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Pechino, 1/2/2011
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  • lettere internazionali

Aids in Cina: i rimedi della nonna (coraggio). Negli anni ’80, quando sentì parlare per la prima volta di Aids, Gao Yaojie si convinse che questa nuova malattia avrebbe potuto colpire solo i tossicodipendenti e chi teneva comportamenti sessualmente promiscui. Del resto, allora come oggi, il governo e i media cinesi nascondono consapevolmente che nella Repubblica popolare il contagio stia assumendo dimensioni colossali per colpa di trasfusioni mal gestite e indifferenza. La rivista americana Time l’ha chiamata “nonna coraggio”, ma Gao Yaojie preferisce parlare di se stessa come di un medico (in pensione da quindici anni) che continua a sentire la responsabilità di aiutare i suoi concittadini a combattere un’epidemia che non sembra volersi arrestare. Le statistiche più recenti parlano di 740.000 sieropositivi in tutta la Cina, di cui 85.000 affetti da Aids, un virus che solo nel 2009 ha provocato la morte di 26.000 persone. Nello stesso anno l’Aids ha causato più vittime di altre malattie infettive come rabbia e tubercolosi.

Dopo aver speso dodici anni a dare sollievo ai malati delle campagne cinesi e a sensibilizzare la popolazione sulle modalità del contagio dell’Aids, “nonna coraggio” si è resa conto che per molte famiglie poverissime vendere il plasma era uno dei principali mezzi di sostentamento. In molte contrade il capo villaggio esortava i compaesani a “donare il sangue per la gloria della Patria”. Tuttavia, dal momento che dopo ogni prelievo il sangue era diviso per gruppi, e, una volta sottratte le sostanze di cui chi gestiva i prelievi aveva bisogno, centrifugato, diluito in una soluzione salina per poi essere iniettato di nuovo nei donatori, è evidente che dopo ogni trasfusione le malattie dei singoli contagiavano in tempi ridottissimi l’intero villaggio. Non solo: purtroppo continua a capitare anche oggi che medici impostori vendano a caro prezzo “medicine miracolose” che promettono la guarigione dall’Aids, e che, addirittura, per dare sollievo ai pazienti decidano di somministrare loro dosi massicce di antibiotici che inevitabilmente ne accelerano la morte.

Quando Gao Yaojie si recava nei villaggi per prestare soccorso ai malati di Aids, in genere le veniva spiegato che nella cittadina c’erano tanti malati, ma non necessariamente sieropositivi. Nelle case quadrangolari adibite a ospedale, però, i pazienti mostravano tutti gli stessi sintomi: febbre altissima, difficoltà respiratorie, vomito e diarrea continui. Erano tutti sieropositivi all’ultimo stadio della malattia, ma nella maggior parte dei casi ricevevano cure indicate per altri tipi di patologie. Anche oggi, gli strumenti continuano a essere sterilizzati con l’ausilio di una pentola a pressione, e le medicine vengono somministrate con la medesima siringa, cui viene cambiato l’ago ad ogni utilizzo, tengono a precisare gli infermieri delle case-ospedali.

“Nonna coraggio” ricorda come fosse ieri il giorno in cui, alle prime luci dell’alba, fu svegliata dalla telefonata di un uomo che le raccontò di essere appena scappato dalla prigione dove era stato rinchiuso poche ore prima. Il ragazzo, su cui Gao Yaojie ha sempre mantenuto l’anonimato, le rivelò di essere stato arrestato assieme a un gruppo di sedici cinesi sieropositivi per aver chiesto alla clinica in cui erano stati ricoverati di consegnare loro le cartelle in cui erano stati annotati i dettagli delle trasfusioni cui erano stati sottoposti. Prima di chiamare le forze dell’ordine, il responsabile della clinica aveva liquidato con toni sprezzanti le richieste dei pazienti, sottolinenado che “fino a quando il governo centrale non ordinerà al paese di riconoscere i propri errori e di chiedere scusa a tutti coloro che sono stati ingiustamente infettati [dal virus dell’Aids], non potremo mai restituirvi le cartelle cliniche”.

Omertà, paura, vigliaccheria, incompetenza: è contro di loro che “nonna coraggio”, classe 1927, ha sempre combattuto. Anche quando ha iniziato a essere sorvegliata a vista da agenti della polizia segreta, ai quali ha persino trovato la forza di chiedere per quale motivo non la lasciassero in pace. “Ci manda il Partito”, replicavano passivamente le guardie. Risposta scontata e allo stesso tempo inquietante. Quando poi non ha più avuto la forza di portare avanti campagne di sensibilizzazione nella Repubblica popolare, Gao Yaojie è volata negli Stati Uniti. Da dove ha potuto finalmente raccontare la sua verità, consapevole che questa scelta le avrebbe fatto perdere per sempre la libertà di tornare nel suo paese.

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