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Un'America che non c'è più

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Che bei tempi i miei tempi! Si, lo dico come ogni vecchio che rivanga i tempi della giovinezza. Quelli erano gli anni meravigliosi della piena Guerra fredda e l’America era una, un diamante infrangibile, una come la ferrea Statua della libertà. O eri pro o eri contro, non c’era da avere patemi d’animo. Da giovanissimo comunista lessi un giorno sull’Unità che in America furoreggiava una musica che stava distruggendo la mente dei giovani americani, si chiamava rock and roll. Mi fissai bene in testa il nome di quel frutto perverso dell’ideologia imperialista; ma ero un po’ confuso, lo ammetto. Nella guerra di Corea ero per gli americani, forse perché nordcoreani e cinesi mi ricordavano i musi gialli, i jap che crollavano a mucchi nei tanti film di guerra al cinema Roma o al Cristallo all’aperto. Però nei film di Peppone e Don Camillo ero tutto per Peppone capopopolo e non per Don Camillo, che vinceva perché aveva il soccorso degli alieni. Ero confuso. Smettere di esser comunista non mi aiutò affatto; ma era un problema mio, l’America era una allora.

Sono quasi vent’anni che dico e scrivo che l’America è divisa, addirittura  frantumata e lo dico non perché ho cambiato idea o sono bravo, ma perché leggiucchio robe d’oltreatlantico che mi parlano della delegittimazione reciproca fra le due principali tribù politiche, della distanza siderale creata fra gli americani dalle echo chambers dei social media in cui ci si barrica fra simili escludendo i dissimili, della cancel culture professionista della damnatio memoriae, delle enormi e crescenti diseguaglianze sociali e chi più ne ha più ne mettaOggi, dopo l’assalto al Campidoglio di Washington, leggo che: «Esperti cinesi dicono che questo fatto senza precedenti segna la fine del "faro della democrazia" [...] Osservatori cinesi dicono che questa è la "Waterloo dell’immagine internazionale degli Stati Uniti" e che gli Stati Uniti hanno perso ogni titolo e legittimità per interferire negli affari interni degli altri paesi con la scusa della democrazia». È il «Global Times», il giornale in inglese di Pechino, del 7 gennaio, che continua sparando a palle incatenate sulla pretesa americana di interferire negli affari interni della Cina a Hong Kong nel nome della democrazia e aggiunge che il Professor Shen Yi dell’Università Fudan di Shanghai afferma che quanto è avvenuto «buca la grande bolla dei valori universali costruita dagli Stati Uniti» e scrive anche che «la retorica bella della "Città sulla collina" sta per morire». Questi cinesi sanno, sanno e mi toccano da vicino. La Città sulla collina, l’immagine biblica di Gerusalemme usata in un oscuro sermone di un emigrato puritano in Massachusetts nel Seicento che studiai tanto tempo fa e che a metà Ottocento divenne l’icona del nazionalismo americano. Gerusalemme, a cui tutti, dice la Bibbia, volgono lo sguardo così come lo volgono alla nuova Gerusalemme americana. Una bolla, una balla insomma, fatta scoppiare secondo i cinesi dall’attacco al Campidoglio del giorno della Befana. In realtà i sovietici dicevano di peggio e il Campidoglio è stato violato più volte. Non c’è bisogno di risalire agli inglesi che lo incendiarono nel 1814 mentre era in costruzione nel corso della seconda guerra angloamericana. Nel 1915 il professor Frank Holt fece esplodere una bomba nell’anticamera del Senato per protesta contro la vendita di armi ai nemici dell’impero tedesco. Nel 1954 nazionalisti portoricani che lottavano per l’indipendenza di Puerto Rico attaccarono il Campidoglio e ci furono quattro morti. Nel 1971 i Weather Underground – li ricordate? – misero una bomba sotto la Camera del Senato contro l’allargamento al Laos della guerra in Vietnam. Ma tutti questi erano ancora attacchi all’America ferrea e immane come l’astronave aliena che copre il cielo in Independence day, il film di Emmerich del 1996. L’America era ancora miticamente intatta e lo è, in senso positivo, nello stesso Independence day in cui è lei a riunire e a guidare sotto il suo comando l’intero mondo degli umani nella battaglia finale.

