Rivista il mulino

Content Section

Central Section

immagine
  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Bordeaux, 26/11/2010
rubrica
  • lettere internazionali

Il vino francese al tempo della crisi. Dalle parti di Bordeaux il commercio del vino riprende, un passo alla volta. Un po’ di numeri alla mano. In tutta la Francia, complessivamente, vi sono oltre 800.000 ettari di vigne, circa 2 milioni di acri; durante l’anno vengono di norma prodotti fra 50 e 60 milioni di ettolitri di vino, e un numero non quantificabile di bottiglie. La Francia ha così la superficie totale più ampia di vigna del mondo, dietro la Spagna, e compete con l’Italia per la maggiore produzione vinicola del mondo. Sono grandi cifre per un paese esportatore di vino. Oggi il mercato francese delle esportazioni è in pieno recupero rispetto ai numeri disastrosi di fine 2009 (-19%). I dati parlano chiaro. Anche se la strada da compiere per recuperare il terreno perduto è molto lunga (i vini italiani, su questo fronte, hanno retto meglio la crisi e l’impatto dei prodotti a basso costo dagli altri continenti), le esportazioni francesi toccano quota 5,8 miliardi di euro. Nel primo semestre 2010 le esportazioni sono state 2.7 miliardi di euro, con una crescita del 12% rispetto al semestre 2009. L’incremento è per il 7% derivante dai volumi, che sono cresciuti da 5,9 a 6,3 miliardi di ettolitri, e per il 5% dal prezzo, da 4,1 a 4,3 euro al litro. Come riporta «Sud Ouest», primo quotidiano regionale della Gironda, il Bordeaux (in tutte le sue varianti: rosso, bianco, secco o liquoroso, o rosé) registra un +17% (+14% a volume), mentre i vini di Borgogna sono in crescita del +33% (+18% a volume). Le due tendenze si stanno passando il testimone, ma risultati ancora migliori rispetto ai primi due vini li segna lo Champagne (+37%, quasi 700 milioni di euro nel primo semestre 2010) in continua progressione, un mese dopo l’altro.

Tuttavia, oggi, i destini del mercato del vino francese non si decidono esclusivamente tra Gironda, Champagne e Borgogna ma anche all’esterno dei confini dell’Esagono. A Bruxelles, dove la politica agricola europea incide sui mercati nazionali, si stanno affrontando alcuni nodi importanti: l'Unione europea è intenzionata a ridurre lo squilibrio tra domanda e offerta di vino agendo sui diritti d'impianto e reimpianto e premiando l'estirpazione dei vigneti. Questo è lo scopo del regolamento n. 479 del 2008, relativo all’organizzazione comune del mercato vinicolo, che persegue l’ambizioso obiettivo di ridurre gli sprechi e uniformare il mercato europeo del vino, rendendolo più efficiente, trasparente e competitivo. Non detenendo più l’esclusiva nella produzione di vino, il problema principale dei produttori europei, a partire dalla Francia, risiede nel calo strutturale dei consumi domestici e nella crescente concorrenza internazionale. Basta vedere le immagini del bel film di Alexander Payne, del 2004, Sideways, sui vini in California, per capire come la sfida con gli altri mercati vinicoli di tutto il mondo si stia facendo pressante. Il dinamismo maggiore arriva dall’Estremo oriente, e soprattutto – tanto per cambiare – dalla Cina il cui vigneto è cresciuto, in termini di superficie, del 200% in dieci anni, arrivando a una dimensione equivalente a quella di Usa e Australia sommati (rispettivamente quarto e quinto paese produttore al mondo). Al di là della crisi, dunque, il settore vinicolo sta conoscendo una radicale evoluzione, con  il prepotente emergere di una nuova generazione di winemaker, provenienti dell’Emisfero Sud. In uno scenario di medio periodo il trend è piuttosto inequivocabile: in dieci anni la Francia è passata dal 42% al 35% dell’export mondiale di vino, l’Italia è rimasta stabile (attorno al 18%), mentre la quota del «Nuovo mondo» (Cile, Usa, Sud Africa, Nuova Zelanda), è balzata dall’11% al 22%.

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI