Rivista il mulino

IMMIGRAZIONE
Roberto Escobar, 01 August 2011

«Stavolta l’ho fatta un po’ fuori dal vaso», ha concesso Mario Borghezio, con tutto l’esprit de finesse che gli è riuscito di mettere insieme. Quel che ha combinato è noto: poco dopo la strage sull’isola di Utoya, ha dichiarato che le “posizioni”  di Anders Behring Breivik «sono sicuramente condivisibili», a partire dall'«accusa esplicita all’Europa di essersi già arresa prima di combattere». A quale nemico si riferisca il parlamentare europeo della Lega Nord è questione inequivoca: agli “islamisti” attentatori della vera fede, e già che ci sono anche della purezza etnica di un continente.

Insomma, ha spiegato il paladino della civiltà occidentale, ha ragione Breivik a pretendere la «difesa dell’Europa cristiana». È vero, precisa, che le sue sono «posizioni antipapiste che io ovviamente non condivido». Ma un po’ di tolleranza non guasta, se si tratta di servire la religione dell’amore. Lo stesso amore, per intenderci, con cui a Torino nel 2000 l’allora deputato leghista al Parlamento italiano incendiò i pagliericci di alcuni esseri umani colpevoli di essere poveri e stranieri (gesto di carità per il quale, insensibile ai valori evangelici, la Cassazione nel 2005 lo condannò in via definitiva a due mesi e venti giorni di galera). In ogni caso, papisti o meno, questo è il dovere sacro e santo dei bravi europei timorati di Dio, e della superiorità bianca: contrapporre all’invasione dei seguaci di Maometto una «forte risposta cristiana anche in termini di crociata».

In fondo, ha spiegato il membro della Commissione parlamentare europea per i diritti civili, sono le stesse cose sostenute da Oriana Fallaci. Come dargli torto? Basta leggersi davvero La rabbia e l’orgoglio per convincersene. Le “posizioni” che entusiasmano il nostro defensor fidei trovano conforto in  quello scritto del 2001, e nel silenzio con cui politici, giornalisti, intellettuali e preti di fatto lo legittimarono.

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Andrea Stuppini, 05 May 2011

Il sovrapporsi di più situazioni di crisi economiche e politiche nei primi mesi dell’anno ha sospinto molte imbarcazioni a solcare il Mediterraneo dall’Africa verso l’Europa, e in misura ancora maggiore gruppi di persone ad attraversare il fiume Evros, al confine tra Grecia e Turchia. Già alla fine di febbraio il governo italiano aveva lanciato un allarme per la potenziale emergenza data dall’arrivo di “cinquantamila profughi dal Nordafrica”, chiedendo la collaborazione dell’Unione europea, delle Regioni e degli Enti locali.

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Marc Lazar, 18 April 2011

Le recenti polemiche tra Italia, da un lato, e, dall’altro, Francia, Germania, Austria, Gran Bretagna e infine l’Unione europea sull’arrivo dei migranti dalla riva sud del Mediterraneo sono state particolarmente accese. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni è arrivato a porre la questione della possibile uscita dell’Italia dall’Europa, il che ha provocato non solo le reazioni da parte del presidente della Repubblica e dell’opposizione, ma anche di alcuni rappresentanti del governo e della maggioranza. Dal canto suo, la Lega Nord ha invitato al boicottaggio dei prodotti francesi, come il camembert e lo champagne. Questi fatti insoliti in un Paese che per ragioni storiche e strategiche è stato a lungo uno dei pilastri della costruzione europea sono indice di almeno due grandi cambiamenti in atto.

Il primo riguarda l’Italia e rivela tre dimensioni principali. I governi di centrodestra si sono sempre mostrati meno europeisti di quelli di centrosinistra. In questo modo hanno rotto platealmente con la politica tradizionale della Prima Repubblica, quella voluta dai democristiani o dai federalisti alla Altiero Spinelli, che aveva progressivamente raccolto consensi. A ciò si aggiunga che a questi stessi governi manca la necessaria credibilità politica a livello europeo e internazionale, il che ostacola i rappresentanti italiani allorché, come è costume e regola, tentano di promuovere i dossier italiani nei negoziati con i loro interlocutori. Infine, l’opinione pubblica italiana ha modificato il proprio atteggiamento nei confronti dell’euro: si mostra meno entusiasta dell’idea stessa di Europa, dando prova di un certo euroscetticismo cui si accompagna una propensione al ripiegamento sulla dimensione locale-regionale.

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Piero Ignazi, 11 April 2011

Una volta di più, il governo italiano sta dando pessima prova di sé sul piano internazionale. Del resto, è quando si passa dall’ordinaria amministrazione alle situazioni di crisi che emergono le carenze. Sia quelle strutturali, ereditate dal passato, sia quelle contingenti, frutto dell'impreparazione, del dilettantismo e del provincialismo dei governanti.

La primavera araba è il fatto nuovo positivo che contrassegna questo decennio: così come l’11 settembre e suoi postumi aveva marchiato in maniera macabra e terribilmente nefasta il primo decennio del nuovo secolo, così questo risveglio democratico delle opinioni pubbliche del Mediterraneo e del Medioriente sembra destinato a influire per il meglio su molti versanti, da quello dell’espansione della democrazia a quello di nuove relazioni tra le sponde del Mediterraneo, fino a incidere, in prospettiva, sulla questione israelo-palestinese.

Di fronte a una tale situazione, la politica italiana è stata risucchiata in una serie di azioni-reazioni tipiche di un Paese piccolo.

Il Primo ministro  e il ministro degli Interni, in particolare, seguiti a ruota da quello della Difesa, hanno commesso una serie impressionante di gaffes e di passi falsi, tutti all’insegna del provincialismo. Vale a dire dell’assenza di un rapporto reale con le classi dirigenti europee e internazionali (fanno eccezione le “intese cordiali” con personaggi quali Putin, Nazarbaiev, Lukaschenko e Gheddafi) e di confidenza con gli organismi internazionali, a cominciare dall’Unione europea.

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Roberto Escobar, 28 March 2011

Se fossi ministro dell’interno, dice il Bossi Umberto, saprei io come fermarli. E intende i biblici invasori che vengono dal mare, visto che non c’è più il Gheddafi Muammar a farci da cane da guardia. A parte la Bibbia, che c’entra come il Bossi Umberto con la civiltà giuridica, concordiamo. Saprebbe lui come prendere uomini, donne incinte e bambini – insomma, chi néghér lì –, e levarseli di torno. Se poi non lo sapesse, potrebbe domandare in giro. Al riguardo, nel nostro povero Paese c’è in questi giorni tutto un fiorir di proposte.

Tra le più furbe, c’è quella del Rutelli Francesco, ex mangiapreti e neo baciapile. Il quale Rutelli Francesco è disposto a far entrare in Italia tutti, a parte quelli che scappano «solo per motivi economici» (pare che nel Vangelo il «date da mangiare agli affamati» l’abbia inserito sottobanco quello stalinista d’un Ferrara Giuliano, quand’era più magro). Poi ci sono anche il Frattini Franco e il Casini Pierferdinando. Il primo vuol convincere i migranti a tornarsene via con una dote – dice proprio così, dote – di millesettecento euro, su per giù quanto han pagato per venir da noi. Insomma, fossero rimasti di là, avrebbero già risolto. Il secondo invece è postal-tacitiano: «vanno rispediti al mittente». Non c’è dubbio: dei tre, il Rutelli Francesco è il più perspicace. Sia detto senza offesa, soprattutto per gli altri.

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