Rivista il mulino

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Valéry Giscard d'Estaing

rubrica

Sin dall’ingresso all’Eliseo di Emmanuel Macron i parallelismi con Valéry Giscard d’Estaing (VGE) si sono sprecati: sono stati i due più giovani capi di Stato della Quinta Repubblica, arrivati alla presidenza senza il sostegno di un solido partito, entrambi portatori di un progetto liberale ed europeista. Inevitabile che nel momento della scomparsa dell’ex presidente l’omaggio del più giscardiano dei suoi succesori sia stato particolarmente sentito. «Senza esserne sempre consapevoli, noi camminiamo nel solco dei suoi passi, il suo settennato ha contrassegnato il nostro Paese e le nostre vite» ha affermato Macron nell’intensa allocuzione di sei minuti pronunciata il 3 dicembre scorso in onore di Giscard, prima di annunciare una giornata di lutto nazionale per il 9 dicembre e ricordare le principali tappe di una lunghissima carriera politica. 

Dopo una partecipazione giovanile alla Resistenza e brillanti studi prima al Politecnico e poi all’Ena, a trent’anni VGE – enfant prodige della politica – siede già in Parlamento, eletto nel gennaio 1956 come indipendente. Dopo un incarico come segretario di Stato alle Finanze, nel 1962, diventa il più giovane ministro delle Finanze della storia francese.

L’ambizione feroce, la competenza riconosciuta e la brillante retorica non gli consentono solo di bruciare le tappe ma, ben presto, anche di ottenere visibilità internazionale. All’inizio del 1965 il settimanale americano «Newsweek» lo definisce «l’uomo più potente di Francia dopo il generale de Gaulle e Pompidou» e dipinge il ritratto di questo «Kennedy francese» che sta rivoluzionando lo stile della comunicazione politica. Nelle università francesi la sociologia è di gran moda, si studia «La società dello spettacolo» di Guy Debord e VGE è al passo con i tempi: è uno dei primi politici a mettere in scena la propria vita privata (nonostante le resistenze della moglie Anne-Aymone), a servirsi con uno stile moderno del mezzo televisivo e a utilizzare in maniera studiata la propria immagine. Si lascia filmare in metro, durante le vacanze in montagna o a torso nudo negli spogliatoi dopo una partita di calcio.

Nel 1966 viene escluso dal governo ma VGE riesce a trasformare questa battuta d’arresto in un trampolino politico. Un terzo della popolazione francese ha meno di vent’anni e VGE capisce che alla generazione dei baby boomers le vecchie ricette politiche non vanno più bene. La sua è un’ascesa solitaria. Lontano dalle responsabilità di governo riesce a incarnare un’alternativa giovane, liberale ed europeista al gollismo ormai al tramonto, di cui peraltro accelera la crisi schierandosi per il «no» al referendum del 1969, che avrebbe portato il Generale a uscire di scena.

Dopo aver ritrovato il suo incarico di ministro dell’Economia e delle Finanze durante i cinque anni di presidenza Pompidou, è uno dei candidati dell’affollata corsa alla sua successione nel 1974. Preparata nei dettagli e con grande anticipo, la sua campagna elettorale è di una straordinaria efficacia e modernità. Il candidato incarna «il cambiamento nella continuità»: è giovane ma ha già grande esperienza, incarna la novità ma è allo stesso tempo rassicurante. Come manifesto elettorale utilizza una foto in cui appare seduto a chiacchierare sorridente nei giardini delle Tuileries in compagnia della figlia Jacinte, senza slogan politici se non l’indicazione del nome del candidato: la prova di come il programma politico stesse passando in secondo piano rispetto all’uomo. Convince anche nel dibattito televisivo contro Mitterrand, accusando il rivale di essere un «uomo del passato» e prendendolo in contropiede con un’espressione divenuta celebre: «Mitterrand, lei non ha il monopolio del cuore!».

La vittoria di misura (50,8% contro 49,2%) ne fa, a 48 anni, il più giovane presidente della Repubblica dal 1895. Sostenitore di una «società liberale avanzata», più aperta e attenta alle aspirazioni giovanili e femminili rispetto al gollismo, avvia il settennato (1974-1981) al passo di carica, con il duplice obiettivo di riformare la Francia e rilanciare l’Europa.

In ambito interno le riforme sono imponenti: abbassamento della maggiore età da 21 a 18 anni, libero accesso alla contraccezione, riforma del divorzio, allungamento del congedo di maternità e, grazie alla determinazione della ministra della Sanità, Simone Veil, approvazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Non meno centrale agli occhi di VGE è il progetto europeo. Assieme al cancelliere tedesco Helmut Schmidt, arrivato al potere contemporaneamente a lui, ricompone l’asse franco-tedesco e avvia una serie di iniziative dirompenti: creazione del Sistema monetario europeo, progetto di unione monetaria, creazione del Consiglio europeo e, a partire dal 1979, elezione a suffragio universale diretto del Parlamento europeo, alla cui presidenza viene eletta proprio Simone Veil. Contemporaneamente a livello internazionale lancia il G6 nel tentativo di riunire periodicamente i rappresentanti delle principali potenze nel contesto delicato della crisi seguita al primo shock petrolifero.