Ecco la favola bella dell’eccezionalismo americano, la tesi di una storia a sé, di un manifest destiny guidato dalla mano divina che rende l’America esempio, un esempio da imitare ma inimitabile, per l’umanità intera. Non c’è niente di eccezionale nell’eccezionalismo, è uno dei miti nazionalisti europei non per nulla nato quando nacquero i nazionalismi del Vecchio mondo. Gli storici lo hanno demolito da decenni; ma chi se ne importa di loro. L’eccezionalismo resta nel cuore degli americani, nel racconto indimenticabile della grandezza del loro Paese. E l’eccezionalismo parla di un’America una, solida, coesa. Il dramma è che gli ultimi anni culminati nell’attacco al Campidoglio del giorno della Befana hanno gettato in faccia al mondo che anche il mito di un’America unita non c’è più. Lasciatemi usare lo spadone. Gli Stati Uniti sono due, da un lato l’élite finanziaria, scientifica, tecnologica ormai davvero globalizzata che vive in una sfera propria, transnazionale, in cui Mumbai o Tokyo, le loro Mumbai o Tokyo, sono più prossime di Cheyenne, Wyoming, o Brownsville, Texas, dall’altro la società civile con i piedi ancora in Nordamerica. E la società civile è a sua volta spaccata fra le classi medie dirigenziali, professionali, commerciali, dei servizi che nella luce riflessa del mondo globalizzato sono moderne, addirittura postmoderne e almeno potenzialmente liberal, quelle in via di arretramento, non povere, ma che per mestiere e cultura si sentono spinte verso i margini della società e si arroccano nella tradizione, poi le classi subalterne, rurali o meno, vieppiù emarginate e sole, private di quella dignità, di quel sentore middle class che ritenevano di avere o di poter raggiungere nel mondo industriale della prima società dei consumi. In questi due ultimi gruppi, di massima, troviamo i Trumpers, i patrioti a cui nel 2016 Trump aveva fatto balenare l’idea di un riscatto e di una riscossa, il ritorno alla grandezza americana e alla propria. L’eccezionalismo diventato identità personale. Una fede religiosa combattente e aspra, evangelicale ma anche cattolica, divenuta strumento di rinascita nazionale e, come logica conseguenza, un continuo stringere l'occhio alla supremazia bianca perché sono i bianchi i protagonisti assoluti della «retorica bella» della Città sulla collina e quindi della storia. Brava gente sempre vittoriosa che marcia nella libertà.

A oggi non sappiamo se dietro l’assalto al Campidoglio vi sia stata una regia dall’alto; ma il tam tam dei social media che lo ha preparato dal basso parlava di rivolta. Ne è uscito un mob violento la cui ampiezza, la cui rabbia e la cui furia stanno poco a poco venendo a galla. Alla sua testa c’erano i white nationalists, i cospirazionisti di QAnon, l’ultradestra fascistoide, i miliziani come i Proud boys ai quali tutti l’obliquo parlare di Trump ha dato legittimazione e che intendevano fare sul serio, una è rimasta uccisa altri hanno ucciso. Ancora adesso sui siti usati da Boogaloo, la rete diffusa dell’ultradestra, i Proud Boys parlano di un coup in corso e danno appuntamento a Washington per il 20 gennaio, il giorno del giuramento di Joe Biden. Poi c’era la maggioranza e questa è una storia diversa, ma fondamentale. Li avete visti sciamare nel sacro palazzo con l’aria rapita del turista e il cellulare in mano, intenti soprattutto a far selfie e video con cui immortalare se stessi? L’intera scena era surreale per chi ha nella memoria l’attacco al Palazzo d’inverno e la marcia su Versailles. Sì, ma questo è l'oggi della società liquida e della comunicazione che filtra a guidare i comportamenti. Anche i miei che facevo il guardone di eventi a migliaia di chilometri di distanza. Potevo seguire Washington, virare su un porno, passare a un film, tornare a Washington. Loro sciamavano seguendo i percorsi cordonati, rubacchiavano, in gran parte a mio avviso imbambolati e puri, certi di non far male. I selfie erano quelli di una gita al mare. Il loro convinto, ripetuto mantra era: «Siamo a casa nostra», parole meravigliose di un popolo che si sente di nuovo sovrano, per il quale il Campidoglio è casa sua e ci vive e si riposa sullo scranno del Presidente del Senato. Un po’ 5 Stelle. Trump li aveva liberati e come studenti scribacchiavano e graffiavano su porte e muri: «Abbiamo vinto», «Uccidete i media». Una farsa? Per nulla. È stato populismo? Forse neppure. Forse è stato un presidente incapace di guardare se non al proprio ombelico, per il quale il popolo è l’immagine di sé stesso, il MAGA il proprio io elevato a nazione, un uomo attento, però, capace di vedere le sofferenze create da decenni di interesse per nulla che non fosse la crescita del Pil. Un presidente impossibilitato a capire che la vita non è la propria favola bella in cui non può esservi sconfitta. Questo presidente si è servito del popolo per scavalcare il popolo. Lo ha lanciato contro le istituzioni di cui non ha contezza di essere una, e la prima, e lo ha fatto come in un gioco. È diventato una play station. Adesso c’è rabbia, chi credeva davvero, conservatori o destra pura, che fosse giunto il momento di creare un mondo nuovo si sta rivoltando contro Trump, lo fa sui social, naturalmente, accusandolo di averli abbandonati, di essere fuggito, di non aver avuto coraggio. Sono i duri e puri. Temo, invece, che tanti saliti turbinosamente sulla gradinata del Congresso come per correre all’apertura degli sconti nel Black Friday adesso abbiano solo un bel mal di testa.

Non c’è più mondo, come diceva un parente di mia moglie davanti alle novità che non accettava. Gli Stati Uniti non sono più un diamante puro, benefico o del diavolo, non guidano più un Occidente a sua volta guida dell’umanità.La grande bolla dei valori universali del 1776 è scoppiata. Hanno ragione i cinesi. Occorre ripensare ogni cosa perché il Novecento è scomparso e con esso tutto dal Settecento in poi. E non sorridete troppo a Biden. Ha riempito il suo gabinetto di finanzieri di Blackrock, l’icona della finanza mondiale che potrebbe assumersi l’intero nostro debito pubblico e rimanere tale. Biden è il globalismo dal volto umano. Il sole non sorge più a Ovest, sulla frontiera, come un tempo e anche il sol dell’avvenire è scomparso.

Vado a farmi un selfie.