Rivista il mulino

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LAVORO
Laura Tocco, 15 May 2014

Il costo del carbone, il prezzo di un lavoro. È strage in Turchia. Non è ancora certo il numero di morti,ma è ormai ben chiaro che l’esplosione nella miniera di Soma,

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Bruno Simili, 31 March 2014

Da quanti anni sentiamo parlare di questione giovanile? Tutti i dati di cui disponiamo indicano che essere giovani nel nostro Paese è sempre più complicato. La difficoltà di trovare un’occupazione che premi un determinato percorso di studi è stata via via sostituita dalla difficoltà di trovare un lavoro stabile tout court, anche per via della concorrenza che viene dall’immigrazione. Puntare sull’ambiziosa idea di mettere su famiglia sembra in molti casi impossibile, ma nel frattempo i media, con un atteggiamento misto tra critica efficientista e simpatica comprensione mammesca, sottolineano l’alta percentuale di giovani italiani che tardano a staccarsi dalla famiglia di origine: comunque fanno, fanno male. Alcuni si lamentano di non riuscire a trovare un lavoro, ma in realtà “non si adattano”. Altri si lamentano di trovare soltanto lavori precari e malpagati, ma in realtà dovrebbero “baciarsi i gomiti” perché la crisi colpisce tutti. Per decenni i demografi hanno avvertito che l’invecchiamento della popolazione era contenuto a stento dalle nuove generazioni di immigrati. E una società sempre più vecchia a un certo punto avrebbe avuto conseguenze drammatiche.

Nel frattempo trascorrevano i decenni, e la rilevanza sociale di una popolazione anziana si tramutava poco alla volta in rilevanza politica. I sindacati dei pensionati prendevano il posto nel cuore dei partiti dei sindacati dei lavoratori, e la giusta e doverosa tutela di una serena vecchiaia diventava la prima preoccupazione per molte azioni di governo sparse sul territorio, di comune in comune.

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Giorgio Triani, 19 March 2014

Se Henry Ford avesse chiesto ai consumatori “che cosa volete?”, questi – amava ricordare Steve Jobs – avrebbero risposto “cavalli più veloci”. Ma Ford diede loro l’automobile. La citazione torna di grande attualità nel momento in cui in tutta Europa, ma soprattutto in Italia, a emergenze e bisogni nuovi si risponde con ricette vecchie.

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Umberto Romagnoli, 19 February 2014

Erano tanti, non meno di duemila, i delegati della Cgil che il tam-tam di un’estemporanea autoconvocazione ha radunato a Bologna, la mattina di sabato della scorsa settimana. Non spetta a me dire se la realizzazione dell’iniziativa abbia corrisposto alle aspettative dei promotori.

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Bruno Simili, 03 February 2014

Sono trascorsi esattamente dieci anni da quando, all’inizio del 2004, pubblicammo sul numero 412 del “Mulino” un blocco di articoli che, significativamente, intitolammo “ceti medi e crisi nera”. Colpisce rileggere i titoli dei pezzi che componevano quella sezione monografica: “Quasi poveri e vulnerabili”, “Prezzi, redditi e impoverimento delle famiglie”, “Le mani vuote. Una società con più costi e meno sussidi”, “Il lavoro nascosto e i conti che non tornano”. In quelle pagine si evidenziava come i contratti sociali delle democrazie del secondo dopoguerra, orientati a migliorare le condizioni di vita e le possibilità di consumo alla ricerca di una distribuzione più equa dello sviluppo economico, fossero entrati in crisi. E come a risentirne fossero, soprattutto, le fasce di cittadinanza né troppo povere, né troppo ricche; ma sempre più vulnerabili. Quell’insieme di popolazione che nella seconda metà del secolo scorso ha visto crescere i propri consumi e le proprie possibilità di accumulazione patrimoniale.

Del resto, ci si era accorti già da tempo che il modello di stratificazione sociale che tendeva a restringere le differenze sociali e ad ampliare sensibilmente le categorie situate nel mezzo della scala sociale non reggeva più. Da allora, fette sempre più consistenti della popolazione italiana si sono trovate a dovere affrontare la insanabile contraddizione tra i costi da sostenere in tempi di crisi economica e un livello di qualità della vita considerato, a torto, irrinunciabile.

Dal quel numero del “Mulino” di dieci anni fa si sono rincorse interpretazioni che hanno addossato l’intero fardello delle responsabilità di volta in volta a questa o quella parte politica, all’euro, all’Europa, alla crisi internazionale. E sono state via via riformulate vecchie ricette politiche, in larga parte di stampo populista, volte a catturare il consenso di chi, anno dopo anno, percepiva il progressivo peggioramento della propria condizione sociale. Poi è arrivata la Grande Crisi, quella che hanno visto tutti, e ha reso ancora più impervie le strade su cui corre la vita di chi appartiene, o è convinto di appartenere, al ceto medio. Anche in questo caso è importante ragionare della percezione che ciascuno ha delle proprie condizioni di vita. Ci vengono utili i risultati di uno studio condotto da Demos, cui rimandiamo per i dettagli. Qui ci preme richiamare quanto Ilvo Diamanti sottolinea proprio oggi: vale a dire il progressivo e rapido peggioramento percepito da chi otto anni fa si sentiva “classe media” e oggi è invece convinto di avere sceso un gradino nella scala sociale. Una percezione, tra l’altro, che non vede forti differenze tra Nord e Sud, a dispetto dei dati che in molti altri ambiti indicano un Paese profondamente diviso in due.

Mentre la crisi economica dava le prime avvisaglie e poi esplodeva, che cosa è stato fatto dalla nostra classe dirigente che oggi si trova intrappolata nel circolo vizioso di un modello fallimentare? Quali responsabilità rispetto alle ridottissime previsioni di crescita per il 2014 deve accollarsi in proprio la classe imprenditoriale che oggi strepita e si lamenta? A chi, sul fronte del pubblico, vanno ascritte le responsabilità della nomina di Mastrapasqua a capo dell’Inps, l’ente che da solo assorbe un terzo dell’intera spesa pubblica italiana? E, infine, quali proposte politiche di stampo realmente riformatore sono arrivate al corpo elettorale in questi ultimi dieci anni? 

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