Rivista il mulino

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PRESIDENZIALI
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Michele Marchi, 08 February 2017

Un trentennio turbolento. Molti commentatori transalpini parlano dell’elezione presidenziale più incerta e caotica della storia della V Repubblica. Altri aggiungono che, sia dal punto di vista dei cosiddetti affaires, sia sul fronte dell’incertezza e dei pronostici disattesi, in realtà la storia della V è ricca di esempi

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Michele Marchi, 21 September 2016

Sulle terre del Front national. Dunque Sarkozy è tornato. In attesa che l’alta autorità del partito verifichi la validità delle otto candidature per le primarie del centrodestra

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Il cammino verso l’elezione del prossimo presidente Usa si fa tutt’altro che tranquillo
Raffaella Baritono, 25 July 2016

Gli appassionati degli anni d’oro del cinema americano forse ricorderanno l’attore e comico Will Rogers, che fece parte anche della troupe del celeberrimo Ziegfeld Follies. Di lui si ricordano anche le sue frasi fulminanti sulla politica americana, alcune delle quali potrebbero benissimo costituire da sole brillanti e sintetici editoriali. La più celebre, e in questi giorni la più evocata, è quella che dice «non faccio parte di alcun partito politico organizzato … sono un democratico». Perfetta sintesi della battaglia politica che ha opposto Hillary Clinton e Bernie Sanders sia durante le primarie che in occasione della stesura del testo della piattaforma politica, e che con tutta probabilità si riproporrà all’interno della convention che si apre oggi a Filadelfia. Una delle materie più scottanti riguarda il tema dei superdelegati (vale a dire senatori e rappresentanti democratici in Congresso, governatori nonché esponenti politici nominati dal comitato nazionale del partito) i quali, introdotti non casualmente dopo le elezioni del 1972 conclusesi con la sconfitta del liberal George McGovern, hanno fatto il loro dovere, cioè arginare le istanze troppo di sinistra.

Oggi, però, e soprattutto dopo l’annuncio di Hillary di farsi affiancare come candidato alla vicepresidenza dal moderato Tim Kaine, i superdelegati finiscono per diventare un ostacolo rispetto alla necessità di dare rappresentanza e voce ai seguaci di Sanders. Will Rogers avrebbe detto: «i democratici non si trovano mai d’accordo su nulla, è per questo che sono democratici. Se andassero d’accordo, sarebbero repubblicani».

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Dopo l’improvvisa scomparsa del giudice Scalia alla Corte suprema si riaprono i giochi
Raffaella Baritono, 22 February 2016

Bisogna andare indietro al 1954 per trovare un precedente simile: la morte di un giudice della Corte suprema statunitense nel pieno del suo mandato. A 79 anni, il 13 febbraio il giudice Antonin Scalia è inaspettatamente passato a miglior vita. Un evento privato, di per sé doloroso, si sta trasformando nell’ennesimo episodio della guerra senza esclusioni di colpi fra il Congresso repubblicano e la presidenza di Obama. La Costituzione federale è chiara: spetta al presidente nominare i giudici della Corte suprema quando si verifica una vacanza del posto (per dimissioni o per morte, visto che sono nominati a vita). E spetta al Senato ratificare la nomina. Una prassi seguita in passato senza troppi drammi, pur con episodi che hanno reso evidente come la scelta del presidente sia tutt’altro che una pratica amministrativa.

La nomina dei giudici federali, e di quelli della Corte suprema in particolare, rappresenta uno dei poteri più significativi del presidente per consolidare e garantire l’impianto valoriale e riformatore della sua agenda politica, anche oltre i confini del mandato. Appare evidente, quindi, la sua portata politica, al di là della responsabilità del presidente di nominare giudici di alto profilo morale e adeguata competenza giuridica. Il conflitto, specie in momenti di alta tensione ideologica, non può che esplodere laddove la posta in gioco (scelte economiche, diritti, libertà, sicurezza) appare alta.

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Le debolezze della candidata Hillary verso le primarie di febbraio
Raffaella Baritono, 19 October 2015

«Poco più a sinistra del centro» – per riprendere il commento della prima donna ministro, Frances Perkins, a proposito delle posizioni di Franklin D. Roosevelt – è quello che si potrebbe affermare per descrivere l’agenda politica di Hillary Clinton dopo la sua performance nel primo dei sei dibattiti televisivi previsti tra i contendenti alla nomination democratica.

Ritenuta dalla maggior parte dei media americani, la candidata vincitrice del confronto con il suo avversario più temuto, il «socialista del Vermont« Bernie Sanders, e altri tre candidati, poco più che comparse (gli ex governatori del Maryland e del Rhode Island, Martin O’Malley e Lincoln Chafee e l’ex senatore della Virginia Jim Webb), Hillary Clinton sembra essersi lasciata alle spalle un’estate difficile. Un’estate segnata dalle polemiche che hanno riguardato le voci di finanziamento illecito della Clinton Foundation, le sue responsabilità politiche nell’attentato di Bengasi – che procurò la morte, fra gli altri, dell’ambasciatore americano – e, infine, le polemiche – alimentate da un partito repubblicano che non chiede altro se non un nuovo «Clintongate» – per aver utilizzato, come segretario di Stato, un server privato per gestire la posta. L’accusa è quella di aver consegnato il suo archivio ai National Archives, come prevede la legge, distruggendo posta «personale» che, probabilmente, troppo personale non era.

Non che si preveda una corsa tutta in discesa. E questo nonostante dopo il dibattito i sondaggi sulle prime elezioni primarie che si svolgeranno nel prossimo febbraio in Iowa e nel New Hampshire la vedano leggermente in vantaggio rispetto a Sanders. Rimane,

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