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Il giorno della Liberazione
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  • Identità italiana

Quando Bologna fu liberata e finivano la guerra e l’occupazione tedesca, non avevo ancora compiuto diciotto anni. Quante cose sono avvenute dopo, importanti nella mia vita; e quante pagine di storia in comune con i miei contemporanei ho sentito di vivere: grandi, bellissime o inquietanti, anche vergognose. Non voglio mitizzare il 21 aprile 1945: e tuttavia «quel giorno» resta uno dei ricordi più intensi, qualcosa di cui mi nutro e che sono fiero di sentire vivente dentro di me.

Liberazione: la parola era già in uso, nella sigla militante dei Comitati di Liberazione Nazionale, ma l’esperienza fatta con la liberazione di Bologna, seguita in pochi giorni dalla fine di tutta la guerra, ebbe un significato esistenziale più forte e generale. L’aggettivo «nazionale», ad esempio, sinceramente, io non lo sentivo affatto in primo piano; così come restarono per me sullo sfondo altri elementi «ideologici», preoccupazioni di parte, sociale e politica, che pure si avvertirono subito attorno a noi, con timori e odi, vendette auspicate o praticate, nel segno di una terribile continuazione, e per alcuni nella speranza illusoria di una rivoluzione imminente, o in fuorvianti paure di essa. E forse, per molti, davvero, purtroppo, proprio questi aspetti contarono e vennero a impedire o limitare il significato, l’assaporamento di quella parola giustissima e superiore: Liberazione.

Per mille motivi fortunati, presenti senza merito alcuno nella mia famiglia e nella mia piccola storia di studente (né richiamato, né rastrellato, e molto libero di studiare per mio conto). Continuazione e rivoluzione non ebbero spazio nel mio vissuto, e la stessa Resistenza conseguì subito ai miei occhi la sua finalità più profonda: «Ri-esistenza», fuori dalla guerra, che finiva, e davvero sarebbe stata l’ultima, con uno spazio immenso aperto davanti a noi.

Liberazione: sentivo una coincidenza perfetta tra il nome e l’evento; una identità dinamica tra la storia intorno a noi, mentre riempivamo festanti le strade, e il compito e la vocazione da cui ci sentivamo afferrati. Nel cuore battevano umiltà e orgoglio, e un’onda di gratitudine e di propositi spingeva in alto la mente, come forse non ho sentito più con tanta pienezza e forza. Con la Liberazione finiva uno stato di cose che era stato guerra e occupazione tedesca, insicurezza quotidiana, arbitrio e rischio, ignoranza e menzogna. Si ristabiliva un ordine, sia pure precario e approssimativo, ma accettabile perché era un inizio, e il futuro era pieno di promesse. I vincitori erano non solo i più forti ma, anche, i più giusti.

Non sempre il regime fascista aveva avuto caratteristiche evidenti e insopportabili di odiosità: vi era stato un lungo tempo di consenso diffuso, e un’apparenza di forza. Ben pochi avevo sentito ridere di quelle due cifre romane che numerarono «dell’Era fascista» gli anni dal ’22 al ’43. Un futuro non fascista era stato difficilissimo da immaginare, almeno a noi ragazzi del Littorio e dell’Impero. Solo lo spostamento di forze visto nel ’43, su tutti i fronti di guerra, e tra monarchia e regime, e fin dentro il Gran Consiglio del Pnf, aveva restituito alle menti delle persone comuni la possibilità di domande e prospettive diverse da quelle propagandate nei libri di scuola, sui muri delle case di campagna, in tutti i luoghi collettivi delle città, sui giornali, dai microfoni dell’Eiar ecc. Un antifascismo collettivo, per anni, si era sentito solo in barzellette, ironia e scetticismo; non c’era una proposta, né fiducia in un’alternativa, né inizio di una lotta. Con le sconfitte militari del ’43, e gli eventi politici del luglio e del settembre, vi fu, tra i miei compagni di scuola e tra gli amici di casa, una dissoluzione di campi mentali, non meno grande di quella che avveniva nei rapporti di forza tra nemici e nelle strutture del nostro Stato. Certo, non mi piacque che una diversa acutezza di pensiero conseguisse nei più solo dalla percezione che i rapporti di forza erano tanto più problematici di quelli delineati dalla propaganda del regime. Per mio conto, o con pochi scelti amici, cominciai ad apprezzare e valorizzare una riflessione seria, storica e informata, sulle parti in causa, le loro ragioni, istituzioni, motivazioni. Con quegli amici, pochi anni dopo, ebbi occasione di dar vita al «Mulino».

Intanto, subito, divennero una risorsa le conversazioni; e specialmente i colloqui con gli anziani, con quelli più in grado di raccontare anni lontani e diversi; e una miniera si rivelarono le biblioteche con i loro libri, in particolare le storie d’Italia e d’Europa, che contribuirono a relativizzare il presente, a darne chiavi di lettura tanto più interessanti di ciò che si leggeva sui giornali quotidiani, miserrimi e mistificatori. Anche l’ascolto di Radio Londra e della Voce dell’America ebbe un’efficacia formativa che neppure ora posso sottodimensionare, perché si inserì in un contesto vitale di pensieri, confronti, giudizi.

