Rivista il mulino

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RIFORME
Michele Salvati, 07 January 2013

I sospettosi e i cinici sono prevalenti tra i commentatori di fatti politici – non potrebbe essere altrimenti – e quando ho sentito Mario Monti venerdì scorso affermare da Lilli Gruber che era “salito in campo” non per interesse personale o vocazione profonda, anzi in contrasto con questi sentimenti e nel solo interesse del Paese, sono sicuro che molti di loro avranno pensato alla frase ricamata sui camicioni da notte delle giovani spose tanto tempo fa: “non lo fo per piacer mio, ma per render gloria a Dio”. I sospettosi e i cinici si sbagliano: non c’è ipocrisia e Mario Monti ha confessato quanto effettivamente sente.

Questo è il Mario Monti che conosco, e bene, e da tanto tempo, quello che ho descritto in un articolo sull’ultimo numero di questa rivista: Mario Monti e un governo per l’Italia. Un uomo che ha alcune, ma non tutte le doti e le competenze che Max Weber ascrive al politico per vocazione/professione. Ha la dote che è più rara tra i politici italiani: ha un disegno per l’Italia, un’idea guida delle riforme che possono fare dell’Italia un paese più efficiente, più giusto e, di conseguenza, più rispettato. E ha le competenze tecniche e l’esperienza internazionale che mancano alla gran parte dei nostri politici su come mandare ad effetto quel disegno. Gli manca ciò che è invece più comune trovare tra costoro, una conoscenza dettagliata del nostro sistema politico e una intuizione, radicata nell’esperienza, di ciò che dalla politica è possibile ottenere per un programma di trasformazione del nostro Paese.

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Mario Ricciardi, 31 December 2012

A qualche giorno dalla sua diffusione, il documento programmatico che ormai tutti si sono rassegnati a chiamare «agenda Monti» non ha suscitato un entusiasmo paragonabile all’attesa che c’era nelle settimane precedenti. La pagina, creata appositamente su internet, ha un traffico tutto sommato modesto, di gran lunga inferiore ad altri siti del genere, o a quelli di alcune riviste o gruppi di discussione che si occupano di politica. In parte, la spiegazione di questa freddezza si potrebbe trovare, forse, nello stile del documento: una serie di proposte generali, alcune delle quali largamente condivisibili, che non sono tenute insieme da una visione politica complessiva, da una chiara idea sul futuro del Paese. Probabilmente, la prima iniziativa del Monti politico subisce anche le conseguenze del modo in cui il presidente del Consiglio dimissionario ha presentato il proprio profilo nel corso dell’anno che si conclude oggi. L’aver sottolineato continuamente il proprio essere altro rispetto ai partiti, da cui però dipendeva per l’approvazione dei provvedimenti in Parlamento, l’uso frequente di metafore – «la medicina è amara, ma serve per curare il Paese» – studiate per suggerire un agire dettato dalla necessità e da un sapere scientifico, e non da riconoscibili opzioni di principio, non era fatto per far presa sull’immaginario del pubblico.

In fin dei conti, un malato non sceglie come leader il proprio medico. Semmai lo ascolta, ne accetta i consigli, ne rispetta le prescrizioni con diligenza e un pizzico di rassegnazione, ma tutto ciò avviene in vista di uno scopo preciso: la guarigione. Conseguita la quale, non vede l’ora di riprendere a vivere serenamente lasciandosi alle spalle il medico e il ricordo del malanno. Per trasformarsi da medico al capezzale del malato a leader politico Monti avrebbe bisogno di qualcosa di più evocativo e motivante di un’agenda,

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Roberto Balzani, 22 October 2012

Mentre in Francia continua il percorso accidentato della legge 16 dicembre 2010 di “réforme des collectivités territoriales”, da noi l’algida discussione sulla razionalizzazione si carica di un’esplicita vena polemica, di contestazione del ceto politico, considerato in genere rapace, costoso e inadeguato. Il “Parlamento dei nominati”, del resto, non ha saputo dare risposte chiare all’opinione pubblica e non v’è dubbio che, anche per comprensibili ragioni di opportunità e di fattibilità immediata, il governo abbia deciso d’incidere sul livello meno forte sotto il profilo politico e meno a diretto contatto con i cittadini, quello provinciale. Un palazzo in cui, nella vita, è possibile non si debba mai mettere piede e dei cui servizi si ha in genere un’idea piuttosto vaga. Astraendo dai risparmi effettivi, si è individuato l’anello debole della catena delle cariche pubbliche, e si è partiti da lì.

