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Parole magiche
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Poco alla volta, inesorabilmente, mentre la grande abbuffata dei mercati ha riavvicinato interi pezzi di società e di economia sull’orlo del precipizio, ci si è sentiti di nuovo tentati dall’imprevedibile. Da quel mondo magico e irrazionale cui ci si rivolge allorché i conti non tornano e tutto sembra remare contro. Ma quando fallisce anche la meno irrazionale e, sino a prova contraria, anche un po’ tecnica delle magie, il calcio, allora significa che forse si è tirata un po’ troppo la corda.

Il disastro dell’armata italica in terra africana ha messo a nudo, anche per i più distratti, la straordinaria potenza del pallone unita alla sua grande debolezza: crisi dei vivai, strapotere del denaro, onnipresenza dello straniero fuoriclasse. Al dunque, con la medaglia al petto di quattro anni prima, ecco la disfatta. Quante e quali magie ancora vedranno messe a nudo la loro inefficacia? Poco probabile che succeda per i giochi e le scommesse. E’ stato accertato in serie storica il rapporto inversamente proporzionale tra crisi e giocate (secondo il Rapporto 2009 del Censis, Gioco, ergo sum, la febbre del gioco coinvolge 30 milioni di italiani, garantendo ai conti pubblici circa 50 miliardi all'anno). Potrà accadere per le magie della politica? A giudicare dai fatti anche questa evenienza sembra poco probabile, poiché conviene credere, per una volta, che anche in un Paese come l’Italia la sensazione che i fatti contino sempre meno si stia consolidando in certezza. Se così è, le parole passepartout che come per incanto sono servite per aprire porte un tempo riservate a pochi e, soprattutto, per generare consenso si mostreranno presto fruste.

Si prenda, ad esempio, “federalismo”, che ha consentito a chi veniva percepito nel Palazzo alla stregua dell’uomo dei monti che pretenda di sedersi a una tavola nobiliare assai bene imbandita non solo di entrare nel Palazzo, ma addirittura di diventare ago della bilancia negli equilibri politici e leva di consenso. A che punto è, oggi e nei fatti, il federalismo? Che cosa dovrebbe insegnarci l’inconcludente e anzi dannosa partita federalista? Impennatasi a dismisura la vicenda assurda del "ministro che non c’è", che non ha portafoglio e soprattutto che non serve a nulla, “l’attuazione del federalismo” continua a essere solo e niente altro che un’etichetta. Di più: un’aurea magica che si è tentato di applicare alla presunta padanità, in contrasto con l’arcaica e inutilmente unita nazione, che ha assunto contorni grotteschi. In particolar modo dopo che la manovra economica del governo ha limato ulteriormente le risorse disponibili per gli enti locali.

Mentre con una mano si alza il volume dei megafoni che chiedono (in modo vacuo) il potere decentrato ai comuni e alle regioni, resi sempre più autonomi e dunque, secondo un misterioso procedimento automatico, per questo virtuosi, con l’altra si legifera (in modo concreto) togliendo risorse. Già l’efficacissimo strumento elettorale rappresentato dall’abolizione per tutti, ricchi e ricchissimi inclusi, dell’odiosa Ici aveva limitato il potere dei comuni di raccogliere direttamente gettito. Di fatto, oggi, una amministrazione comunale per tenere in equilibrio la propria bilancia senza tagliare servizi può agire quasi esclusivamente sugli oneri di edificabilità e sulla tassa per i rifiuti. Rischiando, in questo modo, non solo di guastare il rapporto con i cittadini (inclusi quelli che hanno gridato “Roma ladrona”) ma anche di incidere negativamente sul proprio territorio.

Non vi è dubbio che la Lega abbia saputo caratterizzarsi in questi lunghi anni come il partito-movimento del “parlar chiaro”. Da tempo i suoi elettori, e non solo loro, attendono i risultati di quel parlare. Le accuse alla politica romana, da un lato, e il ricorso alle parole magiche, dall’altro, non serviranno ancora a lungo.

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