Rivista il mulino

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GOVERNO
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Questa crisi di governo ci insegna che il Paese reale è là fuori: in Parlamento
Nicola Pedrazzi, 23 August 2019

Giorni strani questi, per gli attori politici ma soprattutto per noi spettatori. L’avevano davanti, eppure la spettacolare crisi di governo che a un anno dal film “Diciotti” ha ipnotizzato i nostri devices in vacanza ci è sembrata andare oltre i confini del plausibile. In poche ore abbiamo assistito all’autogoal di un leader che si raccontava abilissimo, al ritorno di un leader che si raccontava finito, all’inversione a U di un movimento che si raccontava nato per prendere il 100%, e che invece ha scoperto il parlamentarismo e le competenze

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Mario Ricciardi, 21 August 2019

Un terremoto è un’esperienza che non si dimentica. Gli esseri umani dipendono in modo essenziale dal terreno su cui poggiano i piedi: per muoversi, esplorare le aree circostanti, spostare oggetti. Non è un mero accidente che qualunque progetto – e in generale la nostra capacità di pensare al futuro – richiami naturalmente l’immagine di un percorso: il progresso in uno spazio tridimensionale, il cui caso paradigmatico è costituito da un essere umano che cammina, saggiando la stabilità del terreno cui affida la propria sicurezza mano a mano che procede verso l’incognito. Ecco perché la sensazione di chi sente che gli manca la terra sotto i piedi è tra quelle che più rapidamente ci disorientano, innescando il panico. Credo che questa breve premessa sia utile per comprendere lo stato d’animo dello strano tempo che stiamo vivendo. Una fase in cui buona parte delle assunzioni condivise che hanno dato una relativa stabilità alla nostra vita quotidiana ha iniziato a vacillare, poi a mostrare crepe sempre più profonde, infine ha cominciato a sgretolarsi. Come se una sequenza di scosse telluriche – alcune meno violente, altre dagli effetti distruttivi – avessero cambiato il panorama del mondo in cui viviamo, provocando un senso di incertezza riguardo al futuro.

Anche se da principio abbiamo preso consapevolezza di tale fenomeno nel settore economico, per via degli effetti della “lunga crisi” (per riprendere l’espressione usata da Francesco Saraceno nel numero 1/2019), è chiaro che nessun aspetto della società ne è immune e che le cause della “grande trasformazione” in corso sono da cercare molto più indietro nel tempo rispetto al 2008. Alcuni, con qualche plausibilità, indicano il 1989 come l’anno in cui abbiamo cominciato a perdere l’equilibrio. Altri, anche in questo caso con buone ragioni, interpretano il crollo del muro di Berlino e la fine della Guerra fredda come un passaggio di un processo di cambiamento globale iniziato ancora prima, con la fine della stabilità garantita dagli accordi di Bretton Woods dopo la Seconda guerra mondiale. Quel che è certo è che nel giro di qualche decennio mutano i modi di produzione e di accumulazione della ricchezza, cambia la politica, si trasformano le forme della vita in comune, gli stili di pensiero e le sensibilità degli esseri umani. Come è accaduto altre volte nel corso della storia, il nuovo non sostituisce del tutto il vecchio – l’economia finanziaria non rende obsoleta la proprietà immobiliare – ma lo affianca, rimodellandone funzioni e scopi. Avanzare un’ipotesi sulla direzione complessiva di tale cambiamento è reso molto difficile dal fatto che tutti questi mutamenti non si lasciano ricondurre senza residuo sotto l’ambito d’applicazione di concetti “chiari e distinti”. La diseguaglianza, ad esempio, diminuisce su scala globale, ma è aumentata sensibilmente per alcune fasce sociali di quelli che un tempo, con qualche compiacimento, chiamavamo i “Paesi avanzati”.

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Nicola Melloni, 29 July 2019

L’ultimo primo ministro britannico? La nomina a primo ministro di Boris Johnson non è un fulmine a ciel sereno, quanto piuttosto il compimento finale della drammatica parabola iniziata col governo Cameron e passata attraverso il referendum sulla Brexit. Nulla, ora, sarà più come prima.

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Alfonso Botti, 29 July 2019

La sinistra spagnola che si fa del male. Sai che novità, verrebbe da dire. Eppure per la Spagna non era così scontato. Invece, pur essendoci i numeri per un governo progressista, il leader socialista Pedro Sánchez non ha ottenuto la fiducia. Che cos’è successo? E perché?

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Marco Leonardi, 12 April 2019

Bisogna riconoscere che il Def presenta numeri veritieri. E non era affatto scontato, vista la comunicazione pubblica del governo improntata all’ottimismo a oltranza. Anzi, ci si sarebbe potuto aspettare la scelta di sfidare i mercati e l’Europa con stime di crescita ben più alte, dell’ordine di 0,5/0,6%.

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