Rivista il mulino

Content Section

Central Section

immagine
  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Il sergente Havers e Saussure
rubrica
  • Memoria /memorie

Un giorno, mentre in bicicletta salivo la collina che mi portava nei luoghi dove si aprivano nuove trincee, mi vidi davanti un sergente dell’esercito tedesco, che cominciò a dialogare con me e che si presentò con un nome che automaticamente scatenò in me un’associazione: durante il corso di grammatica greco-latina, che indicava molti testi tra i quali anche il Cours de linguistique générale di un grande svizzero, Ferdinand de Saussure, mi era stato citato un manuale di sintassi “spiegata” scritto da un professore austriaco che si chiamava Wilhelm Havers. Questo sergente mi disse: «Mi chiamo Havers». «Figlio del professore?», faccio io. «Sì, sono suo figlio». «Ma perché mi ha cercato?». «Perché un comune amico cattolico mi ha fatto il suo nome».

Così si dichiarò cattolico e cominciò tutta una serie di racconti: ma non capivo perché, figlio di una importante famiglia rappresentativa del cattolicesimo austriaco, con alcune sorelle suore, e lui stesso seminarista che occultava in quella divisa di sergente del servizio d’informazione di non so quale unità tedesca la propria vocazione, facesse queste confidenze a me. Ma capii, senza che ne parlassimo direttamente, che aveva in mente di farsi ospitare da qualcuno nel momento in cui ci sarebbe stato il passaggio del fronte e il tracollo finale della resistenza della linea gotica.

Fra noi cominciò un rapporto di amicizia, ogni tanto mi veniva a trovare, gli affidai anche la cura di un amico che era stato fatto prigioniero. Conobbe mia madre e il mio secondo padre, ci regalò qualche libro, uno della Morcelliana di Peter Wust, Incertezza e Rischio e un’edizione della Teodicea di Leibniz: quindi qualche segno mi era rimasto, anche se non parlavamo mai di quel suo desiderio di rifugio, in una situazione simile a quella che più tardi avrei trovato nel romanzo II silenzio del mare di Vercors. Va anche detto che, dopo vari trasferimenti, mia madre occupava l’appartamento di una signora di cui era stata per qualche tempo donna di servizio. Questa signora, essendo sfollata da Bologna, le aveva lasciato — in quanto persona di fiducia — l’occupazione e la custodia del suo appartamento. Quindi noi non avevamo una casa, eravamo ospiti. La casa era a trecento metri da Porta Zamboni, in una città Sperrzone, nella quale cioè era stato convenuto che i soldati tedeschi non potessero entrare perché rimanesse franca dai bombardamenti.

La notte tra il 20 e il 21 aprile 1945, in cui tedeschi e repubblichini abbandonarono Bologna perché stavano arrivando le truppe polacche, inglesi e americane, si presentò a mia madre Havers, con un abito borghese modesto. Io non vivevo lì, mi ero nascosto, perché — dovendo risultare ripartito per tornare in Piemonte — non dovevo essere trovato da nessuno che si rivolgesse a mia madre. Presto, però, li raggiunsi, e ospitammo Havers per un certo periodo, naturalmente fuori legge. Subito si pose il problema di come portarlo in salvo: che fosse un tedesco non responsabile, cattolico e nicodemita, ci abilitava a salvarlo, perché non era colpevole di niente e a questo moralmente potevamo appellarci. Non c’era nessun altro interesse, al di là di questo incontro e di questa richiesta silenziosa, accettata silenziosamente.

Ma i tempi di guerra sono tempi eccezionali, in cui accadono fatti strani, che non possono più darsi in altri momenti, e sembrano meravigliosi anche quando sono terribili. Si trattava ora, attraverso quell’amico cattolico di cui Havers si era occupato quando era prigioniero, e che aveva rapporti con i frati di San Domenico, di portarlo in un convento francescano, non ricordo dove ubicato. La questione era condurlo fin là senza che per strada qualcuno lo intercettasse, anche perché aveva tratti somatici abbastanza definiti, da nordico, certo non guerresco, ma con lo sguardo mite, un po’ interrogativo, con occhiali da intellettuale, o da sacerdote. Allora, il mio secondo padre, Baratta — uomo di piccole trovate ingegnose — pensò che bisognasse disegnargli una pianta del tragitto che doveva percorrere, camminando da solo. Il mio secondo padre lo avrebbe seguito a cento metri di distanza, in modo da accertare il suo arrivo in convento.

Così accadde, e finalmente andammo a trovarlo là, dove aveva trovato rifugio tutto un gruppo di preti cecoslovacchi e tedeschi. Di lì a poco, non più soldato ma seminarista, si trasferì a Roma al Collegio Ungarico Germanico, dove — alcuni anni dopo — venne consacrato sacerdote. Io fui invitato a quella consacrazione, ma non potei andarci e così mancò l’occasione di incontrare finalmente anche quel professor Wilhelm Havers che era stato all’origine di tutta questa vicenda.

[Testimonianza raccolta da Alberto Bertoni e Giorgio Zanetti]

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI