Rivista il mulino

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CULTURA
Valentina Lo Surdo, 05 October 2011

Giungere quaggiù per caso è impossibile, da oltre diecimila anni. Sono questi i millenni che Matera porta sulle sue spalle di tufo, sospesa nella condizione eccezionale di isola terrestre, disgiunta dal resto d’Italia da una manciata di chilometri di ferrovia mai ultimata.

Scavata a mani nude per secoli e costruita con la stessa pietra estratta dal proprio ventre, dall’alto della sua storia gode di un singolare rapporto con il tempo: apparentemente immobile, Matera si evolve inesorabilmente come il suo scrigno di roccia, dalle cui pieghe stillano canti, rumori, musica. Perché qui i suoni si propagano in modo speciale.

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Gabi Scardi, 29 September 2011

Milano è sempre stata una città d’avanguardia, nel bene e nel male. Negli anni Sessanta e Settanta fu punto di riferimento per il mondo della cultura europea ed esempio del ruolo trainante che la ricerca può assumere nello sviluppo e nell’identità di un’area.

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Pierre Testard, 01 September 2011

Osservando i candidati alle primarie socialiste francesi scontrarsi sul futuro budget della cultura in occasione del Festival di Avignone, i cinefili avranno forse pensato alla frase del Disprezzo di Godard: “Quando sento la parola cultura, metto mano al blocchetto degli assegni”. Le festività del 14 luglio sono state in effetti l’occasione per rilanciare il dibattito perenne sulla capacità dello Stato di aumentare il budget concesso al ministero della Cultura oltre la simbolica soglia dell’1%. Dibattito tanto più spinoso in tempi di crisi e di Revisione generale delle politiche pubbliche (Rgpp).

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Matteo Poppi, 15 June 2011

Agli inizi del Novecento il senso dell’ignoto era ancora parte integrante del viaggiare. La mente dell’esploratore non poteva che supporre le insidie o le meraviglie che lo attendevano. Anche la gente comune doveva far fronte a questa carenza informativa. L’alone di mistero per tutto ciò che era altro dal proprio Paese veniva investito da un’aura magica, le poche informazioni scientifiche che giungevano sugli usi e sui costumi di popoli lontani ancora si condivano di leggende.

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Eugenio Maria Russo, 13 April 2011

Non è raro di questi tempi sentir parlare di “età barbarica” e “invasioni barbariche”, non solo nel senso più generale dei film del regista canadese Denys Arcand (e del programma televisivo di Daria Bignardi), ma con specifico riferimento alla cultura dell’immagine e del progresso tecnologico che uccide quella secolare del libro.

«Simili ad Attila, distruttore di civiltà, stiamo diventando noi. Non lo siamo ancora, ma i sintomi sono gravi: il tentativo di annientare la cultura classica senza la quale la scienza e la tecnica possono trasformarsi in una fabbrica di mostri; il mercato cinico e selvaggio; la pubblicità urlata; la televisione frenetica, violenta e gesticolante»: così scrive Luca Canali nel suo recente saggio Fermare Attila. La tradizione classica come antidoto all’avanzata della barbarie (Bompiani 2009). Tuttavia il “noi” di Canali, latinista di fama, è una strizzatina d’occhio ai lettori: se leggi Luca Canali, di sicuro non sei un unno che corre ad accaparrarsi il nuovo iPad, ma piuttosto un irriducibile lettore di Tibullo in lingua originale, al limite con la traduzione a fronte di Luca Canali medesimo.

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