Rivista il mulino

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STATI UNITI
Azzurra Meringolo, 13 November 2013

Cartoline dalla maratona. Un fiume di gente trasforma il cemento dei grigi viali di Manhattan in un mosaico colorato che ondeggia sulle morbide pendenze della Grande Mela. Colline che sembrano vette da scalare per chi le corre con trenta chilometri sulle gambe

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Marc Lazar, 04 November 2013

Le rivelazioni dei media europei sulle intercettazioni realizzate dall’Agenzia di Sicurezza Nazionale americana (Nsa) continuano a suscitare molta agitazione. Per il fatto che si sono verificate in tempo di pace e tra alleati. Perché dimostrano che anche diversi servizi europei praticano lo spionaggio, e che vi sono accordi di collaborazione tra questi e gli Stati Uniti. Per la facilità con cui queste pratiche possono essere messe in atto (e lo sono). Ma anche a causa dell’ampiezza delle intercettazioni americane, non paragonabile a quelle realizzate da altri Paesi, che non riguardano soltanto i principali leader (si pensi al caso della cancelliera Angela Merkel) ma anche cittadini come tutti noi. Solo per quanto riguarda la Francia, ad esempio, il quotidiano “Le Monde” ha rivelato che in un mese la Nsa ha raccolto 70,3 milioni di dati telefonici francesi! È ormai certo che tutti noi possiamo dare per scontato di essere spiati attraverso il nostro telefono, perfino attraverso le conversazioni più insignificanti.

Questo scandalo di portata mondiale si rivela tanto più grande in quanto la reazione di Washington oscilla tra denigrazione pura e altezzosa indifferenza. La vicenda, infatti, sta dimostrando come il cinismo americano caratterizza ormai tanto l’ambito economico quanto quello diplomatico. E illustra altrettanto bene i rischi derivanti dai progressi della tecnica. In nome della lotta alla minaccia terrorista, che certo non si intende negare, le nostre democrazie restringono le libertà: ma solo una parte della popolazione, quella che cerca sicurezza e ordine, approva tali disposizioni. Il segreto, di rigore in questi casi, porta a pratiche illegali, fuori controllo e moralmente riprovevoli.

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Azzurra Meringolo, 22 October 2013

L’ambigua altalena del sostegno a stelle e strisce. Compare e scompare a intermittenza. La notizia della sospensione dei fondi statunitensi all’Egitto viene annunciata e smentita dai mezzi di informazione di entrambi i Paesi con scadenza quasi costante

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Claudio Vercelli, 04 September 2013

La prudenza non è mai troppa. Per l’ennesima volta l’Amministrazione americana, per il tramite del suo segretario di Stato John Kerry, coadiuvato da Frank Lowenstein,

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Gianfranco Viesti, 12 August 2013

L’avvio della procedura di fallimento della città di Detroit non ha suscitato in Italia particolare interesse, a parte qualche consueto e acido commento del “Corriere della Sera” (21 luglio) sulla circostanza che una simile procedura dovrebbe essere applicata anche a Napoli. E invece quella di Detroit, a parte l’interesse in sé, è una metafora straordinaria di due interessanti temi nelle società contemporanee: le conseguenze del liberismo estremo; le mutevoli e differenti sorti dei ricchi e dei poveri.
La causa prima del fallimento di Detroit, al netto di episodi di malgoverno e di malaffare che non sono certo limitati a quella esperienza, è nell’effetto delle migrazioni come soluzione ai problemi di disparità geografica nello sviluppo. Detroit è il caso estremo, avendo perso due terzi della sua popolazione: ma casi comunque preoccupanti, ci sono anche in Europa e in Italia. Da tempo molti economisti e istituzioni prestigiose come la Banca Mondiale (si veda ad esempio il World Development Report del 2009, “Reshaping economic geography” ) sostengono che le migrazioni sono la migliore soluzione ai problemi di disparità: ciò che conta è offrire lavoro alle persone, indipendentemente dai luoghi.
Un economista autorevole nel dibattito europeo come Daniel Gros, ha recentemente riproposto migrazioni di massa, specie dei giovani qualificati come soluzione alla disoccupazione nei paesi del Sud Europa (Ceps Policy Brief del 26 giugno). Poi arriva Detroit. E ci ricorda la differenza fra l’economia dei teorici astratti e un po’ dogmatici e quella delle persone in carne e ossa. Che succede, infatti, ai luoghi dai quali fuoriescono in massa le persone più qualificate in cerca di lavoro? Questi luoghi muoiono, perché i residenti, il loro reddito e il loro gettito fiscale non sono più in grado di sostenere neanche i minimi servizi indispensabili, e ancor meno far fronte a servizi giustamente progettati su una scala molto più ampia. Non è difficile argomentare che il costo collettivo di un luogo che “muore” è assai superiore al beneficio privato di chi è emigrato

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