avvia a una nuova fase di incertezza politica.

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Paolo Pombeni, 13 November 2017

La politica italiana non è più sull’orlo di una crisi di nervi: ormai c’è entrata in pieno. Basti considerare i tormenti relativi alle elezioni siciliane: anziché continuare a domandarsi se si possano considerare l’anteprima di quanto succederà a marzo, limitandosi in questo caso alle profezie su chi vincerà le elezioni, converrebbe fare qualche ragionamento pacato su alcune tendenze di fondo.

Innanzitutto sul fenomeno dell’astensionismo. Ridurlo a una questione sicula è piuttosto improprio, visto che alle regionali emiliane del novembre 2014 votò il 37,1% degli aventi diritto e che alle amministrative del giugno scorso al primo turno in pochissimi casi si andò oltre il 40% (e sorvoliamo sul caso di Ostia). Adesso naturalmente tutti, dai 5 Stelle alla sinistra-sinistra fino alla Lega, si affannano a ripetere che ci penseranno loro a richiamare alle urne il gregge disperso. Nessuno, però, che spieghi come mai ne erano convinti anche prima di domenica 5 novembre, ma poi siano stati smentiti alla prova dei fatti.

In realtà un astensionismo così ampio testimonia il distacco dalla politica di quote importanti anche di cittadini informati, che non credono più al significato di scegliere i rappresentanti: vuoi perché una parte pensa che chiunque vinca non cambierà molto, tanto più o meno tutti sono vincolati a fare quel poco che è possibile; vuoi perché un’altra parte pensa che siano tutti egualmente incapaci e poco raccomandabili.

Quel che vediamo è che i partiti sono pochissimo disposti a farsi carico davvero del sistema-Paese e rimangono inchiodati alle rispettive retoriche consolidate, ormai espresse più in formule rituali da negromanti che in ragionamenti che invitino a entrare dialetticamente nel merito di quel che si propone.

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Paolo Pombeni, 01 June 2017

L’accordo piuttosto ampio che sembra si sia trovato su una riforma elettorale che si ispira al modello tedesco riflette al momento una semplice realtà: ciò che interessa ai partiti importanti è contarsi e contenere le fughe degli elettori

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