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Bucarest, 17/4/2009
rubrica
  • lettere internazionali

Tensioni tra le Chiese romene. “Esprimiamo la nostra costernazione per il fatto che nell’anno 2009 si presenti ancora un (…) disegno di legge attraverso cui si persegua in concreto un nuovo atto di soppressione della Chiesa Romena Unita con Roma, Greco-cattolica, da parte dello stato romeno”.

Con queste parole l’arcivescovo maggiore della Chiesa Greco-cattolica rumena, Lucian Mureşan, e il sinodo hanno commentato in una lettera aperta rivolta al Presidente della Repubblica, Traian Băsescu, e al Presidente del Consiglio, Emil Boc, il disegno di legge 368/2007 “Circa il regime giuridico dei beni immobili appartenenti ai culti religiosi ortodosso e greco-cattolico in Romania”, discusso lo scorso gennaio dalla Camera dei deputati romena.
La presentazione di questo disegno di legge ha riaperto in Romania la questione dei difficili rapporti tra Chiesa ortodossa e Chiesa greco-cattolica, che si trascina ormai da un secolo, ovvero da quando la Transilvania fu annessa al Regno di Romania dopo la Prima guerra mondiale. La Chiesa greco-cattolica è infatti principalmente presente in questa regione, ove si radicò già durante la dominazione degli Asburgo. Furono proprio i cattolici imperatori d'Austria a introdurre questa Chiesa, che riconosce l'autorità del Papa pur mantenendo il rito bizantino, per tentare di convertire almeno parte della popolazione locale al cattolicesimo. Già durante il periodo interbellico i rapporti tra le due Chiese non erano stati facili, ma tempi peggiori per la Chiesa unita arrivarono con il regime comunista, che procedette nei suoi confronti alla confisca di tutti i beni e alla loro attribuzione alla Chiesa ortodossa, tentando di creare le condizioni per un ritorno delle gerarchie ecclesiastiche e dei fedeli in seno all'ortodossia.
La questione della restituzione dei beni confiscati dal regime si è aperta nel 1989 e proprio su questo aspetto interviene il documento contestato.
Il progetto di legge era stato presentato nel 2007 da due deputati del Partito Democratico-Liberale. La sua discussione è però iniziata solo lo scorso 27 gennaio. Il progetto si compone di sette articoli, che disciplinano vari aspetti del diritto di proprietà sui beni delle due chiese, alle quali è lasciato il diritto di disporre in modo esclusivo dei rispettivi patrimoni immobiliari. Gli articoli che hanno sollevato le proteste della Chiesa greco-cattolica sono l’art. 2 e l’art. 4. Il primo afferma che, nelle zone rurali nelle quali esistono comunità di entrambe le confessioni, la proprietà del luogo di culto, della casa parrocchiale, del cimitero e dei beni afferenti spetti al culto maggioritario. Dal momento che la Chiesa greco-cattolica è ovunque minoritaria, questo articolo evidentemente ne penalizza le prerogative. Ancora più contestato è l’art. 4, che fa esplicito riferimento a una serie di provvedimenti varati dopo la caduta del regime comunista e relativi alla spinosa questione della restituzione dei beni confiscati. L’articolo prevede che tali proprietà siano distribuite tra i due culti religiosi “in base al principio di proporzionalità dei loro membri, secondo i dati dell’ultimo censimento della popolazione”. Il problema è che, il numero dei greco-cattolici in Romania si è drasticamente ridotto rispetto al periodo interbellico proprio a causa della politica comunista.
La reazione della Chiesa unita si è articolata su due fronti: il confronto politico e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Per quanto riguarda il primo aspetto, oltre alla citata lettera dell’arcivescovo Mureşan alle autorità dello Stato e alle proteste ufficiali delle autorità ecclesiastiche, si sono mossi anche deputati di forze politiche romene, in patria e all’estero. Obiettivo degli attacchi il Partito Democratico-Liberale: alcuni esponenti dell’opposizione, in particolare del partito della minoranza ungherese Unione Magiara Democratica di Romania, hanno accusato il PD-L e il governo di voler stabilire un’alleanza con la Chiesa ortodossa, il cui peso sulla società romena è indubbiamente molto forte. Come dimostrano recenti sondaggi infatti, la Chiesa ortodossa è una delle istituzioni in cui la popolazione ripone più fiducia. La scelta del PD-L quindi, in previsione delle prossime elezioni presidenziali di autunno, potrebbe avere come scopo proprio quello di accrescere il proprio consenso soprattutto nelle zone rurali, la cui popolazione è tradizionalmente molto legata alla Chiesa ortodossa. Alcuni europarlamentari romeni hanno anche invocato l’intervento dell’Unione Europea contro un progetto di legge che definiscono lesivo del diritto di libertà religiosa. Sul fronte dell’opinione pubblica, una giornata di digiuno e preghiera dei fedeli e dei preti è stata indetta lo scorso 11 febbraio. Ma soprattutto si è cercato di attirare l'attenzione dei paesi a maggioranza cattolica attraverso comunicati ufficiali di protesta che per il momento (vedi ad esempio quello dei sacerdoti e dei fedeli della Chiesa Greco-cattolica in Italia) non hanno peraltro ottenuto l'effetto sperato. Da parte sua la Chiesa ortodossa si è detta preoccupata della situazione in Transilvania e ha dichiarato che le due Chiese dovrebbero risolvere la questione dei beni consensualmente e d’accordo con lo Stato romeno. Allo stesso tempo però ha anche affermato che “fino al 1700 il patrimonio contestato è stato nella sua interezza proprietà della chiesa ortodossa”. La controversia, insomma, non sembra prossima a una conclusione.

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Comments
Mario Collina, 18-04-2009, 10:20
In Romania alcuni hanno sottovalutato la questione dicendo che si trattava semplicemente di un problema di natura economica, invece è innanzitutto un problema di natura religiosa: eliminando i luoghi di culto si tenta di cancellare la presenza, e magari scacciare anche gli scomodi ricordi della storia, a partire dalla persecuzione subita sotto il comunismo.