Gli eventi del Risorgimento, che mi erano familiari già dall’infanzia (quante sere mia madre ci metteva a letto leggendoci pagine di Cuore e della Torino 1882), acquistarono un interesse nuovo, e romanzi e memorie e interpretazioni dell’Ottocento, e pagine di Croce, Salvatorelli, e qualcosa di Amendola e fin di Gobetti, e Mazzini nei ricordi di un nonno che lo venerava e citava a memoria, divennero i compagni più cari. Interrotte le scuole, chiusi i cinematografi, lunghe le ore nello «sfollamento» in campagna (a Gaibola, sui colli), le letture erano quasi tutto…

Le letture risorgimentali (Nievo e Fogazzaro, e Il Mulino del Po, appena pubblicato), e le ambizioni, un po’ velleitarie di eroismo, nutrite proprio con alcuni compagni di quelle letture, mi portarono anche a tentativi maldestri per «andare con i partigiani»: ma un professore di Filosofia, apprezzatissimo da noi per l’evidente antifascismo, entrato in clandestinità, era già stato arrestato, e lo rivedemmo solo dopo la Liberazione. Un capo partigiano del modenese, contattato fortunosamente, saputa la nostra età (16-17 anni, non richiamati, inesperti e disarmati), ci fece rispondere di aspettare un richiamo prima di presentarci (il suo nome di battaglia era Claudio, e anni dopo seppi che tanta saggezza era di Ermanno Gorrieri…).

Il rifiuto un po’ mi bruciò e deluse: mi sentii più spinto a studiare, da una parte, e, dall’altra, a visitare profughi nelle Caserme, partecipando alla Conferenza di San Vincenzo che li assisteva. Fu proprio in quel momento, scuole chiuse e un gran «fai da te» per capire ed essere, che incontrai i Padri Gesuiti di una Congregazione mariana: in particolare uno, Giorgio Flick, che impostò con noi un piano serissimo di studi, filosofici e anche teologici, che forse, con le scuole aperte e un capo partigiano meno saggio, non avrei avuto modo, occasione e convinzione di affrontare e svolgere, per oltre diciotto mesi, continuandolo poi anche dopo la Liberazione, per i primi due anni di università.

Questa esperienza contò molto, perché riequilibrò la passione politica (che c’era e sentivo), con una volontà di formazione ampia e globale, che debbo giudicare essere stata un privilegio grande (un altro, in aggiunta ai molti avuti in casa, nelle amicizie, e con due o tre veri insegnanti).

Con questo patrimonio di esperienze personali e di gruppo, la Liberazione ebbe davvero il significato simbolico che il suo nome esprime: noi eravamo liberati, da pericoli, errori, ignoranze, che erano stati grandi, e la storia metteva un punto fermo, chiudendo definitivamente una strada (fino a tre anni prima si voleva presentare, o si poteva credere, trionfale), assegnando a tutti un diverso destino e un compito nuovo. La guerra, su cui i nazisti avevano scommesso tutto, e che il fascismo aveva creduto quasi finita nel giugno del ’40, concludendosi nel ’45 (ma per noi, nel ’43, aveva già rivelato ciò che si doveva alla fine intendere fuor di ogni problematicità o ambiguità), era stata un evento terribile: ma nel suo orrore essa aveva pur avuto un carattere e una funzione «cognitivi», una grande premessa gnoseologica per ogni impegno e lavoro futuro.

Per la scuola di vita vissuta tra i quindici e i diciotto anni, la Liberazione mi risultò significare soprattutto questo: il conoscere, oltre ogni possibile dubbio, quale errore tremendo, quale somma di errori e accecamenti, fosse stato pensare alla guerra come a un evento utile e giusto, soluzione di problemi, legittimazione di diritti. La vera Liberazione era liberarsi, per allora e per sempre, di ogni possibile e ritornante illusione di una qualche utilità e praticabilità del «ricorso alla guerra». Liberazione era l’impossessamento dell’idea opposta: la politica e non la guerra; la comunicazione di progetti e non i rapporti di forza; l’autorità del diritto e non i diritti dei più violenti e armati. Scoprire, e convincersi, che c’è più realismo nei pensieri di pace che in quelli di guerra; più ricchezza nel lavoro proprio che nelle conquiste di territori altrui; più sicurezza negli accordi che nelle vittorie esaltanti.

