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Dublino tra mito e realtà
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  • Culture

Se Londra, New York, Los Angeles o San Paolo sono la delizia di urbanisti, sociologi, cacciatori di tendenze e storici, la globalizzata Dublino fa fatica ad inserirsi nel paniere: non abbastanza grande né abbastanza piccola, si è ritrovata sostanzialmente ignorata fino a poco tempo fa sia da urbanisti sia da letterati.
I suoi abitanti preferiscono credere di vivere in un villaggio un po’ cresciuto, in ossequio al canone del Rinascimento Gaelico di fine ’800 che vedeva nella campagna il luogo dell’”essenzialità” irlandese. In quanto centro del potere straniero ha sempre rappresentato quello che tutto il resto del Paese, un Paese di villaggi, non era.

Oggi è una “città alla carta”, come dice l’urbanista Giandomenico Amendola ne La città postmoderna, ma anche una delle “città globali”, come ha sostenuto la sociologa Saskia Sassen.
 Il 23 aprile 2006, dice il Central Statistics Office, c'erano in Irlanda 4.239.848 residenti, di cui l’87% (3.645.199) irlandesi di nascita, per metà giovani sotto i 30 anni e figli della Pope generation, i nati e cresciuti dopo la visita papale del 1979, i primi a non soffrire la paradigmatica povertà irlandese. Gli immigrati, anche loro in maggioranza giovani, dal 13% del 2006 sono arrivati a fine 2008 a rappresentare il 18% della popolazione.
Ma proprio nel 2008 le cose sono cambiate: la più grande banca del Paese, l’Anglo-Irish Bank, è stata nazionalizzata nel giro di un pomeriggio, e le altre sono in costante pericolo di fare la stessa fine. Il governo ha introdotto per la prima volta dopo vent’anni imposte sui redditi dei dipendenti pubblici. Il Paese che nel 2003 era il “più globalizzato del mondo” per Foreign Policy e A.T. Kearney, ora fa i conti con gli effetti dello “sviluppo dipendente”: le imprese estere installatesi nel Paese grazie alla bassa tassazione non hanno avviato l’industria locale e hanno imposto un modello bancario speculativo. L’“esempio” economico, come l’aveva definita il FMI, ora si sgonfia di fronte ai flussi di denaro e di persone che se ne vanno veloci com’erano entrati. La capitale dove la velocità media di camminata a piedi è la più alta del mondo ora deve rallentare il passo, proprio quando era riuscita a vincere quella diffidenza tutta irlandese verso la convivenza urbana. “Scusate, abbiamo scherzato”: sembra detto da un personaggio di Flann O’Brien in Cruiskeen Lawn, o nel romanzo Una Pinta d’inchiostro irlandese (At Swim-Two-Birds).
Con i suoi 998.173 abitanti, un quarto della popolazione totale, Dublino è una “città globale” immersa in un Paese rurale dove il 32,6% vive in villaggi di meno di 500 abitanti e di 50 abitazioni. È anche una “città alla carta”, un centro d’interessi che soddisfa ogni palato, anche quello dei lavoratori immigrati definiti dai ricercatori della rivista Labour Studiesun “proletariato contento” che vive sparso ed integrato in città senza quartieri-ghetto. La città di oggi è il frutto di un’azione partita nel 1986 che ha rotto uno stallo sia nell’edificazione sia nell’omogeneità della popolazione esistente da tempo immemorabile. L’altro, secondo Amendola il vero motore della vita culturale ed economica della città, s’è insinuato nei quartieri dublinesi grazie ad un preciso progetto politico-economico.
 Ma Joyce aveva già fatto di un altro, un ebreo, l’eroe inconsueto nella città pianificata da immobili. E Brian O’Nolan, alias Flann O’Brien, tra il 1948 e il 1953 ha messo lo zampino nello sviluppo urbano nel periodo a capo del settore Pianificazione, dopo essere stato per cinque anni vice capo della Sezione Strade al Dipartimento dell’Interno dello stato. Dublinese di adozione, è stato lo scrittore che meglio ha ritratto, assieme al Joyce di Gente di Dublino e al critico Vivian Mercier nel suo saggio The Irish Comic Tradition, il carattere dei suoi concittadini. Se la città di O’Brien è incomprensibile, quella di Joyce è fin troppo chiara: lo scrittore amava dire che poteva essere ricostruita “dov’era e com’era” basandosi solo sulle descrizioni del suo Ulisse.
Pochi altri hanno dato a Dublino un ruolo tanto rilevante: nel giovane Beckett compare solo in Murphy(1938); in Banville mai, fino all’arrivo del suo pseudonimo Benjamin Black con cui firma dei gialli ambientati nella città degli anni Cinquanta. Roddy Doyle (Trilogia di Barrytown), Colm Toíbin (Madri e figli) o Joseph O’Connor (Il rappresentante), cominciano soltanto ora a comprendere l’importanza di essere dublinesi. E forse è con Doyle che si avrà un nuovo ciclo: la collaborazione con il settimanale multiculturale Metro Eireann, per cui sta uscendo il racconto a puntate The Bandstand. La storia, che ha per protagonisti dei lavoratori polacchi della capitale che vincono 3,5 milioni di euro alla lotteria, è il primo esempio d’interessamento narrativo per coloro che hanno fatto la fortuna della Tigre, e che, almeno simbolicamente, ricevono una prima ricompensa.

 

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