Ma nonostante questo attivismo il contesto economico resta difficile, con un’inflazione galoppante associata a una disoccupazione record, favorendo l’emergere di tensioni politiche e sociali che caratterizzano la seconda parte del mandato e si sommano a crescenti attacchi personali. Gli vengono rimproverate le maniere aristocratiche, l’eccessiva distanza e l’assenza di empatia, mentre sulle pagine del settimanale «Le Canard enchaîné» nel 1979 esplode lo scandalo dei diamanti che VGE avrebbe ricevuto (qualche anno prima) dal dittatore centrafricano Bokassa. 

Le presidenziali del 1981 si inseriscono in un contesto difficile e la sconfitta per mano del candidato di sinistra, François Mitterrand, resa più amara dal tradimento del gollista Jacques Chirac, rappresenta un trauma politico e personale da cui non si riprenderà mai pienamente.

La sua teatrale uscita di scena dall’Eliseo – la sua «prima morte» secondo alcuni – il 19 maggio 1981 è diventata una sequenza televisiva di culto. Nel suo studio all’Eliseo VGE appare austero e invecchiato. Al termine del discorso di congedo, dopo un interminabile silenzio di sette secondi, pronuncia un laconico «arrivederci» prima di alzarsi e lasciare la stanza dalla porta sul fondo, sulle note della Marsigliese, mentre l’inquadratura si sofferma per un minuto sulla stanza ormai desolatamente vuota. «Diciamo la verità: non avevo previsto la mia sconfitta» confermerà nelle sue Memorie.

Consapevole di una popolarità ormai in calo, decide di non presentarsi più alle presidenziali e individua nell’Europa – al cui rilancio aveva contribuito durante il suo settennato – il terreno in cui ritagliarsi un nuovo ruolo, come eurodeputato e presidente del Movimento europeo. I suoi sforzi sono ricompensati nel 2001 quando i Quindici lo nominano alla presidenza della Convenzione che ha il compito di elaborare il Trattato costituzionale europeo. Un incarico di prestigio che porta a termine con autorevolezza e abilità, nonostante le varie polemiche (in Italia si ricorda in particolare quella sul mancato riferimento alle «radici cristiane») che ne scandiscono il percorso. Ma il testo, elaborato faticosamente tra i veti e i desiderata dei partner europei, già ratificato da una decina di Paesi membri, conosce una sonora bocciatura referendaria proprio in Francia, il 29 maggio 2005. Uno stop tanto più traumatico perché si tratta di uno dei Paesi fondatori dell’Ue e apparentemente incomprensibile dal momento che sia il presidente Chirac sia tutte le principali forze politiche (dall’Ump ai socialisti passando per i centristi e i Verdi) avevano dato indicazione di voto per il «sì». 

Per VGE si tratta della «seconda morte», ma a essere travolto non è solo un uomo politico alle soglie degli ottant’anni, costretto a rassegnarsi a un amaro e inevitabile tramonto politico. La bocciatura francese, seguita da quella olandese, sancisce infatti l’atto di nascita ufficiale del trasversale movimento populista e anti-europeo. Un oggetto politico non identificato, che riunisce estrema destra xenofoba ed estrema sinistra contraria anti-globalizzazione, cementate dalla comune ostilità alla moneta unica e dal recente allargamento ai Paesi dell’ex Oltrecortina, che avrebbe conquistato minacciosamente forza negli anni successivi, arrivando a minare la stabilità stessa del progetto europeo.

Quanto a VGE gli ultimi anni della vita sono dedicati all’attività letteraria e alla pubblicazione di romanzi che gli consentono di fuggire dalle delusioni della politica. È in questo malinconico rifugio della fantasia che, nel 2009, VGE pubblica La Princesse et le Président, storia d’amore tra un presidente francese e una principessa inglese abbandonata dal marito. Inevitabile che il pensiero corresse a Lady Diana. Passione per il romanzo o testimonianza storica, si interrogano i settimanali sulle due sponde della Manica, pubblicando le foto dei due fianco a fianco in occasione di una serata di beneficienza organizzata a Parigi nel 1994? Il volume non è un grande successo letterario ma – nonostante le smentite dello stesso VGE che ha dichiarato di «avere inventato i fatti raccontati» - potrebbe ispirare la fantasia degli autori della fortunata serie Netflix «The Crown», che vede ora in cantiere la quinta stagione. Un destino ironico per un uomo politico dai tratti aristocratici ottocenteschi ma che non ha mai smesso di incarnare la modernità, soprattutto sul terreno della comunicazione.