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Bruxelles, 25/6/2010
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  • lettere internazionali

Gli ultrà del separatismo all’offensiva in Belgio. Le elezioni belghe del 13 giugno hanno avuto un esito per certi versi scontato, per altri imprevisto. Ci si aspettava, infatti, il successo dei nazionalisti della Nuova alleanza fiamminga (N.Va) di Bart De Wever, ma non nella misura in cui esso si è realizzato (28,3%). Ancor meno ci si attendeva un trionfo così netto del Partito socialista (Ps) in Vallonia (36,6%). A perdere, sono stati un po’ tutti: dai cristiano-democratici fiamminghi (Cd&V) di Marianne Thyssen e dell’ex premier Yves Leterme, che ottengono il peggiore risultato della propria storia, ai liberali, sia quelli francofoni (Mr) di Didier Reynders, sia, soprattutto, quelli fiamminghi (Open Vld), al cui giovane presidente Alexandre De Croo si deve anche la caduta del governo in aprile. Al Nord resistono solo i Verdi, mentre sono in calo sia il Vlaams Belang, il partito dell’estrema destra xenofoba e dichiaratamente separatista, sia la Lista populista di Jean-Marie Dedecker. L’unica formula politica che dispone, sulla carta, della maggioranza necessaria a mettere mano alla tanto sospirata riforma dello Stato federale è la cosiddetta coalition calque, che ricalca a livello federale le maggioranze regionali, ossia l’Olivier vallone-brussellese (Cdh, Ps, Ecolo) e la coalizione di governo fiamminga (Cd&V, Sp.a, N.Va), ossia un’alleanza tra cristiano-democratici, sia fiamminghi sia valloni, socialisti, sia fiamminghi sia valloni, Verdi valloni ed eventualmente fiamminghi, e nazionalisti fiamminghi.

Il re Alberto II ha nominato De Wever “informatore”, con il compito di sondare le possibilità di costituire un governo federale, mentre tra qualche settimana dovrà nominare un “formatore”, ossia un vero e proprio candidato alla guida dell’esecutivo. Intanto anche Herman Van Rompuy, l’ex premier belga e attuale presidente del Consiglio europeo, ha fatto sentire la propria voce, richiamando i suoi compatrioti alla necessità di fare in fretta, sia perché dal 1° luglio il Belgio assumerà la Presidenza semestrale dell’Ue, sia perché i mercati sono in agguato, pronti a colpire un Paese politicamente instabile. La prassi costituzionale vorrebbe che a formare il governo fosse il vincitore delle elezioni, ma è non scontato se per “vincitore” si debba intendere il partito che ha preso più voti o la famiglia politica più rappresentata in Parlamento: nel primo caso, la scelta dovrebbe cadere sulla N.Va, che ha un seggio in più dei socialisti valloni (27 contro 26); nel secondo caso, invece, sarebbero favoriti i socialisti che, sommando quelli ottenuti dal Ps a quelli ottenuti dall’omologo fiammingo Sp.a, totalizzano 39 seggi. Di Rupo potrebbe così diventare il primo premier francofono dopo circa trent’anni.

Ora tutto dipenderà dalla reale volontà di De Wever – la cui principale rivendicazione è lo stop ai trasferimenti di risorse dal Nord al Sud considerata la non convenienza per le Fiandre, la parte più ricca e popolosa del Paese, di permanere in uno Stato che ha il terzo debito pubblico d’Europa – di raggiungere un accordo con i francofoni sulla riforma dello Stato. Durante la campagna elettorale il leader fiammingo ha evocato l’“evaporazione” del Belgio come esito obbligato di un nuovo, eventuale, fallimento del negoziato. Nelle prime dichiarazioni rese dopo la vittoria elettorale ha però smorzato i toni, parlando di “mano tesa” ai francofoni e della necessità di raggiungere un “consenso generale” sulle linee guida della riforma dello Stato. Le rivendicazioni di maggiori competenze in materia fiscale e sociale per le Fiandre si accompagnano, da parte della N.Va, a un dichiarato filoeuropeismo, anomalo nel panorama dei partiti populisti europei. I nazionalisti, infatti, immaginano una doppia “evoluzione” del Belgio, cui corrisponderebbe una doppia “devoluzione” di poteri: verso le Fiandre indipendenti, con il trasferimento di competenze federali dall’alto al basso e dal centro alla periferia, e verso l’Ue, con il trasferimento di competenze dal basso all’alto, dallo Stato federale all’Ue. Come risultato di questo doppio movimento il Belgio sarebbe destinato, nel lungo periodo, a “estinguersi”. Nel breve periodo, invece, la prospettiva più credibile appare quella di un assetto confederale tra Fiandre e Vallonia, o di un federalismo minimo. De Wever, infatti, pensa che i costi del federalismo belga siano troppo alti rispetto ai benefici che le Fiandre possono trarne e che il Belgio sia troppo piccolo e indebitato per rappresentare un valore aggiunto in grado di esercitare una forza di attrazione centripeta. Il paradosso, messo efficacemente in luce su «Le Soir» da Gaëtane Ricard-Nihoul di Notre Europe, è che se anche le Fiandre saranno un giorno indipendenti continueranno ad aiutare la Vallonia attraverso i fondi strutturali europei.

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