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Per una memoria pubblica riconosciuta
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  • Memoria /memorie

Parlando con nostalgia del suo Portogallo, Josè Saramago ha scritto: “Viviamo in un luogo, ma abitiamo in una memoria”. Tre processi moltiplicati per altrettanti gradi di giudizio hanno fatto delle aule di giustizia per la Strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (8 morti, più di 100 feriti) un luogo della memoria lungo più di trent’anni. Lo scorso 16 novembre gli imputati - militanti dell’estremismo neofascista di Ordine Nuovo e perfino un generale dell’Arma dei Carabinieri - hanno avuto l’assoluzione con formula dubitativa nel primo grado dell’ultimo di tre processi. Processi che non danno giustizia certa sulla responsabilità penale personale, ma permettono di individuare la responsabilità pubblica e storica per gli anni della strategia della tensione.

Un luogo della memoria nel processo. Un “dove” fatto di carte processuali, testimonianze, raccolte di archivio (circa 1.000 testimoni e 900.000 pagine di fascicoli), ora digitalizzate dalla Casa della Memoria di Brescia, che permettono di avere un patrimonio storico di fonti e documenti ove “fare memoria”, da declinare, conoscere, comprendere, giudicare e scegliere.

“I nostri tribunali hanno i loro difetti, come ogni istituzione umana, ma nel nostro Paese sono grandi strumenti di livellamento sociale. Nei nostri tribunali si attua il principio secondo cui tutti gli uomini furono creati uguali”. Sono parole tratte da Il buio oltre la siepe di Harper Lee, dove l’avvocato Atticus Finch, incaricato della difesa di ufficio di un uomo di colore accusato di violenza carnale, dimostrerà l’innocenza del suo assistito, ma non riuscirà a evitargli la condanna a morte negli Stati Uniti della segregazione razziale degli anni Trenta.

Rispetto al romanzo americano, la vicenda giudiziaria di Piazza della Loggia è un caso di realtà al contrario. La giustizia ha subito reticenze, ritardi, coperture che sono state compiute per non arrivare alla verità giudiziaria, ma è in corso il processo di costruzione di una memoria pubblica e riconosciuta, dove i fatti e le prove sono ora presenti. Se la verità processuale incontra dei limiti, è necessario far emergere la verità storica dei fatti e delle responsabilità. Si può dubitare che la magistratura di oggi sia capace di dare una lettura complessiva di processi tanto dilatati lungo gli anni. Ma, per rubare un’espressione al diritto penale, il processo di costruzione della memoria è “imprescrittibile”.

Le considerazioni di Pasolini – che sul “Corriere della Sera” del 14 novembre 1974 ammoniva sulle trame eversive di quegli anni, dalla strage di Piazza Fontana, all’Italicus, a Piazza della Loggia – si ribaltano: “Io so, ma non ho le prove”. Ora, grazie al lavoro fatto lungo gli anni, le prove ci sono, ma non è stato possibile individuare gli autori materiali di quell’attentato, né condannarli in via definitiva.

Negli altri Paesi i conti con il passato si fanno con assunzione pubblica delle responsabilità: in Spagna, con la fine del Pacto del Olvido, il cosiddetto “patto di oblio” dopo il franchismo, negli ultimi anni si moltiplicano, per volontà del governo Zapatero, memorie, documenti e ricostruzioni di quel passato; in Germania, la Vergangenheitsbewältigung è stato il percorso di analisi critica e superamento del passato nazista; in Inghilterra, il Primo ministro Cameron pochi mesi fa ha chiesto scusa, a nome del governo e di tutto il Paese, per l'uccisione da parte dell'esercito inglese di alcuni manifestanti, avvenuta nel 1972 a Londonderry, nell’Irlanda del Nord.

In l’Italia il percorso di ricostruzione di una memoria degli anni Settanta pubblica e riconosciuta è ancora all’inizio; ma ciò evidentemente non significa doversi fermare. Le aule giudiziarie non possonon essere i soli luoghi della memoria - strumento meraviglioso ma al contempo fallace, come ci ha ricordato Primo Levi. La memoria deve arrivare nelle scuole, nelle università, nei luoghi dove le generazioni più giovani, nate dopo la caduta del Muro di Berlino, crescono.

Il futuro passa l’inverno nel passato, ripeteva Walter Benjamin nell’Angelus Novus, anche nel senso che esiste un passato non liberato, le cui premesse, non essendosi ancora realizzate, come per la verità giudiziaria su Piazza della Loggia, continuano a premere sul futuro.