Rivista il mulino

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Ankara, 15/2/2011
rubrica
  • lettere internazionali

La lunga ombra di Erdogan dietro le piramidi. Il 3 febbraio scorso ad Ankara ha avuto luogo una manifestazione di protesta organizzata da parte dei principali sindacati turchi, associazioni della società civile e da una cinquantina di parlamentari del partito di opposizione CHP contro un progetto di legge dell'AKP che modificherebbe i rapporti di lavoro. {C}Il ministro degli Interni Beşir Atalay ha avvertito gli organizzatori che non sarebbe stato concesso il permesso di manifestare nei dintorni del parlamento e, di fronte a un corteo non autorizzato, la polizia ha reagito in maniera veemente, con conseguenti lacrimogeni, panzer, barricate, sassaiole. L'opposizione questa volta, nelle sue critiche contro il governo, si è riferita all'attualità internazionale. Il segretario del CHP, Kemal Kılıçdaroğlu, ha dichiarato: “Il governo (AKP) oppressore, per quanto riguarda gli altri Paesi sostiene i cittadini che cercano giustizia. E' giusto che solidarizzi, ma così deve valere anche per i cittadini turchi...”. Critiche dirette alle parole che il Primo ministro Recep Tayyip Erdoğan ha pronunciato recentemente nel corso di una riunione del proprio partito, quando rivolgendosi al governo egiziano ha dichiarato: “Per l'armonia, la sicurezza e la stabilità dell'Egitto fate voi il primo passo. Prendete decisioni che soddisfino la popolazione”. Erdogan è arrivato perfino a suggerire a Mubarak di fare i bagagli e andarsene.

Le parole del Primo ministro sono importanti per due motivi fondamentali. Gli attuali disordini in Medio Oriente creano ulteriore tensione in una regione già instabile. Questo rende indispensabile una buona politica diplomatica di vicinato. E tanto meglio se tale politica viene attuata da un paese, la Turchia, che viene considerato più “vicino” rispetto all’Occidente. D'altro lato le parole di Erdoğan sono significative perché con esse cerca di fare della Turchia ciò che l'UE, e più in generale l'Occidente, si aspettano da essa a livello geopolitico, cioè essere una “Porta”, un tramite che possa conciliare i contrastati, e  fin troppo stereotipati, rapporti tra Est e Ovest. E proprio per questo la Turchia ha il compito di dimostrare che il celebre “scontro di civiltà” non sia altro che una superficiale e falsa profezia. Triste è però il fatto che tali elevati obiettivi sembrano non essere riflessi in politica interna. Se da una parte la Turchia potrebbe fungere da catalizzatore di democrazia a livello di politica estera attraverso il suo soft power, dall'altro sembra che il governo si dimentichi dei principi che difende a livello internazionale quando si tratta di affrontare la propria opposizione interna. La contraddizione “schizofrenica”che ne sorge pare abbastanza ovvia.

I rapporti sui diritti umani in Turchia stilati da ONG quali Freedom House, Human Rights Watch, o associazioni per i diritti umani come IHD (Associazione per i Diritti Umani) e TIHV (Fondazione per i Diritti Umani di Turchia), nonché i Progress Report dell'UE, sottolineano quanto la Turchia debba ancora darsi da fare per quanto riguarda gli scarsi progressi concreti per ciò che concerne la situazione dei curdi; le persecuzioni e detenzioni per reati di opinione, soprattutto tra editori e giornalisti, ma anche per politici e attivisti per i diritti umani (in questo proposito è utile ricordare la legge antiterrorismo del 2006 e l'articolo 301, i quali possono venire interpretati per favorire detenzioni arbitrarie); i maltrattamenti da parte delle forze di polizia. Il sito del ministero della Giustizia ci offre dati significativi: al 31 dicembre 2010, su 120.814 detenuti, 55.578 sono in attesa di giudizio. Tra questi 2983 sono accusati di terrorismo. In questo caso il sito dell'Associazione dei Giornalisti Progressisti (ÇGD) offre altri dati interessanti con una lista di 50 giornalisti ed editori detenuti e/o condannati negli ultimi 4 anni per accuse di "propaganda di organizzazioni illegali" o "terroristiche". Tutto ciò stride con il ruolo che la Turchia potrebbe potenzialmente assumere in quella che è la regione più instabile e per certi versi pericolosa del pianeta. Per questo Erdoğan farebbe bene ad abbandonare questa politica del “due pesi, due misure” cercando di fondare la sua forza politica non sulla censura, ma, utilizzando le parole che lui stesso ha in precedenza rivolto a Mubarak, sulla “riconciliazione” attraverso la quale un Paese realizza il suo “radioso futuro”.

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