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Rom a Milano
A prova di vergogna
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Ci sono uomini e sottouomini, «Untermenschen», per usare una parola che andava di moda attorno alla metà del secolo scorso. Ora accade a Milano. Ma quella dell’ex capitale morale non è un’esclusiva (Nicolas Sarkozy insegna). Quando si tratta di Rom o di Sinti – di zingari, per dirla secondo la Weltanschauung del Maroni Roberto, del Salvini Matteo e di milioni di altri “uomini superiori” –, quando si tratta di loro, dunque, tutto ci pare lecito, dai pogrom scatenati in nome della legalità all’esclusione sistematica dei loro figli dalle scuole. Ora, appunto, accade (di nuovo) a Milano. Il fatto è chiaro. Utilizzando fondi messi a disposizione proprio dal ministro dell’Interno, il comune si era impegnato a consegnare ad alcune associazioni di volontariato 25 appartamenti sparsi per la città, che poi le associazioni avrebbero dato in uso – a rotazione, e non a titolo gratuito – ad alcune famiglie Rom. Lo scopo, si diceva, era gestire la chiusura di un campo al quartiere Triboniano in maniera civile. Ossia: questa volta evitando di costringere uomini, donne e bambini ad accamparsi sotto il ponte della Ghisolfa. Il quale, per altro, è stato reso «inabitabile» già un paio di anni fa, a colpi di blocchi di cemento fra le campate. Insomma, scartata per il momento l’ipotesi allettante della soluzione finale – «Endlösung», giusto per far rima con Untermenschen –, si tentavano strade più umane, per così dire.

Tra luglio e agosto, dunque, già 11 abitazioni erano state assegnate, con tanto di contratto. Ma poi, a fine settembre, il ministro si è rimangiato tutto, la parola in primo luogo. Mai case ai Rom, ha tuonato dall’alto della sua autoevidente superiorità padana. E non conta che ci siano impegni firmati. Il diritto è fatto per gli uomini. Per i sottouomini sarebbe uno spreco. Insomma, niente case, e niente soluzione civile. Per quella finale ci si sta attrezzando. I contratti – giura il Maroni Roberto, cui fa eco il Salvini Matteo (con rispetto parlando) – saranno rescissi. Ci pensi il prefetto, che è lì apposta. Fra un anno a Milano si vota per il sindaco, e per il controllo di quella miniera d’oro che è l’Expo. Chi è così «ciula» (per dirla in celtico schietto), da mischiarsi con quei pochi balordi convinti che un padano e uno zingaro siano esseri umani allo stesso titolo? I voti sono una cosa seria, ecchediamine. Sullo sfondo, con la sua eleganza a prova di vergogna, annuisce obbediente la Moratti Letizia.

Ora sarebbe confortante poter dire che le strade della ex capitale morale sono state invase da masse di cittadini indignati, e anzi furibondi. Sarebbe confortante, ancora, poter dire che la Carfagna Mara, ministro per le Pari opportunità (che non son solo le sue), si è accodata alle mille e una manifestazioni di protesta. Ma non è accaduto, ed è improbabile che accada. Se invece di Rom si trattasse di Ebrei, il ministro dell’Interno si sarebbe già dovuto dimettere, e lo stesso sarebbe capitato al sindaco. Dopo la Shoah, e anche volendo, chi si può più permettere queste porcherie? Ma i Rom sono un’altra cosa. Contro di loro si può dire tutto, e si può fare tutto, come contro gli Ebrei sessanta e più anni fa. Lo si può da sempre, e oggi più di sempre. Se non esistessero, li si dovrebbe inventare, tanto tornano utili a chi sulla paura e sull’odio fonda la propria superiorità, padana o non padana che sia, oltre che il proprio potere politico. Quanto alla pubblica opinione, per quanto meno elegante, quella fa come la Moratti Letizia: annuisce obbediente, e a prova di vergogna.

P.S. Per la verità, i Rom e i Sinti hanno già avuto una loro Shoah. La chiamano «Porrajmos», devastazione: più di mezzo milione di morti, fianco a fianco con Ebrei, omosessuali e altri Untermenschen. Ma pochi se ne ricordano, e ancor meno ne parlano. Alla fine, son solo zingari.

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