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Dublino, 24/3/2011
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  • lettere internazionali

O’Bama e la Tigre Celtica che non ruggisce più. Finalmente la conferma dell’interessato alla storia che circola da un pezzo. È ora ufficiale che il bis-bis-bis-bisavolo in linea materna del primo presidente nero degli Stati Uniti proveniva da Moneygall, un minuscolo villaggio nella contea di Offaly, e che quindi un ramo della famiglia di Barack Obama è originario dell’Isola dei santi.La cosa non dovrebbe stupire più di tanto: almeno un quarto degli americani può dire lo stesso, per via dell’origine antica delle migrazioni irlandesi in America. Ora, in occasione della visita alla Casa Bianca di Enda Kenny, premier da appena sette giorni con un governo di centro-sinistra Fine Gael-Labour, Obama ha confermato i suoi legami con la provincia irlandese e la sua prossima visita, probabilmente a maggio, nella terra di San Patrizio. Un tour che, al di là del folklore, intende ridare lustro all’affidabilità dell’alleato ancora piuttosto frastornato dalla botta della crisi che ha strappato unghie e zanne alla Tigre Celtica.

Le elezioni anticipate del 25 febbraio scorso hanno confermato le previsioni e visto l’ascesa al ruolo di Taoiseach (primo ministro) del leader del partito centrista Fine Gael, Enda Kenny, con il socialista Eamon Gilmore al suo fianco come vice e ministro degli Esteri, e una squadra di quindici ministri – tra cui 4 donne – nominati in fretta e furia senza attendere le canoniche due settimane di consultazioni.

Scendono dal trono gli altri centristi del Fianna Fáil, i “Soldati del destino” al governo da quattordici anni, ma la maggioranza più ampia della storia repubblicana consegna alla coalizione un mandato elettorale tutt’altro che facile. L’ex premier Brian Cowen è stato costretto alle dimissioni in seguito alle crescenti polemiche sull’operato del governo, sfociate in un abbandono della coalizione da parte dei Verdi, ma va detto che si è trovato a governare un Paese nella sua fase discendente dopo i tanti anni di prosperità segnati soprattutto dalla guida del premier Bertie Ahern. Nell’autunno del 2008, allo scoppio della grande crisi bancaria, lui e il suo ministro delle Finanze Brian Lenihan hanno provato a salvare capra e cavoli gettando miliardi di euro pubblici nel buco nero dell’Anglo Irish Bank, che alla fine non sono bastati né per la maggiore banca irlandese né per le altre che sono seguite, cioè Bank of Ireland, AIB ed EBS. Istituti che ancora stanno richiedendo denaro mano a mano che i prezzi delle case inesorabilmente scendono dai massimi degli anni del boom, a causa della loro grossa esposizione sul fronte degli immobili. L’Irish Examiner, riportando l’ultima stima di Savill’s Ireland, una delle più importanti imprese immobiliari del Paese, parla di cifre tra i 10 e 25 miliardi di euro aggiuntivi che serviranno soltanto a coprire le ulteriori perdite causate dalla discesa dei prezzi delle case, previsti dalla Banca centrale irlandese ,già per quest’anno, in calo del 55-60% rispetto ai picchi del 2008.

Viene il sospetto che a questo ritmo forse non basteranno neanche gli 85 miliardi di euro del salvataggio contrattato a dicembre dallo stesso Cowen con l’FMI e l’Unione europea, ratificato dal parlamento irlandese come ultimo atto prima di essere sciolto dallo stesso primo ministro, il 1° febbraio di quest’anno. E la settimana corrente per il nuovo premier Kenny sarà già decisiva, con le riunioni europee che vedranno all’ordine del giorno la proposta della Commissione d'istituire una tassa comune di base sulle imprese. L’Irlanda non vede di buon occhio questa specie di complesso algoritmo di calcolo delle imposte per le imprese transnazionali in Europa, che non armonizzerebbe le tasse tout court ma le ripartirebbe tra i Paesi secondo la forza lavoro, le vendite e il capitale, e su questo ha già incassato il supporto della Svezia. L’imposta unica sulle imprese che ha fatto la fortuna del Paese negli ultimi vent’anni corrisponde ancora oggi a quel misero 12,5% che Fmi e Ue vorrebbero vedere alzarsi, come condizione per l’erogazione del prestito. Comprensibile dunque la fretta del nuovo premier di farsi alleati preziosi in Europa e anche oltreoceano, per cercare di salvare la chiave di volta di un sistema scricchiolante.

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