Per quanto l’Italia, nazione e territorio, la storia italiana e la società italiana, fossero importanti nell’insieme di sentimenti e pensieri vissuti tra ’43 e ’45, per me, dai quindici ai diciotto anni, il nazionalismo era stata una realtà ideologica, fastidiosa e falsificatrice, da cui allontanarsi. Pensavo che la tradizione nazionale e gli interessi nazionali fossero qualcosa da congiungere, e subordinare, a una visione più universale, generosa e fraterna, di persone e popoli. Le Nazioni Unite, la Carta Atlantica, la Conferenza di San Francisco, fin la battaglia dell’Australia, in quella sede, per uno statuto della nuovissima Onu che desse più spazio alle nazioni piccole e medie, e non tanto riservasse ai Cinque Grandi Vincitori, entravano allora nel mio orizzonte informativo con enorme simpatia, in ragione dell’interpretazione dell’intera vicenda bellica: interpretazione non nazionalistica, ma cosmopolita, introdotta e favorita dalle letture onnivore e autodidatte (Spinoza, Locke, Tocqueville, il Kant e l’Einaudi degli scritti su Pace, Governo mondiale, Federalismo), con cui io avevo seguito, in biblioteca, il declino dell’Asse, reagito alle leggi razziali, sperato in un ordine di libertà e giustizia, non appena la fine della guerra avrebbe dissolto ogni dubbio e timore che il futuro potesse veder in trono Hitler e Mussolini. Ma Hitler molto più del Duce, alquanto patetico da un certo punto in poi: non a caso, nel ’41 e nel ’42, a scuola, l’ultima propaganda efficace tra i miei compagni l’avevano svolta «Adler» e «Signal», due periodici tedeschi bilingui, illustratissimi, pieni di Stukas, Messerschmitt, Panzer, U-Boot, cartine della guerra lampo, dalla Norvegia all’aggiramento della Maginot, fino alla partenza dell’operazione Barbarossa e la grande avanzata nella steppa eurasiatica… Sì, l’Ordine Nazista Europeo aveva lambito cuore e menti di non pochi compagni, prima che la storia voltasse pagina, e tre anni di fuoco materiale e spirituale, ’43, ’44, ’45, mi portassero a quella Liberazione che oso dire di aver potuto vivere come un giorno di consacrazione civile e democratica.

Ho poi saputo e letto che alcuni italiani coraggiosi e liberi, cattolici riflessivi e generosi, più anziani di me anche solo di pochissimo, hanno portato nella Resistenza un contributo proprio di pensiero e di azione, entrando appieno in quella storia grande, sul bordo della quale soltanto, o nelle pieghe più domestiche e banali, ho vissuto io: coi miei calzoni ancora corti, la bicicletta, una borsa per i libri prestati, trovati, comprati, cambiati; e la fortuna di molto pane in tasca, sottratto, ben oltre la misura della «tessera», nel negozio di un ottimo zio, grande fornaio in Bologna. Noi del secondo semestre del ’27 avemmo in sorte, dunque, di essere abbastanza grandi per capire tutto o quasi; e abbastanza piccoli per non venire toccati da chiamate personali, con le loro vicende e opzioni durissime, forse col rischio di venirne troppo segnati. Una Liberazione davvero generosa lasciò me, e un piccolo gruppo di compagni vicini nell’età e nella fortuna, liberi dalle ferite sanguinose e mutilatrici subite da fratelli e compagni più grandi, che conobbero fronti tremendi, in Russia, Grecia, Africa, o anni di prigionia lontana, o i lager, o le asprezze di veri combattimenti e talvolta le torture. Mi limitai a condividere con tutti i cittadini le emozioni dei bombardamenti, ma — incoscienza dell’età — furono anche avventurosa allegria, una sorta di partecipazione innocente a uno sconquasso che doveva pur finire. Per il resto debbo confessare che gli anni della guerra sono stati anni di meravigliosa, intensissima maturazione, per cui ho vissuto la Liberazione in pienezza di pensieri, con il proposito di rendere le azioni, nel futuro, coerenti e degne, se mi fosse riuscito, con l’imprinting che ricevevo da quell’evento.

In realtà — ma questa sarebbe allora ben altra e più complessa riflessione e ricostruzione — le azioni vissute dalla Liberazione a oggi non sono state che in modesta misura fedeli e coerenti con quell’avvio. Una brutta continuazione si è mangiata, da tutte le parti e in tutte le case, molto di quello che la Liberazione aveva seminato e promesso di novità, di giustizia giusta, di libertà esercitate. E tuttavia, la Resistenza della Liberazione, se posso dire così, per me è sopravvissuta, non solo nel mio cuore e nella mia memoria, ma nel fondo della nostra coscienza comune, e ha orientato, sia pure tardivamente e imperfettamente, la più parte dei movimenti che hanno sviluppato la nostra democrazia, o sostenuto quanti hanno saputo dire no agli errori più gravi di continuo risorgenti tra noi.

La superiorità della pace, il realismo di chi vuole l’eticità della politica e la parità tra i cittadini, sono caratteristiche che ancora segnano il volto del nostro Paese. Non a caso sono risorse costituzionali, di quella Costituzione nella quale leggo esattamente, a cinquant’anni di distanza, pensieri e parole che sentivo forti e pulsanti quando, diciottenne, avvertivo la profondità simbolica del nome di quella data, la protezione che ce ne veniva, la qualità di impegno politico e civile che ci sarebbe stata richiesta, per portare un giorno al compimento della maturità ciò che in quell’alba si era annunciato.

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