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Tel Aviv, 24/04/2009
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Israele e un governo "over-size". Diamo i numeri: 5 milioni, 120, 69, 50 e 37. Le cifre non sono quelle che abitualmente si giocano su una qualche ruota del lotto ma indicano le proporzioni del nuovo governo israeliano, presieduto da Benjamin “Bibi” (i soprannomi sono molto diffusi nella politica israeliana) Netanyahu, un “perdente di successo”,

per usare una definizione in voga in Israele e che potrebbe essere estesa anche al presidente della Repubblica, Shimon Peres. Entrambi hanno in comune il fatto di essere riusciti a vincere risorgendo, come l’araba fenice, dalle sconfitte del proprio campo.
Le elezioni del 10 febbraio, vinte da Kadima, la formazione centrista capitanata da Tzipora (“Tzipi”) Malka Livni, hanno consegnato la maggioranza politica alla destra. L'esito poco chiaro della consultazione ha spinto Peres ad affidare l’incarico di formare un nuovo dicastero non alla leader del partito di maggioranza relativa, la Livni, ma al secondo arrivato, per l’appunto Netanyahu. Una novità che rompe con le consuetudini invalse nella politica israeliana. Bibi ha fatto così quel che poteva, mettendo insieme al suo Likud (27 seggi) Yisrael Beitenu (15), Avodà (i laburisti, al minimo storico con 13 seggi), lo Shas (11) e ha-Bait-ha-Yehudi (ovvero “la casa ebraica”, con 3 seggi). Ne è uscita una maggioranza “innaturale”, fortemente di destra ma con una discreta presenza della sinistra. Quest’ultima, capitanata da Ehud Barak, che ha rioccupato l’ambito posto di ministro della difesa, rischia però di frantumarsi poiché cinque deputati hanno minacciato di abbandonare il gruppo parlamentare laburista. Dicevamo dei numeri: sono 5 i milioni di elettori israeliani (su una popolazione che supera di poco i 7 milioni); 120 i deputati della Knesseth, il Parlamento monocamerale israeliano; 69 sono i parlamentari che hanno votato a favore del nuovo esecutivo (45 i contrari e 5 gli astenuti); 50 i giorni di trattative per costituire la maggioranza, tra balletti politici e contrattazioni di varia umanità; 37 il numero di titolari di poltrona ministeriale nel pletorico governo che Netanyahu ha dovuto varare per garantirsi una “solida” maggioranza parlamentare. Di fatto questo esecutivo è composto da ben trenta ministri e da 7 (ma potrebbero diventare 9) viceministri.

Causticamente Tzipi Livni, durante il dibattito parlamentare per il voto di fiducia, tenutosi il 31 marzo, ha commentato che si ha a che fare con «un elefante carico d’incaricati del nulla e pagati dal denaro pubblico ». Per fare posto ai molti pretendenti ci si è dovuti affidare al genio delle alchimie politiche: si sono scorporate le deleghe di molti ministeri, creando singolari situazioni, per cui l’ambiente è stato separato dall’“habitat”, le “minoranze” dall’ “integrazione”, il turismo dall’“industria alberghiera”. Inoltre ci sono tre vice-premier (Ehud Barak per i laburisti; Eli Yishai per lo Shas; Avigdor Lieberman per Yisrael Beitenu) in pratica uno per ciascuno dei grandi partiti, destinati forse a pestarsi vicendevolmente i piedi. Tra i dicasteri strategici c’è quello occupato dal nuovo titolare degli Esteri, incarico da tempo rivendicato (e ora ottenuto) da Avigdor “Yvette” Lieberman, esponente moldavo dell’elettorato russofono, già buttafuori di locali notturni, demagogo ma anche uomo politico pragmatico. Yvette ha esordito manifestando scarsa simpatia per gli israeliani di origine araba (ai quali contesta un “difetto di fedeltà” verso lo Stato, in virtù di potenziali simpatie nei confronti di Hamas) e dichiarando che la rete diplomatica costruita dagli accordi di Annapolis è tutta da rimettere in discussione. Insomma, parrebbe di dovere tornare di qualche casella indietro, come nel gioco dell’oca.

Se l’unica cosa politicamente certa, al momento, è l’incertezza sulla tenuta di un governo over-size, definito dalla stampa israeliana un «governone», rimane il fatto che le issues sul tavolo di Netanyahu sono davvero tante: rilancio economico; sicurezza nazionale (che in Israele oggi vuol dire soprattutto minaccia nucleare iraniana); azione diplomatica per raggiungere «un accordo finale che consentirà ai palestinesi di governare su se stessi, a eccezione di ciò che potrebbe minacciare Israele». La formula «due Stati per due popoli», peraltro già di per sé un po’ consunta, non è stata comunque evocata. Il nuovo Primo ministro è tuttavia un pragmatico, cresciuto alla scuola americana, disposto quindi a stringere mani e a siglare accordi quando questo occorresse. Dovrà dimostrare di sapere coniugare i suoi intendimenti con le richieste dell’amministrazione Obama. Non di meno, però, altre questioni bollono in pentola. Sempre sul versante del rapporto con i palestinesi, rimane il fatto che molte componenti della nuova maggioranza vedono di pessimo occhio concessioni territoriali. Così come c’è il problema di come Ehud Barak affronterà i molteplici segnali di ostilità che diverse componenti del suo partito (che lo accusano di avere consegnato il Labour all’abbraccio mortale con la destra, pur di coltivare il desiderio di tornare a fare il ministro della difesa) gli stanno manifestando.Alla finestra rimane Tzipi Livni che confida in una durata breve di una maggioranza troppo multiforme per non rischiare di arrestarsi dinanzi ai molteplici problemi che da subito potrebbero assediarla. Nel qual caso l’avere evitato di entrare nella coalizione potrebbe tradursi in una condizione molto premiante.

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