Rivista il mulino

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Il primo caso di mucca pazza in Italia

13 gennaio 2001

rubrica

Chi si ricorda, oggi, del morbo della mucca pazza? Negli anni Novanta, quando la diffusione della malattia tra i bovini inglesi pareva fuori controllo e minacciava di diffondersi nel resto d’Europa e nel mondo, i timori furono considerevoli. All’inizio del nuovo millennio, poi, l’allarme si rinnovava con i primi casi «indigeni» segnalati in altri Paesi: il primo capo infetto allevato in Italia, in una cascina bresciana, veniva scoperto il 13 gennaio 2001. Per anni si rincorsero voci e ipotesi su una catastrofe in lenta preparazione, visto che molti ipotizzavano che il consumo di carne contenente il prione della malattia avrebbe causato nel tempo milioni di morti: con una tempistica difficile da prevedere vista la lentezza con cui i sintomi insorgono negli uomini, ma inesorabile dato che non esistono cure per la malattia di Creutzfeldt-Jakob, che proprio il prione della mucca pazza pareva capace d’indurre nell’uomo. Invece, le vittime tra gli esseri umani rimangono pochissime: circa 250 tra gli anni Ottanta e oggi, per quanto con qualche incertezza visto che non è sempre chiaro se la malattia sia davvero insorta a seguito del consumo di carni infette o per altre ragioni.

La storia del XXI secolo fece rapidamente sparire la malattia della mucca pazza dal radar delle principali minacce pandemiche. Il primo annus horribilis del nuovo millennio fu il 2003, quando inizialmente la Sars (a marzo-aprile) poi, nell’autunno, una nuova variante letale d’influenza aviaria innescarono due crisi sanitarie globali. Non era ovviamente finita: nel 2009 sarebbe stata la volta dell’influenza suina, che colse gli specialisti di sorpresa visto che proveniva dall’America e non dall’Asia e che si trattava di un virus influenzale non appartenente alla famiglia H5N1 (quella dei virus aviari) bensì H1N1, lo stesso gruppo che aveva già causato la peggiore pandemia dell’età contemporanea, la Spagnola del 1918-1919 (è una storia che racconto, assieme ad Alessia Melegaro, nel volume Pandemie d’Italia). Dopo fu il turno della Mers, causata come la Sars da un Coronavirus, che tra il 2012 e il 2014 causò svariate centinaia di morti in Medio Oriente e, di nuovo, generò grande preoccupazione per la sua possibile diffusione globale. E ovviamente, di lì a pochi anni, ebbe inizio la crisi causata dal Covid-19. Il fatto che si tratti della terza crisi sanitaria globale causata da un Coronavirus nel nuovo millennio, e la quinta causata da un virus respiratorio potenzialmente capace di amplissima diffusione, purtroppo ci dice una cosa molto chiara: la crisi in corso non sarà l’ultima. Conviene quindi essere preparati, e a questo fine una delle cose che possiamo fare è analizzare l’esperienza storica per individuare qualche regolarità nelle reazioni delle società umane alle pandemie.

Un primo elemento da sottolineare, è che nell’era dell’Informazione non è affatto più semplice rispetto al passato assicurare un’informazione corretta, a sua volta precondizione per garantire una reazione composta, razionale ed efficace da parte delle istituzioni e della società. In parte, ciò è dovuto alla condizione d’incertezza che prevale, sempre, all’insorgere di un nuovo patogeno potenzialmente pericoloso – basti pensare che ancora non conosciamo con precisione, a un anno dall’inizio della crisi, alcuni parametri epidemiologici fondamentali del Covid-19. È quindi inevitabile che, ad esempio, i singoli esperti e le istituzioni nazionali e internazionali si trovino in disaccordo nell’interpretazione di dati imperfetti e lacunosi. Ma si tratta solo della punta dell’iceberg.

Di fronte a una situazione d’angosciosa incertezza, invariabilmente una parte della popolazione tende a negare l’esistenza del problema: come si verificava puntualmente di fronte al rischio di peste in età medievale e moderna, come si ripeté in quello del colera dell’Ottocento, come visto con la mucca pazza (in quel caso, con qualche buona ragione) e come si sta verificando oggi con il Covid-19. All’estremo opposto, una parte della popolazione tende a esagerare il rischio reale: come per i milioni di morti che alcuni profetizzavano per la mucca pazza o come verificatosi in occasione dell’influenza suina (anche se molto dipese dalla sopravvalutazione iniziale della letalità del virus, dovuta a dati errati forniti da alcuni Paesi centro-americani colpiti precocemente). Probabilmente, l’abbiamo anche visto nelle ultime settimane in relazione alla «variante inglese» del Covid-19, che si è inizialmente ipotizzato essere molto più letale della precedente ma che allo stato attuale parrebbe solo più diffusibile (il che già costituisce un serio problema). Qui occorre però grande cautela, visto che un altro insegnamento che ci proviene molto chiaramente dalla storia delle pandemie è che… La loro storia va scritta solo una volta che è finita. Chiudiamo questo sintetico elenco di analogie storiche con le teorie del complotto. Se qualcuno può davvero credere che la crisi in corso sia stata costruita ad arte per inoculare microchip alla popolazione inconsapevole con la scusa del vaccino, dobbiamo sorprenderci se nel corso della peste del 1630 ci si convinse che misteriosi untori diffondessero il morbo infettando ad arte le maniglie delle porte e le panche delle chiese, o se nel 1918 si sospettò che la Spagnola fosse un’arma batteriologica sviluppata e diffusa da spie tedesche?

Che fare, dunque, per essere meglio preparati a fronteggiare le minacce future? Nel caso della mucca pazza, un ruolo cruciale nel riportare la situazione sotto controllo fu svolto dalle istituzioni europee, che ebbero successo nell’applicare norme efficaci di tracciamento delle carni e introdussero una regolamentazione più fortemente «prudenziale» nell’ambito dei concimi animali (rivelatisi il principale veicolo della diffusione della malattia tra i bovini), cosa che non solo contribuì ad arrestare il contagio ma pose le basi per ripristinare progressivamente la fiducia tra i consumatori. Nel ventennio intercorso da allora, l’Europa si è dotata d’ulteriori strumenti, in particolare l’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) , istituito nel 2004 (la doppia crisi affrontata l’anno precedente aveva insegnato qualcosa) sul modello del Cdc statunitense e con la missione di rafforzare la capacità del continente di fare fronte comune contro le epidemie causate da malattie infettive.

Purtroppo, il Covid-19 ne ha mostrato tutta l’inadeguatezza, così come ha mostrato l’inadeguatezza, almeno nelle fasi iniziali della crisi, dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a cui pure va dato merito di aver conseguito buoni successi in occasione di crisi precedenti. Per entrambe le istituzioni, l’insegnamento da trarre per i prossimi anni è che debbono essere rafforzate nella loro capacità d’azione e anche, e forse soprattutto, nella loro credibilità presso il grande pubblico. Per quanto sia virtualmente certo che in occasione degli allarmi pandemici che, purtroppo, continueranno periodicamente a delinearsi assisteremo alle stesse reazioni, forse irrazionali ma anche profondamente umane, che hanno sempre accompagnato crisi di questo tipo, senza istituzioni capaci di fornire informazioni e indicazioni tempestive e credibili non potremmo che trovarci in condizioni ancora peggiori.