Le reazioni sono state d’incredulità e sgomento. Fino agli ultimi giorni di luglio, quasi nessuno immaginava che si sarebbe dovuto metter mano con rapidità ai confini provinciali. Era qualcosa di inaudito e d’incredibile che avrebbe dovuto richiedere – così parlavano i saggi – adeguata ponderazione. Poi, lo spread e la situazione internazionale hanno offerto a Monti l’occasione per forzare i tempi.

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Bruno Simili, 17 September 2012

C’è un nemico del progresso tra noi. Si aggira per l’Italia nascondendosi dietro la Grande Crisi. È l’alibi della mancanza di risorse, che come d’incanto viene tirato fuori ogni qualvolta un progetto di riforma, o almeno di cambiamento, sbuca nel deserto delle idee che contraddistingue la cultura politica italiana. A fargli da compari, sul palcoscenico di un Paese impoverito e allo stremo delle forze, fanno capolino di volta in volta l’inefficienza del sistema, l’assenza di meritocrazia, l’ingordigia delle corporazioni. Caratteri purtroppo reali, che tenendosi bordone l’un l’altro hanno sinora impedito la messa in pratica di qualsivoglia progetto di lungo periodo di crescita e di sviluppo. Se si aggiungono la conclamata incapacità della classe politica italiana di rinnovarsi e i danni derivati dalla cultura di potere che ha segnato la gran parte del periodo successivo a Tangentopoli, la scena è completa.

Nonostante la dimostrata centralità, nel bene e nel male, del sistema formativo di un Paese per il suo benessere, l’alibi della crisi si è applicato a più riprese anche alla scuola. Evidente in teoria, ma assai poco nella pratica italiana, l’assunto lo hanno compreso bene i Paesi europei che hanno saputo valorizzare, con politiche e investimenti adeguati, il loro sistema di istruzione, facendosi trovare preparati ad affrontare, grazie anche a una buona capacità di sviluppo scientifico e tecnologico, le fasi di normalizzazione e declino che hanno segnato il panorama mondiale sin dagli anni Settanta. Anni cruciali, trascorsi a riformulare l’idea stessa di scuola per tutti, adeguandola ai nuovi bisogni e alle trasformazioni rapide e violente che di lì a poco la tanto conclamata globalizzazione avrebbe imposto. Mentre una parte rilevante e piuttosto trasversale delle élite politiche italiane, ma anche culturali ed economiche, preferiva accontentarsi dei risultati raggiunti (“i migliori asili d’Europa, un’ottima scuola elementare, centri di studio di assoluta eccellenza”, e via di questo passo), chiudendosi di fatto in se stessa, ignorando la realtà e soprattutto ignorandone gli effetti. 

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Piero Ignazi, 27 August 2012

Alla vigilia di una nuova riforma elettorale anche i politici con solida esperienza accademica sembra abbiano abbandonato il loro sapere per adattarlo alle opportunità politiche. È davvero un peccato, perché senza un intervento dettato dalla conoscenza dei sistemi elettorali e dei loro effetti sui sistemi partitici viene lasciata mano libera agli apprendisti stregoni. E infatti quello che sta per arrivare in Parlamento è un ennesimo mostriciattolo. I punti fermi su cui sarebbe stato – ed è – opportuno puntare i piedi e alzare la voce sono almeno tre.
Punto primo. Il premio di maggioranza. È una aberrazione che distorce ogni principio di rappresentatività. Per questa ragione ha una applicazione limitatissima: l’esempio più vicino, nel tempo e nello spazio, è quello greco (sic!). Ritornare su questa strada vuol dire insistere sull’errore di considerare i sistemi elettorali degli escomotage, degli artifizi, che impediscono ai cittadini di esprimere le loro volontà e che servono solo a confezionare maggioranze fittizie. Che poi si sfasciano perché manca il reale consenso popolare alla base.
Punto secondo. Le preferenze. Anche qui sembra che tutti abbiano mangiato quintali di fiori di loto. Si è azzerata la memoria del frazionismo interno, delle spese folli, della corruzione, delle “corse” individuali o di cordate dei candidati, delle pressioni dei gruppi organizzati o dei clan criminali. Per i curiosi e gli increduli si consiglia di leggere le conclusioni della Giunta per le elezioni della Camera nel 1987 per capire come funzionava il sistema delle preferenze nel collegio di Napoli-Caserta.

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