Rivista il mulino

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Seoul, 1/4/2011
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  • lettere internazionali

Il passato non conta. La tragedia che ha colpito il Giappone ha lasciato il mondo attonito. È singolare pensare come proprio uno dei Paesi da sempre maggiormente attenti allo studio degli eventi sismici, a causa della sua particolare posizione geografica, sia rimasto vittima di un evento naturale di difficilissima prevedibilità come lo tsunami (la cui etimologia è data dal composto di tsu “porto” e nami “onda”, quindi “onda contro il porto”). Lo storico sforzo dei giapponesi di costruire le proprie abitazioni in base a rigidi dettami antisismici a poco è valso contro il muro d’acqua che si è abbattuto con inaudita violenza sulle coste nord-orientali dell’isola di Honshū.

Come sappiamo, lo tsunami ha gravemente danneggiato la centrale nucleare di Fukushima, causando l’esplosione di alcuni reattori e contribuendo a terrorizzare ulteriormente la popolazione toccata da questa immane tragedia: circa 300.000 persone hanno lasciato le loro case, o ciò che ne rimaneva, cercando rifugio nelle zone meridionali o allontanandosi dal Paese. La tragedia è stata vissuta pressoché in diretta mondiale e, forse, proprio questa esposizione ha permesso che il Giappone rimanesse costantemente al centro dell’attenzione internazionale. Oltre 70 sono stati i Paesi che hanno teso immediatamente la mano al Giappone: tra questi la Corea del Sud, inaspettatamente la prima a mobilitarsi per aiutare il vicino in difficoltà.

I rapporti tra il Giappone e la Corea sono sempre stati improntati a una cordialità di facciata; le due popolazioni in realtà non si sono mai amate troppo. Soprattutto da parte coreana il rancore per gli anni bui della colonizzazione nipponica è ancora molto forte. Alcuni altri fattori, come la questione delle donne di conforto – cittadine coreane costrette dalle truppe giapponesi a prostituirsi durante l’epoca coloniale – o quella dei libri di testo giapponesi, in cui spesso si tende a “diluire” alcune delle atrocità di guerra compiute dall’esercito imperiale, o ancora la disputa sull’appartenenza delle isole Dokdo (Takeshima per i giapponesi), hanno costantemente impedito una pacificazione effettiva. In questa occasione, però, le cose sono andate in maniera diversa: l’astio è stato accantonato e la Corea ha immediatamente cercato di venire incontro al Paese del Sol Levante, mandando una squadra di soccorso e, soprattutto, mettendo insieme quasi 30 milioni di dollari di aiuti, in assoluto la donazione più ingente che la Corea abbia fatto per soccorrere un Paese colpito da una calamità naturale.

Come se non bastasse, svariate organizzazioni religiose, istituti scolastici e numerose organizzazioni civili coreane hanno dato il via a molteplici operazioni di fund-raising in soccorso del Giappone. Perfino le “donne di conforto” ancora viventi hanno sospeso le loro quotidiane manifestazioni antinipponiche per offrire un sostegno morale alla popolazione giapponese. Migliaia di netizens, infine, stanno mandando in rete milioni di messaggi di sostegno. Il presidente coreano Lee si è recato in visita presso l’ambasciata giapponese a Seoul per esprimere il suo cordoglio e manifestare la sua partecipazione alla tragedia. Anche la Corea del Nord, che normalmente non nutre sentimenti positivi nei confronti del Giappone, ha espresso attraverso la Croce Rossa “solidarietà alle vittime e alle loro famiglie”, sperando che la vita riprenda a scorrere normalmente.

Forse questa mobilitazione senza precedenti da parte coreana testimonia anche una sorta di inconscia “gratitudine” nei confronti della posizione dell’arcipelago giapponese, che tende quasi a proteggere la Corea – standole davanti – da eventi di questo genere. Comunque sia, nonostante molte questioni etniche e storiche costituiscano ancora una ferita aperta nelle relazioni tra i due Paesi, sembra che questo catastrofico evento li abbia riavvicinati nel segno della solidarietà e della misericordia.

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