Rivista il mulino

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ELEZIONI
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Mauro Barberis, 08 January 2018

Incoronazione di Luigi Di Maio come capo politico, con poteri di decisione ultima sulle candidature. Adozione di un nuovo statuto e di un codice etico. Apertura ai non iscritti delle candidature alle prossime politiche. Prefigurazione di accordi di governo – a destra, con la Lega, o a sinistra, con Liberi e uguali – dopo le prossime elezioni. I cambiamenti recenti nel M5S vengono letti dalla stampa più critica – quasi tutta – e persino da qualche attivista della prima ora come un’omologazione ai partiti tradizionali. Eppure, il Movimento cerca ancora di sanzionare le violazioni del vincolo di mandato da parte degli eletti, nonostante la sua incompatibilità con l’articolo 67 della Costituzione.

In realtà, tutti questi aggiustamenti organizzativi sono resi necessari dal cambio di ruolo del Movimento. Non tutti ricordano, infatti, che il M5S uscì dalle elezioni del 2013 come primo partito alla Camera – superato solo da una coalizione Pd-Sel poi subito sciolta – nella sorpresa generale, anche sua. Un movimento antisistema costruito sul web divenne così la principale forza di opposizione della diciassettesima legislatura, senza avere strutture organizzative, personale e cultura politica per esercitare quel ruolo. Fu quella la vera ragione del fallimento delle trattative in streaming con Bersani: il M5S sarebbe uscito cannibalizzato da un accordo con i partiti tradizionali.

Allora il Movimento era davvero un movimento, come crede di essere tuttora: quasi che i partiti fossero sempre stati ciò che sono diventati oggi, ossia gusci vuoti con leader sempre più scoloriti che litigano in televisione e poi si mettono d’accordo (o viceversa). Quando se oggi c’è un partito, ossia una forza politica rigidamente organizzata e un’autentica comunità di militanti, sia pure con tenui legami ideologici, questo è proprio il M5S. La diversità del Movimento, anzi, sta forse proprio qui: gli altri sono generali senza esercito, loro, semmai, un esercito senza generali.

Il M5S di oggi non è più un movimento, non è ancora, né vuole diventarlo, un partito tradizionale, ma è un post-partito: una forza politica organizzata in forme nuove, anche più rigide di quelle dei partiti. A distinguere il M5S dai partiti tradizionali, infatti, sono soprattutto le forme di controllo telematiche degli attivisti sugli eletti e la sorveglianza esercitata sugli uni e sugli altri dai gestori della piattaforma Rousseau,

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Alfonso Botti, 22 December 2017

Il voto dei catalani. I cittadini della Catalogna sono tornati alle urne il  21 dicembre in un contesto segnato da non poche novità. Per la prima volta le elezioni non sono state convocate dalla Generalitat, ma dal governo centrale, si sono tenute in un quadro normativo inedito per la Spagna, qual è risultato dall’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, con gran parte della leadership dei partiti indipendentisti  in prigione o all’estero.

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Sofia Francescutto, 22 December 2017

Un'inversione a destra collettiva? Chiamato al voto lo scorso 17 dicembre per il secondo turno delle elezioni presidenziali, il popolo cileno ha eletto il candidato del partito conservatore Chile Vamos, Sebastián Piñera. Guidato negli ultimi quattro anni dalla socialista Michelle Bachelet, il Cile ha dunque intrapreso una chiara svolta a destra

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Matteo Giglioli, 18 December 2017

Populismo o plutocrazia? Ano 2011 – il cui slogan è Bude líp, «Andrà meglio» – è il partito del magnate Andrej Babiš che lo scorso ottobre si è aggiudicato la vittoria alle elezioni legislative in Repubblica Ceca. Ano significa «sí» in ceco, ma è anche l’acronimo di «Azione dei cittadini insoddisfatti», mentre 2011 si riferisce all’anno di fondazione del movimento civico anticorruzione che fece da precursore al partito. Con circa il 30% dei suffragi e 78 seggi su 200 nella Camera Bassa di Praga, Ano è diventato di gran lunga il primo partito ceco;

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Mario Ricciardi, 04 December 2017

Nel suo editoriale di ieri, Ferruccio de Bortoli richiama le forze politiche al vincolo della responsabilità. Per de Bortoli è pericoloso «evadere dalla realtà, rimuovendo la forza delle cose e l’amarezza stringente di un elevato indebitamento. Basta ingannare gli elettori illudendoli che vi sia una torta da dividere. Non c’è più da tempo. E non è detto che proposte serie, circostanziate e credibili, non raccolgano più consenso dei giochi di prestigio programmatici». L’occasione di questo accorato appello è l’approvazione al Senato della legge di bilancio, con la gran quantità di piccoli provvedimenti di spesa che essa contiene. In assenza di una credibile strategia di lungo periodo per far fronte alla vera emergenza costituita dal debito pubblico, questa disponibilità a venire incontro alle richieste di intervento pubblico che provengono da ogni parte del Paese – per cause di ogni genere, più o meno degne di attenzione e appoggio – appare irresponsabile. Semplicemente una tattica per guadagnar tempo, e per non perdere consenso.

Un appello che ci sentiamo di condividere. A maggior ragione in un momento in cui, stando alle previsioni, il Paese si avvia a una nuova fase di incertezza politica.

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